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Ci hanno provato in tutti modi, a silenziarla. Vuoi per la sincera convinzione che fosse un pericolo pubblico, vuoi per gli attacchi incontrollati di bile che la sua retorica appassionata provoca, da un anno e un mese a questa parte, in chi ha perso il controllo della narrazione su Israele. Dal 7 ottobre a oggi, i gruppi di pressione più ricchi e potenti d’Occidente hanno fatto uno sforzo politico massimo, senza ricorrere alla violenza esplicita, per sconfiggere una esperta italiana dell’Onu, fallendo. Su Gaza, le lobby filo-israeliane radicali si sono scontrate con Francesca Albanese, e per ora ha vinto Francesca Albanese.

Albanese, relatrice ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati, ha criticato ripetutamente, sui social e dal vivo, le politiche israeliane, guadagnandosi attenzione internazionale. Ha condannato gli attacchi di Hamas del 7 ottobre, ribadendo il rifiuto di ogni razzismo, incluso l’antisemitismo, ma sostenendo che etichettare tali crimini esclusivamente come antisemitismo ne oscuri le cause. Per quest’ultimo motivo Netanyahu le ha negato mesi fa il diritto a entrare in Israele, costringendola a interrompere la sua missione di monitoraggio sui diritti umani nella regione. Non un fulmine a ciel sereno, per la verità: da anni Israele rifiuta di emettere visti ai relatori speciali ONU per la Palestina, considerati troppo vicini alle ragioni degli arabi e questa persecuzione si era verificata già con tutti, o quasi, i predecessori di Albanese, come Michael Lynk, Makarim Wibisono o Richard Falk, alcuni dei quali costretti alle dimissioni o persino trattenuti in cella per molte ore.. Una situazione criticata dalle stesse Nazioni Unite.

Ma un attacco concentrico come quello coordinato dal Governo israeliano e dai suoi cheerleader contro Albanese non si era mai visto. Questo perché le dichiarazioni di Albanese sui social, molto dirette, basate sul diritto internazionale, sono diventate virali durante la rappresaglia israeliana a Gaza a hanno amplificato a dismisura la visibilità della rapporteur, distinguendola per fama e impatto culturale dagli altri relatori speciali. I ministri degli Esteri e dell’Interno israeliani, Israel Katz e Moshe Arbel, nazionalisti di estrema destra, hanno chiesto più volte all’Onu di sconfessare pubblicamente “le parole antisemite della relatrice speciale e licenziarla definitivamente, ma contro Albanese si è mossa una vastissima galassia conservatrice, e non di rado anche centro-liberale, su qualsiasi tipo di media per cancellarla dal dibattito.

Tra i principali odiatori di Albanese c’è UN Watch, una lobby con sede a Ginevra nota per il suo forte orientamento pro-Israele e le campagne contro figure critiche verso il premier israeliano Benjamin Netanyahu, come per l’appunto i relatori speciali Onu. Spesso descritta come ONG imparziale, e capace di trarre in inganno per il suo nome neutrale, in realtà è sostenuta da organizzazioni come l’American Jewish Committee e la Becker Foundation, legate a gruppi neo-conservatori e anti-islamici. Usa tattiche di disinformazione e accuse di antisemitismo per screditare i suoi bersagli, trovando ampio supporto in media ostili al mondo islamico. Una campagna maldestra e smascherata come faziosa da molteplici analisti, che non è riuscita in 13 mesi di guerra in Medio Oriente a far licenziare il suo nemico principale.

Tra chi in Italia ha dato un ossessivo risalto ai tentativi di killeraggio di UN Watch c’è il professore di Economia dell’Università Bocconi, Riccardo Puglisi, molto attivo su X (fu Twitter), che si è concentrato parecchio sui presunti buchi nel curriculum di Albanese, servito allo scopo da un ampio ventaglio di assistenti virtuali. Un’ex Iena, Antonino Monteleone (in seguito premiato con un programma tutto suo da TeleMeloni) Goffredo Buccini del Corriere, Gianni Vernetti di Repubblica sono tra quelli che con maggiore impegno e assiduità hanno dato dell'”antisemita” alla relatrice o ne hanno tentato di screditare l’opera.

Il giornalista Francesco Specchia, esuberante provocatore di Libero, nominato esperto dal ministro Sangiuliano poco prima del suo addio al Ministero della Cultura, in TV ha dichiarato che userebbe l’atomica a Gaza e ha attribuito falsamente al marito di Francesca Albanese, un economista della Banca Mondiale, addirittura legami con Hamas, correggendosi poi dicendo che si trattava dell’Autorità Nazionale Palestinese (come se fosse la stessa cosa). Questo episodio si inserisce in una fase di strumentalizzazione estrema della lotta all’antisemitismo da parte della destra globale: Bruno Montesano, del Laboratorio Ebraico Antirazzista, ha criticato questo sottolineando come sfrutti una “esaltazione ridicola dell’ebraismo” per legittimare il proprio identitarismo escludente. Secondo Montesano, tali mosse servono a consolidare il potere politico, più che a sostenere autenticamente la comunità ebraica.

Anziché essere “cancellata”, però, Francesca Albanese è sempre più un fenomeno globale. I suoi follower su Twitter sono più che raddoppiati, superando quota 300mila. L’italiana, che è anche una accademica, in ottobre è stata invitata a parlare della mattanza a Gaza alla London School of Economics, alla Soas e alla Queen Mary University di Londra, accolta da migliaia di studenti che si barcamenano tra tentativi di censura e proteste da parte delle comunità ebraiche della diaspora più nazionalista. Poco dopo è stato della Università di Georgetown e Princeton negli Stati Uniti, e poi un tour di quattro giorni in Canada, mentre sui social l’ex radicale Marco Taradash fumava di rabbia. La lettera di licenziamento che Un Watch sperava vedere rifilata ad Albanese dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, o dalle istituzioni culturali si è trasformato in una grande frustrazione.

Il caso di Albanese è emblematico di come il panorama politico-mediatico italiano e occidentale, influenzato da specifiche correnti ideologiche, abbia sottovalutato l’impatto di personaggi come il suo. Il tentativo di censurarla non ha minato il suo profilo globale; al contrario, lo ha rafforzato. Chi ha cercato di “cancellarla”, perdendo una battaglia dopo l’altra, dovrebbe riflettere sia sulla rilevanza internazionale delle questioni sollevate da Albanese, e l’effetto boomerang delle campagne diffamatorie, che ne hanno rafforzato praticamente ovunque, a parte alcune élite, il profilo pubblico.

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