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Guerra

Francia: il colosso delle armi Thales fa affari d’oro grazie ai droni per Israele

Aderisce al Patto Onu per non essere complice di violazioni dei diritti umani ma fornisce parti fondamentali ai droni che colpiscono Gaza.

Negli anni, il colosso francese dell’industria bellica Thales ha costruito un’immagine di azienda responsabile, attenta alle questioni etiche e ai diritti umani. Si fregia di aderire al Patto mondiale delle Nazioni Unite, impegnandosi ufficialmente a non essere complice di violazioni dei diritti umani. Eppure, un’inchiesta pubblicata da Disclose smonta questa narrazione e porta alla luce una realtà ben diversa: tra il 2018 e il 2023, Thales ha venduto componenti elettronici e sistemi di comunicazione per droni militari israeliani per un valore di 2 milioni di euro.

Non si tratta di semplici accessori, ma di elementi fondamentali per il funzionamento di mezzi impiegati nei bombardamenti su Gaza, come i droni Heron TP e Hermes 900. Due modelli al centro di ripetuti attacchi che, negli ultimi anni, hanno causato migliaia di vittime civili, tra cui donne e bambini.

Vendite coperte dalle istituzioni francesi

I documenti ottenuti da Disclose includono dodici fatture destinate a due giganti dell’industria militare israeliana: Israel Aerospace Industries (IAI) ed Elbit Systems. La prima è la compagnia statale israeliana responsabile dello sviluppo di vari droni da combattimento, mentre la seconda è il principale fornitore di sistemi d’arma per le forze armate israeliane.

Nel dettaglio, Thales ha fornito:

• Sistemi di comunicazione e transponder per il drone Heron TP (per un totale di 1,2 milioni di euro);

• Otto transponder TSC 4000 IFF per i droni Hermes 900, con un contratto di mezzo milione di euro con Elbit Systems;

• Radars anticollisione, radio altimetri e sistemi di posizionamento per migliorare le prestazioni dei droni.

Thales ha confermato le vendite, cercando di minimizzarne l’impatto: ha precisato che si tratta di componenti “non letali” e che non ha fornito direttamente armi. Tuttavia, l’ex ufficiale britannico Chris Lincoln Johnson, esperto in droni, ha spiegato a Disclose che questi sistemi sono essenziali per la navigazione e il puntamento dei droni da combattimento. In altre parole, senza questi strumenti, i droni armati di Israele non potrebbero operare con la precisione letale che li caratterizza.

L’implicazione nei crimini di guerra

L’uso dei droni armati da parte dell’esercito israeliano è ben documentato. Secondo Amnesty International e l’ONG palestinese Al-Mezan, i droni Heron TP e Hermes 900 sono stati impiegati in numerosi attacchi a Gaza.

Alcuni esempi:

• 2014, Operazione “Bordure Protectrice”: tra le oltre 2.000 vittime palestinesi, almeno 500 erano bambini. Il 16 luglio, quattro bambini vennero uccisi sulla spiaggia di Gaza da un missile sparato da un drone, come confermato da un’indagine del media americano The Intercept.

• 2021, Operazione “Guardiani delle Mura”: attacco condotto con il supporto dell’intelligenza artificiale per selezionare i bersagli. In 11 giorni, furono bombardati edifici residenziali, scuole e ospedali, causando oltre 250 morti.

• 2023-2025, guerra a Gaza: secondo l’UNICEF, fino al cessate il fuoco del gennaio 2025, gli attacchi aerei hanno provocato 48.000 morti, di cui oltre 14.000 bambini.

In questo contesto, è impossibile negare che le tecnologie fornite da Thales abbiano facilitato l’uso dei droni israeliani per operazioni che hanno causato la morte di migliaia di civili.

Una rete di complicità industriale e politica

L’inchiesta rivela anche un altro aspetto inquietante: le relazioni commerciali tra Thales e le aziende israeliane non sono a senso unico. Tra il 2019 e il 2020, Elbit Systems ha venduto a Thales componenti elettronici per almeno 200.000 euro, mentre Israel Aerospace Industries ha esportato in Francia pezzi di ricambio per un valore di 310.000 euro nel 2020.

In altre parole, mentre l’industria militare israeliana acquista tecnologia francese, la stessa Thales si rifornisce da aziende israeliane. Questa interdipendenza commerciale solleva una domanda chiave: Thales applica davvero il suo codice etico quando seleziona i propri fornitori? Se seguisse i principi del Patto Mondiale dell’ONU, non dovrebbe avere alcun rapporto con compagnie coinvolte in violazioni dei diritti umani.

Ma il vero nodo della questione è un altro: queste esportazioni non sarebbero possibili senza l’approvazione delle autorità francesi. Ogni vendita di materiali militari deve essere autorizzata dal Ministero delle Armate e dal Segretariato Generale della Difesa e della Sicurezza Nazionale (SGDSN). Thales ha dichiarato che tutte le esportazioni sono avvenute con il benestare del governo francese, il che significa che l’Eliseo ha deliberatamente permesso il rifornimento tecnologico dell’esercito israeliano.

Possibili azioni legali contro Thales

Di fronte a queste rivelazioni, la giustizia francese potrebbe essere chiamata a indagare su Thales per possibili violazioni della legge sul dovere di vigilanza. Questa normativa, approvata nel 2017, obbliga le grandi aziende a prevenire qualsiasi rischio di violazioni dei diritti umani nella loro catena di fornitura, pena azioni legali.

Secondo la giurista Clara Ernst Mollier, del cabinet Ancile, le vendite di Thales in Israele sollevano dubbi sulla conformità alle norme francesi ed europee. Se dovesse emergere che la compagnia ha aggirato le restrizioni sulle esportazioni militari o ha ignorato il rischio che la sua tecnologia fosse usata per crimini di guerra, potrebbe essere perseguita.

Tuttavia, la storia recente mostra che le aziende della difesa difficilmente vengono chiamate a rispondere delle loro azioni, soprattutto quando godono della protezione dello Stato.

Thales, un simbolo dell’ipocrisia occidentale

Il caso di Thales è emblematico di un doppio standard che caratterizza la politica occidentale: da un lato, l’Europa e la Francia condannano pubblicamente le violazioni dei diritti umani; dall’altro, le loro industrie militari continuano a fornire armi e tecnologie agli eserciti coinvolti in massacri di civili. Finché esisterà questa contraddizione, ogni appello alla giustizia e al rispetto del diritto internazionale rimarrà solo un vuoto esercizio di retorica.

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