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Guerra /

Un gelo legislativo calato attorno a una giurista italiana, colpevole soltanto di esercitare senza sconti il suo mandato alle Nazioni Unite. Francesca Albanese, relatrice speciale Onu sui Territori palestinesi occupati, ha denunciato in una conferenza stampa a Palazzo Madama le conseguenze delle sanzioni personali imposte contro di lei dall’amministrazione Trump. Quello che dice dovrebbe farci rabbrividire, indipendentemente da come la pensiamo sulla questione mediorientale.

Il punto di partenza è un ordine esecutivo, il 14203, firmato a febbraio 2025 da Donald Trump. Un provvedimento che ha punito la Corte penale internazionale (Cpi) per aver indagato su crimini di guerra commessi da leader israeliani, tra cui l’attuale premier Benjamin Netanyahu. Da lì, le misure si sono estese alla stessa Albanese, accusata di “cooperare con la Cpi” e addirittura di costituire “una minaccia per l’economia globale”.

Le conseguenze le ha spiegate lei stessa, in un evento colpevolmente organizzato dalla sola sinistra-sinistra del “campo largo”, dal Movimento 5 stelle e da Ong indipendenti anziché dal principale partito d’opposizione, forse troppo timoroso di farsi associare a figure percepite come divisive dall’establishment. Le è stato revocato il visto per gli Stati Uniti, innanzitutto, dove avrebbe dovuto presentare i suoi rapporti, e le sono stati congelati i beni. Ogni cittadino statunitense che intrattenga relazioni economiche con lei rischia fino a 20 anni di carcere e multe miliardarie. “Mia figlia, che ha la cittadinanza statunitense, rischierebbe sanzioni persino per prepararmi un caffè”, ha dichiarato Albanese.

Il vero nodo è la rete finanziaria globale. Come ha confermato Nazzareno Gabrielli, direttore generale di Banca Etica, neppure un istituto dichiaratamente attento ai diritti umani ha potuto aprirle un conto corrente: “Le liste sanzionatorie statunitensi condizionano tutto il sistema bancario. Le banche che non le rispettano rischiano di essere escluse dai circuiti internazionali di pagamento”. La decisione, ha spiegato Gabrielli in conferenza, è stata “dolorosa ma obbligata”, frutto di un sistema che assimila un’esperta Onu a un criminale o a un terrorista.

“Siamo consapevoli della gravità di questa situazione”, dice quindi il capo di Banca Etica, ma “quando strumenti pensati per colpire attività criminali o terroristiche finiscono per impedire a una rappresentante delle Nazioni Unite di esercitare diritti elementari, come aprire un conto corrente, si crea una distorsione che mette in discussione i principi stessi di giustizia e di libertà”.

Questo meccanismo di esclusione finanziaria ingiustificata diventa una forma di accerchiamento freddo e sinistro, che dovrebbe ricordarci il destino di figure come Anna Politkovskaja. L’isolamento non è solo materiale: università, Ong e accademici americani hanno interrotto i rapporti con lei per timore di ritorsioni. “È un attacco non solo alla mia persona, ma alle Nazioni Unite”, ha detto lei.

Il silenzio italiano è deprimente. Nessun segnale dal Quirinale, che forse non vuole complicazioni per il governo Meloni. Un dibattito sterile continua a toccare la giurista sui quotidiani, concentrandosi sull’individuo, le sue frequentazioni politiche, le virgole fuori posto e le frasi decontestualizzate, anziché sul merito del suo lavoro. La segreteria del Pd si dichiara solidale con lei, ma non vuole parlarne con Mattarella. Eppure, le inchieste di Albanese trovano riscontro in decisioni importanti: il fondo pensione norvegese ha disinvestito da aziende israeliane, la Slovenia ha imposto sanzioni a leader di Tel Aviv e l’Irlanda ha deciso di non acquistare più bond israeliani.

La vicenda è dunque ignorata da gran parte dell’opinione pubblica ma ci parla di un cappio di prepotenza: il potere extraterritoriale delle sanzioni statunitensi e la fragilità della finanza europea, incapace di sottrarsi al guinzaglio di Washington. Una giurista italiana, armata solo delle sue parole e di un mandato sovranazionale, capace di riempire i campus di mezzo mondo, è ridotta all’impossibilità di aprire un conto corrente nel suo stesso Paese.

“La giustizia deve avanzare nell’interesse di tutti”, conclude Albanese. Ma la sua storia dimostra che chi prova a dare un nome all’ingiustizia rischia di trovarsi, paradossalmente, senza voce né strumenti per fare il suo lavoro.

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