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Nella storia esistono rivoluzioni diverse da quelle sommosse di popolo che ribaltano le istituzioni di un Paese. In campo militare l’ingresso di nuovi sistemi d’arma porta a radicali cambiamenti della strategia in senso stretto e spinge la tecnologia a prendere provvedimenti per mitigarne gli effetti ed ottenere il successo sul campo di battaglia sin dai tempi della polvere da sparo che mutò non solo l’ordine degli eserciti, ma anche la morfologia delle difese delle città.

Nel secondo dopoguerra queste rivoluzioni si sono susseguite ad un ritmo più rapido appunto per gli enormi progressi della tecnologia, e spesso, in campo militare, si è trattato di vere e proprie “mode”. Si ricordano i caccia intercettori puri, l’armamento “tutto missili” degli aviogetti sull’onda dell’avvento dei primi missili aria aria, senza dimenticare le filosofie strategiche che di volta in volta hanno accompagnato i diversi e nuovi sistemi d’arma introdotti: si è passati, ad esempio, dalla MAD (Mutual Assured Destruction) degli anni ’50 quando i primi ICBM non avevano silo corazzati e non erano molto precisi sino alla “risposta flessibile” degli anni ’60 e alla “Countervailing Strategy” degli anni ’80 nel campo dell’utilizzo dell’arsenale atomico.

Nelle ultime 3 decadi la sfida, almeno dal punto di vista aeronautico, è stata quella della superiorità aerea nelle sue accezioni difensive ed offensive. L’introduzione di cacciabombardieri “invisibili” come l’F-117 “Nighthawk” prima, e poi del celeberrimo caccia F-22 “Raptor” (avente un ruolo del tutto diverso rispetto al suo predecessore) ha scatenato una “corsa” al caccia invisibile tra le maggiori potenze globali ma non solo: perfino la Corea del Sud insieme all’Indonesia ha dato il via ad un proprio programma per un cacciabombardiere di questo tipo che nelle linee generali ricorda l’F-35 americano, il KF-X, sebbene venga considerato di generazione “4 e mezzo” non avendo alcune delle caratteristiche dei suoi ben noti “fratelli maggiori”.

Come sempre accade, davanti ad un nuovo tipo di minaccia si cerca di correre ai ripari sviluppando nuove tecniche o tecnologie per eliminarla. Così l’impulso di riflesso è stato quello di aumentare e migliorare le difese antiaeree nelle loro varie accezioni senza dimenticare la nuova corsa ai sistemi antimissile, che possono essere “multiruolo”.
La nascita dei russi S-300 ed S-400 (ed il presto in linea S-500) è la risposta alla nuova esigenza di potenziare le difese in questo senso: questi sistemi di lunga portata capaci di avere anche parziali capacità ABM, se uniti ad altri più tradizionali come il Pantsir S-1 ed il 2S6 “Tunguska” erede dei celeberrimi sistemi ZSU sovietici, offrono una copertura antiaerea/antimissile stratificata di difficile penetrazione da parte di un attaccante. Sistemi che fanno parte delle famose “bolle difensive” russe che presto aumenteranno di numero e che sono già modello per altri Paesi (lo stesso Israele da anni ha una difesa antiaerea organizzata similmente). Non è più possibile pensare, quindi, di ritenere le aree dove sono impiegati questi sistemi “off limits” ed aggirarle, oppure di colpirle con missili da crociera a lungo raggio: un sistema come l’S-400 risulta efficace a tutte le quote anche contro questo tipo di minaccia.

Pertanto quello che sta succedendo, dopo la “vacanza” dovuta al termine della Guerra Fredda e all’avvento di scenari di guerra asimmetrica, è il prepotente ritorno in auge della filosofia SEAD (Suppression of Enemy Air Defenses) tramite l’uso di tutta la gamma di mezzi disponibili: fisici, elettronici ed informatici.

Il vero fattore destabilizzante è però dato dalla “guerra dei droni”: non esistono solo UAV/UCAV di grandi dimensioni e del costo di milioni di dollari, ne esistono anche di piccoli, dal costo di poche migliaia di dollari, e quindi più massicciamente impiegabili e “spendibili”. Un piccolo drone può facilmente passare dal ruolo di sorveglianza ad attacco e rappresentare, già da solo, una sfida per le difese antiaeree: al di là del rapporto dei costi – un missile del sistema Patriot impiegato per abbattere un piccolo drone del valore di due mila dollari costa un milione – un piccolo UCAV può facilmente penetrare tra le maglie difensive date le sue stesse dimensioni. Se poi ci si venisse a trovare di fronte a centinaia di droni lancianti simultaneamente qualsiasi sistema difensivo sarebbe saturato dal numero stesso e pertanto risulterebbe parzialmente inefficace. I droni infatti rappresentano una efficace strategia di interdizione del campo di battaglia a basso costo: la stessa US Navy ha nella lista delle sue principali minacce l’uso di USV “suicidi” dotati di potenti cariche esplosive, una sorta di riedizione in chiave moderna dei “barchini esplosivi” della Regia Marina durante la Seconda Guerra Mondiale.

Come si sta cercando di fare fronte a questa possibile e prossima minaccia?

Occorrerebbe fornire un ombrello difensivo antiaereo fisso e mobile alle FFAA ma ancora poco si sta vedendo in questo senso: se escludiamo le, ancora poche, bolle difensive russe – dotate di sistemi mobili – e di Israele, non c’è rimasto granché dei sistemi in voga durante la Guerra Fredda: gli Stati Uniti, oltre ai già citati “Patriot” nella loro versione Pac-3, sono rimasti con 700 “Avenger”, ovvero delle jeep HUMVEE modificate con missili “Stinger”, ed ora, per correre ai ripari, stanno studiando di dotare le torrette “Avenger” su ruotati 8×8 e aggiungere agli “Stinger” i missili Al-3, versione terrestre del celeberrimo “Sidewinder”. In Italia invece si sta finalmente procedendo alla modernizzazione dei sistemi “Skyguard” e “Spada” e si sta sviluppando il Camm (Common Anti-Air Modular Missile), progetto portato avanti da MBDA Italy e Uk in due versioni diverse – Er (Extended Range) per l’Italia e M (o “Sea Ceptor”) per l’Inghilterra – ma ancora siamo lontani, come gli altri Paesi della Nato, dall’avere una buona capacità antiaerea fissa e mobile, e soprattutto capace di intercettare i piccoli e insidiosi droni.

Nei prossimi anni quindi vedremo una nuova corsa ai sistemi di difesa antiaerea che dovranno per forza di cosa tenere presente delle nuove minacce rappresentate dai droni, sempre più presenti sul campo di battaglia anche in collaborazione con i classici cacciabombardieri: l’F-35 infatti, sarà capace di coordinare l’attacco di UCAV/UAV una volta risolti i recenti problemi di “comunicabilità” che ha con il drone RQ-4 “Global Hawk” (e con l’F-22 “Raptor”). Requisito fondamentale, quello della comunicabilità con i droni, per i nuovi caccia di sesta generazione che sono attualmente in studio oltre Atlantico.

Giocoforza, quindi, le difese antiaeree dovranno intraprendere una evoluzione che riguarda la capacità di intercettazione dei droni (piccoli o grandi) non solo tramite armi cinetiche o con missili tradizionali, ma anche tramite armi ad energia diretta (laser) e con armi elettroniche: un piccolo UCAV, volando a bassa quota e a bassa velocità si comporta in modo del tutto diverso rispetto ad uno più grande o a un caccia ed è quindi difficile da inseguire ed intercettare; se poi si tratta di centinaia di piccoli droni è necessario che le difese siano molto flessibili ed in grado di compensare l’effetto di saturazione (laser e armi EM sono le più indicate in questo senso). Si parla anche di UAV anti UAV, ma le difficoltà date dal dover avere un sufficiente preavviso e dal sistema di dispiegamento di centinaia di piccoli droni anti drone richiedono uno studio molto approfondito.