Il futuro dell’operazione Barkhane nel Sahel è stato un tema centrale dell’incontro di oggi tra il Segretario alla Difesa statunitense Mark Esper e il ministro della Difesa francese Florence Parly. La Francia, che ha organizzato e che gestisce la missione anti-terrorismo in Africa centrale e occidentale, necessita infatti della presenza e del supporto degli Stati Uniti, specialmente per quel che riguarda la logistica e il lavoro dell’intelligence assicurato dalla presenza di droni e aerei nelle basi in Niger.

L’avvio di una nuova politica

A “spaventare” il governo e le forze armate di Parigi è la volontà dell’amministrazione a guida Donald Trump di rivedere l’intera politica militare (ed estera) nei confronti dei Paesi africani dove il rischio corso dai soldati impiegati è considerato troppo elevato per i reali risultati ottenuti. Qualora dovesse esserci un riposizionamento delle truppe statunitensi dal Sahel, però, per la Francia si verrebbe a creare un problema di difficile risoluzione, tant’è che anche Emmanuel Macron ha auspicato –a margine di un incontro con i capi di Stato del G5 Sahel (Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Mauritania) – di riuscire a convincere Trump nel non proseguire nel ritiro dall’Africa. Il piano di riposizionamento è stato annunciato anche dal capo di Stato Maggiore congiunto, generale Mark Milley, nel corso di un incontro a due avuto con il generale François Lecointre, capo di Stato Maggiore della Difesa francese, al quale ha spiegato che nelle prossime sei settimane sarebbe stata presa una decisione definitiva dal Pentagono.

Aumento delle capacità?

Mentre gli Stati Uniti pensano di ridurre il loro impegno in Africa, la Francia invece ha in previsione di aumentare la sua presenza. Il generale Lecointre ha infatti annunciato –parlando alla stampa francese– che Parigi invierà nel Sahel ulteriori mezzi, considerati necessari affinché possa essere possibile continuare a operare con le forze armate locali. Un dispiegamento di mezzi terrestri e aerei, oltre che di materiali logistici, che si aggiunge a quello già previsto di ulteriori 220 uomini. La maggior parte di questi rinforzi saranno destinati alla regione di Liptako-Gourma, ovvero nella zona di confine tra Mali, Burkina Faso e Niger dove è elevata la presenza delle truppe francesi, impegnate a contrastare i gruppi terroristici che minacciano la popolazione civile controllando gran parte del territorio. I numeri a disposizione dalla coalizione a guida francese, però, non sono considerati sufficienti per assicurare una piena operabilità; motivo per cui la speranza è di riuscire a coinvolgere altri Paesi europei nell’operazione Barkhane. La necessità di inviare nuovi uomini da parte francese può fare diminuire le volontà di partecipazione, anche perché questa riflette una situazione sempre più instabile e pericolosa per le truppe impegnate in loco.

Se a questo si aggiunge la volontà statunitense di ridurre il numero di soldati presenti nel Sahel, ecco che l’idea francese di creare una coalizione “europea” –Task Force Takuba– nascerebbe orfana del fondamentale supporto degli Stati Uniti. È più probabile che continuerà il supporto “esterno” da parte del Regno Unito (che fornisce il trasporto dei soldati e dei materiali tramite gli elicotteri pesanti Boeing CH-47 Chinook), del Canada, della Danimarca e, ovviamente, degli Stati Uniti. Difficilmente la decisione finale della Casa Bianca sarà quella di ridurre drasticamente l’impiego nel Sahel e nell’intera Africa, anche perché l’opposizione da parte del Congresso sarebbe durissima dal momento che rappresenterebbe un “favore” alla Cina interessata ad “assoggettare” i Paesi del Continente Nero.

Un futuro incerto…

Finora, però, l’operazione Barkhane non ha portato ai risultati sperati da Parigi, che dal 2013 ha inviato le proprie truppe nel Sahel per supportare il governo maliano. Alla missione di contrasto al terrorismo si sono aggiunte nel corso degli anni quelle di peacekeeping e training dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite. In totale circa 20.000 soldati sono impegnati nel Sahel che non sono riusciti a fermare la violenza dei gruppi terroristici, che anzi hanno aumentato il loro potere nelle regioni periferiche dei diversi Paesi soprattutto dove il fenomeno della desertificazione è in fase avanzata.

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