Ci hanno provato in tutti i modi a cancellarla, con una campagna di delegittimazione senza precedenti portata avanti da Governi, parlamentari e gruppi di pressione pro-Israele e della destra radicale statunitense. Ma la giurista italiana Francesca Albanese resterà ancora lì, appena riconfermata nel suo incarico come Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati. Venerdì, il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (Unhrc) ha rigettato le pressioni politiche che chiedevano la sua rimozione, confermando che il suo mandato proseguirà fino ad aprile 2028.
Si tratta di un fatto notevole, non solo per il clima politico globale, ma anche per la portata e l’intensità dell’attacco che Albanese ha subito negli ultimi anni. Attacchi condotti non solo da esponenti del Governo israeliano, ma anche da figure chiave dell’amministrazione e del Congresso statunitense, da media conservatori e da lobby ultra-sioniste attive negli ambienti diplomatici e informativi occidentali.
Le accuse strumentali
Albanese è entrata in carica nell’aprile del 2022 con l’incarico di monitorare la situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati – una delle funzioni più esposte e delicate tra quelle previste dall’UNHRC. Il suo compito consiste nel documentare le violazioni e riferire regolarmente al Consiglio, in linea con il diritto internazionale e la Convenzione per la prevenzione del genocidio del 1948.
Nel suo rapporto del 2024, Albanese ha sostenuto che le azioni militari di Israele nella Striscia di Gaza possono configurare gli estremi del crimine di genocidio, sulla base di prove raccolte sul campo, testimonianze dirette e analisi legali. Idee che hanno attirato su di lei l’ira del Governo Netanyahu e dei suoi alleati, che l’hanno accusata di essere “filopalestinese”, parziale, e addirittura complice del terrorismo. Israele le ha negato l’ingresso nel Paese, impedendole di svolgere parte delle sue funzioni.
In Italia non sono mancati megafoni reazionari: dai giornalisti del Corriere come Pigi Battista che sbuffano dalle poltrone degli studi televisivi di fronte ai suoi j’accuse, come se si trovassero di fronte a una matta, a Goffredo Buccini che scriveva “ops” su X a commento di una presunta inchiesta della lobby Un Watch – spacciata come se fosse una cosa seria -, ai tentativi di killeraggio mediatico effettuati ossessivamente per mesi dal professore di economia Riccardo Puglisi e una ex Iena televisiva, Antonino Monteleone, il coro dei difensori dello status quo non ne ha risparmiata una, alla studiosa italiana.
Tutte accuse rivelatesi strumentali e infondate, utilizzate per colpire una voce indipendente e critica in un contesto in cui la libertà di parola è spesso sacrificata all’allineamento geopolitico. Accuse, soprattutto, fallimentari, dato che gli esperti dell’Onu le hanno prese e deposte nel cestino dei rifiuti.
Un caso di giornalismo deviato
Nel contesto di questa battaglia, persa dai gruppi di pressione più prepotenti, andrebbe studiato un articolo de La Stampa che prova a riepilogare tutte le accuse rivolte ad Albanese senza offrire alcun contraddittorio. L’articolo, per stile e contenuto, si trasforma in un vero e proprio killeraggio mediatico, privo di rigore giornalistico. In un passaggio particolarmente sgrammaticato si afferma che Albanese avrebbe “lodato il diritto di Hamas di colpire Israele”, negato le violenze sessuali del 7 ottobre e parlato di una lobby ebraica che “controlla gli Stati Uniti”. Frasi gravi, prive di contesto o prove, basate su una retorica da guerra fredda dell’informazione.
Il giornalista insinua poi che vi siano “rapporti personali e familiari” tra Albanese e il popolo palestinese, come se questa relazione (in sé del tutto legittima per una persona che si occupa di diritti umani) fosse prova di una compromissione. Ancora più inquietante è la citazione acritica dell’opposizione espressa dalla “missione statunitense presso l’Onu”, senza ricordare che gli Stati Uniti non fanno parte dell’Unhrc, così come Israele, e che la loro opinione in merito è dichiaratamente politica e non tecnica.
Brian Mast, l’estremismo al Congresso
Tra i protagonisti della campagna contro Albanese c’è il deputato repubblicano Brian Mast, presidente della Commissione Esteri della Camera. Ex soldato americano ferito in Afghanistan, ha anche servito come volontario nell’Idf (esercito israeliano), al punto da indossarne la divisa all’interno del Congresso statunitense – un gesto di estrema gravità simbolica, a pochi giorni dal massacro del 7 ottobre. In passato, Mast ha usato toni incendiari e violenti, affermando che Israele dovrebbe “prendere a calci nel sedere” i palestinesi e “distruggere completamente tutto ciò che toccano”, aggiungendo: “Se ci fossero stati ostaggi americani, li avremmo ammazzati [i palestinesi]”. Questo è uno dei soggetti citati da La Stampa come se rappresentasse una fonte istituzionale neutra.
Nel tentativo di dare corpo alle critiche contro Albanese, l’articolo del quotidiano cita generiche “petizioni sul web” che ne chiederebbero la rimozione. Una formula vaga e fuorviante, che evita di specificare la provenienza di queste petizioni – per lo più originate da ambienti lobbistici pro-Israele, legati ad associazioni come l’American Jewish Committee o il Wiesenthal Center, che da anni portano avanti campagne di discredito contro chiunque denunci i crimini nei Territori occupati.
Ancora più grave è l’utilizzo, nell’articolo, di uno “studio” secondo cui Hamas avrebbe manipolato il numero di vittime palestinesi nella guerra di Gaza, “rimuovendo silenziosamente migliaia di nomi” dai registri. Lo studio in questione è stato pubblicato da Honest Reporting, un’organizzazione nota per la sua propaganda filogovernativa israeliana, che considera i giornalisti di Gaza “terroristi” e legittimi bersagli, e ha accusato media come la BBC, il New York Times e Al Jazeera di essere “complici di Hamas”.
Se New York Times ha mandato sostanzialmente a quel paese la lobby respingendo le accuse con una lunga lettera indignata, la rivista israeliana +972mag, da anni impegnata nel giornalismo investigativo critico verso il governo di Netanyahu, ha definito Honest Reporting “una lobby di destra, legata all’hasbara, con un’agenda politica evidente, da trattare come tale da chiunque la citi o la consulti”.
Un mandato solido, una voce necessaria
Il mandato dei relatori Onu come Francesca Albanese dura sei anni. È vero che, per prassi, alcuni incarichi vengono riesaminati dopo i primi tre, ma non è il caso dei mandati riferiti a situazioni territoriali specifiche, come quello sulla Palestina. Le obiezioni sollevate da USA e Israele erano quindi prive di fondamento formale.
Albanese è, oggi più che mai, una figura chiave nella difesa dei diritti umani nel conflitto israelo-palestinese, e il tentativo di farla tacere è il riflesso della paura – da parte di governi e lobby – di un discorso internazionale che metta al centro le vittime civili e il diritto internazionale, piuttosto che gli equilibri militari e ideologici.
La sua conferma da parte dell’Unhrc è un segnale importante: nonostante il clima repressivo, esistono ancora spazi istituzionali in cui è possibile parlare di Palestina in termini di diritto e giustizia, e non solo di sicurezza e propaganda.