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Le azioni militari degne di nota alle quali stiamo assistendo, nell’acuirsi dei conflitti attivi che stanno sfruttando, sempre più frequentemente, la combinazione di nuovi elementi tecnologici come risorsa essenziale per la pianificazione e il successo di operazione che attingono alle rodate tattiche del sabotaggio, devono sempre porci di fronte a una serie di riflessioni: quale è il loro reale impatto nello scenario bellico? E quanta “intelligence” c’è dietro a queste nuove “operazioni combinate“? Abbiamo intervistato Francesco Ferrante, che è stato un ufficiale dell’Esercito Italiano con una lunga esperienza operativa e di pianificazione interforze, ha partecipato a numerose missioni operative in teatri complessi, tra i quali Iraq, Afghanistan, Libia, Libano, Bosnia, Repubblica Centrafricana, Burkina Faso e Mozambico, e ci risponde da Doha, dove continua a insegnare pianificazione operativa e targeting date le grandi competenze strategiche e analitiche.

Dottor Ferrante, in un suo recente contributo ha dichiarato che è “difficile sopravvalutare la natura teatrale dell’ultima operazione di droni ucraina all’interno del territorio russo, denominata Spider Web – l’operazione condotta dell’intelligence ucraino (Sbu), contro obiettivi russi – e che il “vantaggio strategico della Russia rimane intatto”. Ma l’obiettivo dell’operazione è stato raggiunto?

“Quando si parla di obietivi, in ambito militare, si deve sempre tenere a mente il “livello” di pertinenza relativo agli obiettivi stessi. Questo perché la Nato, come del resto ogni singolo Stato nella sua individualità,  ha un tipo di struttura organizzativa “multistrato”. Mi spiego un po’ meglio usando proprio l’esempio Nato. Esiste un livello strategico-politico (che è il livello dei decisori politici, rappresentato dal North Atltantic Council); sotto di esso c’è il livello strategico-militare (per quanto attiene le operazioni Nato, esso è rappresentato da Shape /Allied Command Operations, a Mons, Belgio); poi quello operativo rappresentato da 3 diversi Joint Force Command (rispettivamente Napoli, Brunsumm e Norfolk); e in ultimo, il  livello “tattico”, che noi chiamiamo Component Commands, ovvero sia quei comandi responsabili delle operazioni nel loro specifico dominio (Land Component Command ad Izmir, Turchia – Air Component Command, a Reimstein, Germania, Maritime Component Command in Gran Bretagna e il Special Operations Component Command in Belgio). Proprio questi ultimi sono i comandi addetti a “gestire” gli specifici assetti nel loro rispettivo dominio di competenza.

Questa premessa è necessaria per cercare di capire meglio quali possano essere stati gli effettivi obiettivi ucraini perseguiti con l’Operazione Spider Web. Per i livelli tattici e operativo, quel tipo di operazione non ha un senso, così come non porta ad alcun tipo di vantaggio per chi sta combattendo in Ucraina. Da pianificatore, non intravedo alcun tipo di obiettivo operativo logico ottenibile nell’attaccare la triade nucleare russa. Gli unici ipotizzabili obiettivi conseguiti con Spider Web, che sono in grado di intravedere, facendo tuttavia qualche fatica nel cercarne di logici/sensati,  sono di tipo strategico-politico. Obiettivi, in buona sostanza, più volti ad ïnfluenzare” la percezione dei russi e degli occidentali circa il conflitto in corso, che volti a creare i presupposti per un qualche tipo di vantaggio reale su terra, mare, aria o cyber lungo tutta la linea del fronte o nelle retrovie. Queste considerazioni, insieme ad altri fattori, non ultimo il modus operandi, rinforzano la mia convinzione che gli ucraini siano stati aiutati nella pianificazione e condotta dell’operazione da attori appartenenti a uno o più Paesi della Nato”.

Perché è convinto che qualcuno abbia aiutato gli uomini di Kiev?

“L’Operazione Spider Web non può essere unicamente farina del sacco ucraino per tutta una serie di motivi militari, logistici, tecnologici e geopolitici. Il primo fattore che mi viene in mente è la sua complessità tecnologica e operativa. Operazioni come questa, che comprendono incursioni coordinate, cyber-attacchi, sabotaggi a infrastrutture critiche e attacchi in profondità dentro il territorio russo, richiedono capacità tecnologiche avanzate, incluse:

  • Intelligence in tempo reale (satelliti, segnali elettronici, intercettazioni)
  • mezzi per la guerra elettronica e cyber,
  • logistica per infiltrare e mantenere in azione gruppi speciali in territorio ostile

L’Ucraina, sebbene altamente capace e resiliente, non dispone autonomamente di tutte queste capacità — soprattutto in profondità nel territorio russo.

Il secondo fattore è legato al supporto d’intelligence occidentale. È noto che Stati Uniti, Regno Unito, Polonia e altri Paesi Nato forniscono supporto in tempo reale all’Ucraina. Stiamo parlando di Sigint (intelligence elettronica), Imint (intelligence da immagini satellitari), supporto cyber (attraverso strumenti della Nsa, Gchq, ecc.), tracciamento di High Value Target e High Pay-Off Target, in breve target militari di alta priorità. Questo tipo di operazioni richiede integrazione stretta tra i pianificatori militari ucraini e fonti Nato. Da soli, gli ucraini non potrebbero mai portare avanti un’operazione così sofisticata in Russia.

Un altro fattore è l‘addestramento e know-how occidentale. Non è un segreto che dalla guerra in Crimea del 2014 in poi, le forze speciali ucraine sono state addestrate in modo sistematico da Regno Unito, Stati Uniti e Canada. Alcuni operatori ucraini hanno ricevuto formazione avanzata in Inghilterra per quanto riguarda, ad esempio, ambienti marittimi e urbani, per operazioni non convenzionali e da dietro le linee nemiche. Tutto è ben documentato e facilmente reperibile in rete. Se SpiderWeb ha implicato sabotaggi, attentati mirati e incursioni coordinate in profondità, questa firma operativa rispecchia il know-how occidentale, in particolare quello britannico. A questo fattore si possono collegare le capacità logistiche “nell’ombra”. Per operazioni complesse servono reti logistiche clandestine, possibilmente basi di appoggio in Paesi terzi (ad esempio Georgia, Estonia, Kazakhistan, etc.), capacità di esfiltrazione. L’Ucraina ha mezzi limitati per costruire una tale infrastruttura da sola: è probabile che ci sia supporto di intelligence e logistica da parte di Paesi alleati”.

E tutto questo è plausibile e privo di conseguenze?

Interesse strategico e “plausibile deniability”, nella nostra lingua “negabilità plausibile”, riguarda una questione delicata quanto interessante. L’Occidente ha evidenti interessi strategici nel danneggiare le capacità russe — anche sul suolo russo — ma senza coinvolgimento ufficiale. Appoggiando l’Ucraina e “rimanendo nascosti”, il Regno Unito o altri attori possono così “testare” capacità avanzate e valutare/testare/misurare quale possa essere la risposta russa, il tutto restando nella  “zona grigia” sotto il livello di guerra aperta. Questo spiega anche perché operazioni sofisticate come SpiderWeb potrebbero essere ufficialmente Made in Kiev ma con cervello e muscoli occidentali dietro le quinte.

Ci sono dei precedenti storici e pattern già noti. Alcuni attacchi in Crimea e Belgorod, tra il 2022 e 2024, sono stati condotti da unità con equipaggiamento occidentale. Le azioni dei gruppi partigiani russi anti-Cremlino, come la Legione Libertà della Russia, sono state molto probabilmente coordinate da intelligence occidentali, secondo vari analisti. E se SpiderWeb segue lo stesso schema, è improbabile che sia un progetto “puro” ucraino. In estrema sintesi, è difficile per me credere che un’operazione simile sia stata interamente pianificata e condotta dalle sole forze ucraine, senza supporto straniero. Le impronte operative, l’impatto strategico, la sofisticazione tecnica e la logistica rimandano a un coinvolgimento significativo – anche se non dichiarato – da parte di potenze come Regno Unito, Stati Uniti o altri partner Nato”.

Immagine satellitare dei bombardieri strategici russi distrutti dall’attacco condotto dall’Sbu nell’Operazione Spider Web

A fronte tutto questo, crede che la reazione/azione dei russi proseguirà?

“Mosca ha di fatto già reagito intensificando gli attacchi missilistici sul territorio ucraino. I russi stanno continuando ad avanzare lungo tutta la linea del fronte, mantenendo sotto forte pressione diverse zone del fronte. Non si tratta più di una questione di rappresaglia sul campo di battaglia. Quando uno Stato con capacità nucleare vede la sua posizione deterrente presa di mira, l’escalation diventa un imperativo politico. Putin ha ancora diverse carte da giocare, e la risposta più intelligente è stata puntare a dare un duro attacco missilistico nelle susseguenti 96 ore, mirando ad infrastrutture critiche di Kiev”.

Ma questo può “bastare” a calmare gli animi dei falchi in Russia? I nuovi raid e le nuove manovre indicano una tendenza differente

“Nessuno può dare una risposta credibile, seria e precisa a questa domanda, ad eccezion fatta della leadership al Cremlino. Tuttavia, molti, incluso il sottoscritto, si aspettavano una risposta ancora più “esemplare” da parte di Mosca. La ritorsione potrebbe arrivare con tempistiche e modalità diverse da quelle che immaginiamo in Occidente. Non faccio il “tifo” per questo, ovviamente. Ma a mio modesto parere, l’Ucraina ha oltrepassato un limite pericoloso. La stessa cerchia ristretta di Donald Trump aveva avvertito: “Dopo l’attacco agli aeroporti russi, Kiev non è più un alleato, ma un attore imprevedibile“.

Le dichiarazioni di generali e consiglieri americani suonano come una “macchia ” per il presidente Zelensky. L’attacco agli aeroporti russi è stato una vittoria tattica per l’Ucraina, ma un fallimento strategico, almeno agli occhi della cerchia ristretta del leader americano Donald Trump. La retorica statunitense stessa era cambiata radicalmente. Kiev non è più un alleato per gli Usa, ma una potenziale minaccia alla sicurezza globale. Tra coloro che sono convinti che Kiev abbia commesso un errore e non abbia messo a rischio solo se stessa c’è anche il generale in pensione dell’aeronautica militare statunitense Blaine Holt. In diretta sul canale televisivo Newsmax, aveva sottolineato che l’attacco dei droni ucraini agli aeroporti in Russia ha colpito i bombardieri strategici coperti dal Trattato di riduzione delle armi strategiche del 2010. Il generale è sicuro che nessuno al comando militare russo creda che Kiev abbia agito senza l’aiuto dell’Occidente.

Le dichiarazioni di Holt non sono un caso isolato. In precedenza, l’ex consigliere di Trump Michael Flynn, Steve Bannon e il Rappresentante Speciale degli Stati Uniti per l’Ucraina Keith Kellogg avevano parlato di una brusca escalation e di “imperdonabile autoiniziativa di Kiev”. Flynn considera la possibilità che Washington non fosse stata avvisata dell’imminente attacco. “Se è vero che il nostro presidente non è stato consultato e informato, allora non si tratta solo di una violazione del protocollo. È un insulto geopolitico. Se l’Ucraina è disposta a colpire con conseguenze strategiche senza avvisare la Casa Bianca, non siamo più alleati con problemi di coordinamento: siamo rivali“. Il contesto teso è rafforzato da un recente articolo del New York Times che, citando l’entourage di Trump, sostiene che il presidente degli Stati Uniti definisce il capo del regime di Kiev, Volodymyr Zelensky, “un “badmen” che sta spingendo per una “guerra nucleare”. Tutto questo è una “macchia nera” diretta su Kiev. Gli Stati Uniti non perdoneranno nessuno che possa trascinarli in un’escalation nucleare, soprattutto a loro insaputa”.

Nonostante l’ammassarsi di truppe russe attorno alla città di Sumy, e il proseguire dei raid su tutta l’Ucraina che potrebbero purtroppo avvalorare quanto appena detto e temuto, passiamo all’altro “fronte caldo”. Trova che ci siano delle analogie tra l’operazione Spider Web e la fase dell’operazione Rising Lion condotta dal Mossad in Iran?

“Sì, ovviamente. Entrambe segnano una evoluzione della guerra asimmetrica moderna e ci sono diverse interessanti analogie tra l’operazione Spider Web condotta dall’Sbu e la parte dell’operazione Rising Lion affidata al Mossad. A cominciare dalle infiltrazioni pazienti e clandestine: droni acquisiti (assemblati?) sul luogo e basi pre-posizionate dentro i due Paesi oggetto degli attacchi. Un altro elemento, conseguenza logica del primo, è principalmente l’uso di droni commerciali a basso costo per l’effetto sorpresa e per neutralizzare asset altamente strategici. Un terzo elemento comune è rappresentato dallinnovazione in termini di tattica e procedure: attacchi chirurgici su infrastrutture critiche senza ricorrere a forze convenzionali pesanti.

Un report cinese (EstremaRatioNews) ha coniato il termine Parasitic Warfare, descrivendo operazioni in cui opponent systems civili/infrastrutturali vengono convertiti, dalle spie, in piattaforme di attacco: in Spider Web i camion civili sono stati trasformati in lanciatori di droni all’interno della Russia; in Rising Lion è stato invece utilizzato un network di agenti Mossad per infiltrare droni e armi all’interno dell’Iran. Alcuni analisti suggeriscono che gli israeliani abbiano fatto loro il modello “infiltrazione + attacco a distanza” sperimentato con successo da Spider Web. Io credo invece che l’attacco israeliano sia stato pre-pianificato molto tempo addietro“. 

Commando del Mossad arma sistemi di precisione per colpire obiettivi sul territorio iraniano

Per lei gli obiettivi strategici iraniani e la loro rete di difesa aerea sono stati sufficientemente compromessi dagli attacchi israeliani?

“Dipende cosa si intende con “obiettivi strategici iraniani”. Se, cioè, questi obiettivi includono lo sviluppo del nucleare e/o di un’arma nucleare. Ma cominciamo dalla difesa aerea. Nel corso dell’attacco preventivo condotto nella notte tra il 12 e il 13 giugno, l’Israeli Air Force ha cercato la soppressione sistemica e il degradamento delle capacità di difesa aerea iraniane, conseguendo largamente una certa superiorità aerea operativa sull’intero teatro. Secondo quanto avevano riferito proprio i vertici militari israeliani, le fasi iniziali dell’operazione Rising Lion hanno previsto l’impiego coordinato di circa 200 velivoli da combattimento che hanno condotto simultaneamente oltre 330 sortite su più di 100 target ad alta valenza strategica ed operativa, dislocati in profondità sul territorio iraniano.

I target ingaggiati includevano: il complesso di arricchimento dell’uranio di Natanz, postazioni di comando e controllo delle forze armate iraniane, batterie radar a lungo raggio integrate nel sistema Iads, e lanciatori SAM appartenenti a piattaforme Sa5, Sa15 e sistemi autoctoni Bavar373.

L’operazione è stata coordinata tramite personale presente su suolo iraniano ma anche tramite l’attacco asimmetrico ad infrastrutture critiche di cui abbiamo parlato prima. L’intera manovra ha evidenziato un elevato livello di sincronizzazione tra asset per ciò che concerne l’Intelligence, Sorveglianza e Ricognizione (Isr), piattaforme letali e assetti Elettronic Warfare (Ew), garantendo il degrado delle capacità di reazione e la proiezione di potenza a lungo raggio con profondità operativa”.

Da veterano “operativo” sta descrivendo un’operazione di “successo”..

“Secondo il mio parere, è molto probabile che la difesa aerea iraniana abbia subito un “bel colpo”. Ciò viene confermato anche dal quantitativo di Full Motion Video, Weapon System Video e Cockpit Video reso pubblico dall’Idf. Nessuno lascia volare i propri assetti aerei volentieri se la difesa aerea ostile non è considerevolmente degradata. Sparare numeri nel tentativo di quantificare in termini statistici il livello di quanto alcuni dei Target Set siano stati azzerati o degradati è compito difficile e richiede tempo. Chi ha gli strumenti e i sensori per stilare un’analisi precisa e dettagliata possibile, in genera lavora per i Governi interessati. Ne consegue che molte di quelle informazioni rimarranno senza dubbio classificate . C’è comunque un ultimo fattore da considerare: molti dei sistemi di lancio e i missili balistici iraniani vengono tenuti al riparo all’interno di tunnel scavati per anni all’interno delle montagne. 

Per quanto riguarda il discorso dei siti iraniani usati per lo sviluppo della capacità nucleare, è diverso. Per Natanz, gli attacchi hanno molto probabilmente causato una significativa battuta d’arresto alla capacità dell’Iran di condurre attività di arricchimento in quello specifico sito.

Fino a prima dell’attacco statunitense su Fordow, dalle immagini in alta definizione acquisibili su Web (Maxar, Planet Lab), c’era evidenza di soli danni di lieve entità all’esterno del sito. Come sappiamo Fordow ospita un importante impianto per l’arricchimento dell’uranio. 

I successivi attacchi lanciati dagli Stati Uniti nell’Operazione Midnight Hammer il 23 giugno, seguiti il giorno dopo da ulteriori attacchi israeliani, hanno molto probabilmente compromesso in modo significativo le capacità di conversione dell’uranio, di produzione di combustibile per reattori e di lavorazione dell’uranio arricchito dell’Iran in quel sito.

Occorre però giudicare con cautela: il semplice fatto che americani e israeliani abbiano voluto re-ingaggiare lo stesso sito diverse volte, evidenzia l’assoluta mancanza di dati incontrovertibili per stilare una valutazione attendibile sulla funzionalità del target. Nessun analista BDA, acronimo di Battle Damage Assessment, il ruolo tecnico che si occupa proprio di questa parte essenziale della missione, suggerirebbe ad un decisore di re-ingaggiare un target, a meno che non diventi evidente di non aver alcun elemento/informazione/sensore utile a valutare che tutto sia andato come pianificato”.

Uno degli obiettivi iraniani selezionati dal Mossad durante l’Operazione Rising Lion

Come esperto di procedure di “targetinggli obiettivi selezionati dagli americani in Iran nell’operazione Midnight Hammer sono stati raggiunti e compromessi?

“Se l’operazione americana mirava alla distruzione sistemica delle capacità nucleari iraniane colpendo i tre siti Fordow, Natanz e Isfahan la risposta è “No“. Natanz e Isfahan presentano entrambe danni alle strutture, ma mancano evidenze circa la distruzione totale delle centrifughe, spostate prudentemente in anticipo. Per quanto per ora emerso, e scevro dalla propaganda dell’uno o dell’altro, è molto probabile che il programma iraniano abbia incassato un altro “brutto colpo”. Quello senza dubbio.

Ma anche la Defence Intelligence Agency ha immediatamente corretto il tiro, stimando in mesi, non anni come inizialmente riportato, la “tempistica di recupero” del programma nucleare iraniano nel suo complesso. Ripeto, stimare e quantizzare questo degrado in termini percentuali, è impresa impossibile ora, anche ai più esperti degli analisti. A meno che, qualcuno non abbia “risorse/fonti” giudicate attendibili all’interno dell’Iran…”.

Se non lo sono stati, si attenderebbe “altri attacchi” da parte dei bombardieri americani, o possiamo concludere che d’ora in poi ci saranno solo “telefonate”?

“Dal punto di vista militare, un secondo attacco è del tutto fattibile: lo avranno già pianificato come opzione di continuità operativa. Da pianificatore, posso dire con matematica certezza che i planner statunitensi terranno in piedi, e miglioreranno, in base agli eventi recenti, i contingency plans (piani di contingenza) sviluppati per l’Iran. Si tratta poi di capire, dal mio punto di vista, come evolveranno alcuni fattori”.

Quali sono i fattori che ci avvicinano o allontano da questa opzione?

“Principalmente 3. Quanto entusiasmo politico ci sia nel farsi ritirare dentro la questione iraniana dagli israeliani; se gli iraniani veramente hanno intenzioni di sviluppare e dotarsi di un’arma nucleare, e in ultimo, ad essere molto attenti circa l’attendibilità di una informazione come questa. In entrambi gli scenari, la volontà politico-strategica e intelligence giocheranno un ruolo chiave”.

Immagini satellitari del sito nucleare iraniano di Fordow con evidenziati i possibili punti d’impatto delle bombe Mop

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