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Quella che viene ricordata come Guerra del Vietnam è in realtà un conflitto esploso nel Sudest Asiatico al termine della Seconda guerra mondiale che ha dapprima coinvolto direttamente una ex potenza coloniale, la Francia, contrapposta a un fronte eterogeneo guidato da un movimento insurrezionalista di stampo comunista (il Viet Minh capeggiato da Ho Chi Minh) e sostenuto dall’Unione sovietica e dalla Cina, e successivamente, con la nascita della Repubblica democratica del Vietnam a nord del 17esimo parallelo della penisola indocinese, gli Stati Uniti ed il Vietnam del Sud insieme ad altri alleati.

Un marines usa il suo materassino per oltrepassare un corso d’acqua senza bagnare le armi (LaPresse)

Parlare di quel conflitto, i cui prodromi si pongono proprio durante la Seconda guerra mondiale quando il Viet Minh nacque in funzione anticolonialista ed ebbe anche il sostegno giapponese, significa ripercorrere più di 30 anni di storia. Dien Bien Phu, la Conferenza di Ginevra e la spartizione dell’Indocina Francese, l’incidente del Golfo del Tonchino, Khe Sanh e l’offensiva del Tet, Ia Drang la “valle della morte”, i bombardamenti a tappeto sul Nord dei B-52 dell’operazione Rolling Thunder, i prigionieri di guerra dell’Hanoi Hilton come gli americani avevano chiamato la prigione di Hoa Lo, il napalm, l’Agente Arancio e la diossina, sono tutti nomi e immagini entrati nella memoria collettiva dell’Occidente: indipendentemente da come ci collochiamo nell’agorà politico il conflitto in Vietnam ha avuto e ha tutt’ora un forte valore simbolico, diventando icona di un tempo e di una cultura

Più di tutto, però, ad essere rimasto nell’immaginario collettivo, è l’epilogo tragico di quel conflitto che ha causato 58mila morti americani e tra i 900mila e i quattro milioni vietnamiti (le cifre esatte non si sapranno mai).

Tutti abbiamo in mente le immagini degli elicotteri che decollano dai tetti di Saigon (oggi Ho Chi Minh) per evacuare il personale americano e sudvietnamita verso le portaerei e le navi al largo della costa, così come ricordiamo l’esodo dei Boat People, come vennero chiamati i profughi di quei giorni, e gli stessi elicotteri gettati in mare dal personale di bordo delle navi Usa per fare spazio sul ponte.

Il 30 aprile del 1975 avvenne la ‘caduta di Saigon’ e la cessazione della guerra del Vietnam (1954-1975). L’allora capitale prese il nome di Ho Chi Minh City, in onore al leader comunista, fondatore della Repubblica democratica del Vietnam. Nella foto, un soldato dell’esercito Nord-Vietnamita nella giungla (LaPresse)

Ad aprile del 1975, infatti, cominciò l’evacuazione della capitale del Vietnam del Sud, terminata definitivamente il 30 dello stesso mese, quando l’operazione Frequent Wind, così si chiamava, cessò con l’ingresso delle truppe nordvietnamite in città.

Cos’era Frequent Wind

Il primo aprile il comando americano, compreso che l’offensiva scatenata dal Nord e dalle truppe irregolari del Governo rivoluzionario provvisorio sudvietnamita contro il regime di Saigon non avrebbe potuto essere in alcun modo arginata, emanarono un piano di emergenza (dapprima denominato Talon Vise e in seguito noto come Frequent Wind) per evacuare il personale Usa e sudvietnamita che durante i lunghi anni di guerra aveva collaborato con gli americani. Fu costituito l’Ecc (Evacuation Control Centre) che agiva sotto l’egida del Dao (Defense Attaché Office), ovvero l’ufficio per il supporto amministrativo alle forze sudvietnamite che aveva sede presso l’aeroporto di Tan Son Nhut, a pochi chilometri da Saigon.

Data la situazione i primi giorni si riuscì ad utilizzare velivoli ad ala fissa pesanti, come i C-5 Galaxy o C-141 Starlifter e anche altri di compagnie civili presi a noleggio. In questo modo ad esempio furono evacuati i piccoli orfani vietnamiti con l’operazione “Baby Lift” durata circa tre giorni. Quando però un C-5 precipitò subito dopo il decollo da Tan Son Nhut i voli con questo tipo di velivolo furono sospesi continuando ad utilizzare gli Starlifter e gli onnipresenti C-130, questi ultimi attivi praticamente sino a pochi giorni dal termine dell’evacuazione. La situazione però stava sempre più rapidamente precipitando e non solo per l’avanzata delle truppe comuniste: quando si seppe che anche le ambasciate dei Paesi dell’Europa dell’Est stavano evacuando il proprio personale scoppiò il panico, e al Dao ebbero un gran daffare per proteggersi dai sudvietnamiti inferociti che avevano scoperto l’inizio dell’evacuazione: se infatti gli americani garantirono un lasciapassare per gli ufficiali ed il personale diplomatico di Saigon, così non avvenne per la truppa, con tutte le conseguenze che si possono immaginare. Nel frattempo, la Task Force 76 composta da due portaerei (la Uss Hancock e la Uss Midway) una Lph (la Uss Okinawa) e altre quaranta navi era arrivata nel Mar Cinese Meridionale e stava incrociando al largo del Vietnam del Sud, pronta a ricevere il personale evacuato, mentre la Task Force 77, con due portaerei (la Uss Coral Sea e la Uss Enterprise) fornì la copertura aerea.

L’8 aprile un pilota sudvietnamita ribelle, probabilmente anche per via della frustrazione, decollò con il suo caccia F-5 ed attaccò con razzi il palazzo presidenziale di Saigon, aumentando notevolmente il caos in città: in questa fase di Frequent Wind, infatti, vi era una particolare difficoltà a selezionare gli evacuandi tanto che molti aerei lasciavano il Vietnam praticamente vuoti.

Vuoti non erano invece i Black Flight organizzati dalla Cia, che grazie alla sua compagnia di copertura, la ben nota Air America, stava trasportando personale e documenti sensibili con regolarità, anche grazie a una ferrovia sotterranea segreta completa di rifugi.

Quando il 21 aprile il presidente sudvietnamita Thieu si dimise, sembrò che si potesse giungere ad un accordo per il cessate il fuoco, ma a quel punto le truppe del Nord erano ormai troppo vicine alla capitale per potersi fermare, così la sera del 25 un velivolo C-118 (un Dc-6 militare) atterrò a Tan Son Nhut all’insaputa del Dao e ripartì il giorno seguente con a bordo il presidente e la sua famiglia: un regalo della Cia al vecchio alleato.

Il 30 aprile del 1975 avvenne la “caduta di Saigon” e la cessazione della guerra del Vietnam (1954-1975). L’allora capitale prese il nome di Ho Chi Minh City, in onore al leader comunista, fondatore della Repubblica Democratica del Vietnam. Nella foto una donna e alcuni bambini interrogati dai soldati del Vietnam del Sud.

Intanto l’avanzata nordvietnamita proseguì e la strada che collegava l’aeroporto a Saigon venne interrotta ponendo così fine al via vai di autobus e mezzi che trasportavano il personale da evacuare. Gli attacchi dei razzi sulla capitale e sull’aeroporto interruppero il ponte aereo con velivoli ad ala fissa fatto salvo per i C-130 e i C-119, considerati più adatti ad operare in presenza di reazione nemica. Il 28 aprile tre A-37 catturati dai nordvietnamiti attaccarono l’aeroporto causando gravi danni ed i C-130 riuscirono di un soffio a mettersi in salvo. Lo stesso giorno il Dao predispose l’evacuazione finale: 60 voli di aerei da trasporto per 10mila passeggeri per l’indomani. I nordvietnamiti, però, erano ormai alle porte, e un altro e massiccio attacco con razzi su Tan Son Nhut costrinse tutti i velivoli a decollare e a cercare rifugio altrove per non farvi più ritorno: molti aerei si diressero verso la Thailandia a parte due A-1 Skyraider e una aerocannoniera AC-119 sudvietnamiti che restarono a combattere sino all’ultimo per difendere il perimetro dell’aeroporto militare. Alle 7 del mattino del 29 un missile spalleggiabile SA-7 colpì l’AC-119 che precipitò in fiamme tra gli sguardi del personale sudvietnamita rimasto impossibilitato a fare alcunché.

Con Tan Son Nhut fuori causa, venne il tempo degli elicotteri e arrivarono anche 800 marines della Nona Mab (Marine Amphibious Brigade) a bordo di CH-53 Stallion e CH-47 Chinook per proteggere gli edifici del Dao, che andarono a sommarsi ai 58 già presenti presso l’ambasciata che era stata rinforzata il 25 con 40 uomini trasportati dall’Air America.

Il bianco Natale di un aprile crudele

Siamo alle battute finali di Frequent Wind, e in quelle ore drammatiche e convulse ci fu spazio anche per un debutto d’eccezione, quello del caccia imbarcato F-14 Tomcat, che proprio durante l’operazione di evacuazione di Saigon ebbe il suo “battesimo del fuoco”. Alla radio, la mattina del 29, venne dato il segnale in codice per l’evacuazione finale di tutto il personale americano: “La temperatura a Saigon è di 105°F in aumento” seguito dalla canzone “White Christmas” cantata da Bing Crosby.

Dal Dao e dall’ambasciata Usa cominciarono i voli che fecero la spola con le navi al largo: alle 15 il primo CH-53 decollava dal Dao, mentre alle 17 dal cortile dell’ambasciata dove, nel frattempo, erano stati rapidamente tagliati gli alberi per permettere l’atterraggio e il decollo degli elicotteri, si alzava il primo CH-46 Sea Knight. L’afflusso di profughi verso gli edifici era continuo, ed i Marines faticarono per tenere a bada la marea umana che premeva ai cancelli, dovendo anche sparare in aria in più di una occasione. Nonostante i continui voli degli elicotteri militari e dell’Air America, che ora atterrava direttamente sui tetti, le parole che riecheggiarono nell’etere tra i comandi furono sempre le stesse: “duemila da portar via”.

L’ultimo CH-53 partito dal Dao si alzò alle 00:12 del 30, e alle 3:00 iniziò l’evacuazione finale dell’ambasciata.

Tigre Tigre Tigre

Sotto la copertura aerea fornita da F-14, A-6 Intruder e A-7 Corsair, alle 4:30 l’aereo Abccc (AirBorne Command Control and Communication) EC-130 trasmise la seguente comunicazione: “Il messaggio che segue è del presidente degli Stati Uniti e deve essere trasmesso dal primo elicottero che venga in contatto con l’ambasciatore Martin. Rimangono soltanto 21 trasporti. Saranno utilizzati soltanto da americani. L’ambasciatore Martin salirà a bordo del primo elicottero disponibile che una volta in volo trasmetterà il messaggio Tiger Tiger Tiger”. Singolare scelta quella americana: lo stesso codice venne usato dai giapponesi per indicare l’avvenuta sorpresa durante l’attacco su Pearl Harbor (Tora Tora Tora).

Alle 4:45 del mattino l’ambasciatore ed i suoi collaboratori salirono a bordo del “Lady Ace 09”, un CH-46, e quando fu in volo il pilota trasmise il codice convenuto. Ma l’ambasciatore Martin non fu l’ultimo americano in Vietnam: forse per la confusione del momento i Marines di guardia vennero dimenticati e restarono per qualche ora sul tetto dell’ambasciata, barricandosi mentre la popolazione inferocita saccheggiava l’edificio. Solo alle 7:53 il comandante dell’unità, il maggiore Jim Kean, salì sull’ultimo elicottero che lo depositò, alle 8:25 sul ponte della Uss Okinawa.

Frequent Wind era finita dopo aver messo in salvo 51.888 persone di cui 6763 da parte dei velivoli Usa facendo registrare l’impressionante cifra di 19mila sortite: nel solo ultimo giorno, il 30 aprile, il totale ammontò a 6968 persone (compresi gli ultimi 855 Marines rimasti). La presenza americana in Vietnam era terminata con una fuga precipitosa ben rappresentata dagli elicotteri spinti in mare dal ponte delle navi; l’unico aereo dell’esercito sudvietnamita, un solitario O-1, riuscito ad atterrare a bordo della portaerei Midway, è invece conservato ancora oggi al museo dell’aviazione navale di Pensacola in Florida.

Una foto più che simbolica della sconfitta degli Stati Uniti in Vietnam: un elmetto abbandonato all’interno dell’aeroporto di Da-Nang. Nell’immagine si possono vedere anche alcuni proiettili e un sacchettino: tutto ciò che è rimasto della potenza americana in Vietnam (LaPresse)

Quel mattino, verso le 11:30, un carro armato T-54 dell’Esercito Popolare Nord Vietnamita sfondò il cancello del palazzo presidenziale e la bandiera bicolore con la stella gialla dei Viet Cong fu issata sull’edificio. La guerra del Vietnam era terminata. Quel carro armato, ancora oggi, è sistemato nel piazzale del palazzo muto testimone di quei tragici eventi.

L’odissea dei profughi invece non era affatto terminata, e a migliaia, dopo la caduta di Saigon, presero il mare per cercare di raggiungere la libertà, alcuni di essi vennero salvati anche dalla nostra Marina Militare che inviò nell’area gli incrociatori Vittorio Veneto, Andrea Doria ed il rifornitore d’altura Stromboli, ma questa è un’altra storia.