Francesca Albanese e la lobby estremista che cerca di cancellarla da X

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Guerra /

Lei continua a riempire i teatri e a ricevere cittadinanze onorarie in Italia – l’ultima a Bari, a guida Pd – ma intanto la piattaforma X, non potendola cancellare fisicamente, le ha rimosso la “spunta blu”. Pochi giorni prima dell’entrata in vigore delle sanzioni statunitensi contro Francesca Albanese, relatrice speciale Onu per i Diritti umani nei Territori palestinesi, è questo il più grande risultato ottenuto dagli avvocati di Un Watch, un’organizzazione con sede a Ginevra che si presenta come osservatore indipendente delle attività delle Nazioni Unite ma che da anni opera come potente lobby filo-israeliana.

Il direttore del gruppo di pressione, Hillel Neuer, presenza assidua dei social e da due anni impegnato in una crociata contro giurista italiana, ha definito la rimozione del badge, ottenuta dopo una serie di lettere inviate al proprietario di X, Elon Musk in persona, “una grande vittoria”, spiegando che il blue tick di verifica conferiva ad Albanese “visibilità, amplificazione algoritmica e un’apparenza di credibilità”. Qualcosa di inaccettabile, dato che per la destra filoisraeliana di Washington, e non solo, la relatrice avrebbe promosso iniziative “vergognose e illegittime” per spingere la Corte penale internazionale ad agire contro funzionari e aziende statunitensi e israeliane. Dall’8 agosto, le sanzioni volute dall’amministrazione di Donald Trump congeleranno eventuali beni negli Stati Uniti, ne impediranno l’ingresso nel Paese e vietaranno a cittadini e imprese statunitensi di fornirle beni o servizi. Probabilmente, anche diversi campus europei che intrattengono rapporti economici con sponsor Usa avranno le mani legate.

Ma Albanese, dicevamo, continua imperterrita a presenziare eventi per Gaza e ad accettare inviti in Tv, sempre più martirizzata da un’alleanza Stati Uniti-Israele che prende di mira sempre più il mondo intellettuale. Non poteva che diventare, la nostra esperta di Territori Occupati, e il suo usare come arma la parola pubblica, il bersaglio perfetto del modus operandi di Un Watch. Nel 2019, l’organizzazione aveva già tentato di screditare il predecessore di Albanese, Michael Lynk, colpendolo con l’accusa infamante di antisemitismo. Anche in quel caso, le calunnie furono smontate, ma solo dopo che la stampa e il mondo accademico schierati con Israele le avevano amplificate.

Che cosa fa Un match e chi la segue in Italia

Un Watch, che riceve milioni di dollari dall’American Jewish Committee e da una varietà di fondazioni islamofobe e neocon statunitensi, concentra le proprie campagne sulla difesa sperticata di Israele e sull’attacco a Ong e figure critiche verso le sue politiche espansive. Tra le strategie ci sono quella di spostare l’attenzione sulle violazioni dei diritti umani in Paesi rivali di Washington e Gerusalemme – dall’Iran alla Siria – ignorando costantemente quelle commesse da Israele o da suoi alleati strategici.

Un’organizzazione nota per toni aggressivi e paragoni estremi: Neuer paragonò Naomi Klein a Joseph Goebbels per aver sostenuto il boicottaggio del festival del cinema di Tel Aviv. Nel 2007, il presidente del Consiglio Onu per i diritti umani definì il suo linguaggio “inappropriato e inaccettabile”, ma intanto in Italia ha trovato diversi giornalisti e figure pubbliche pronte a fargli eco, dal giornalista Goffredo Buccini del Corriere all’ex Iena Antonino Monteleone passando per l’economista Riccardo Puglisi e tutta la galassia filo-Netanyahu più radicalizzata.

A un certo punto Neuer, ospite mesi fa al Teatro Parenti di Milano con un incredibile evento dal titolo “La verità sul conflitto” (moderatore Christian Rocca e tra gli ospiti l’ex portavoce online di Netanyahu, Eylon Levy), si è anche vantato su X delle visualizzazioni ottenute dal felice annuncio della rimozione ottenuta.

La copertura mediatica occidentale di Un Watch tende a riprodurne i comunicati stampa senza alcuna verifica critica: un atteggiamento che – come ha osservato il giornalista israeliano Yoni Mendel – finisce per rafforzare campagne maccartiste contro onlus di sinistra e gli attivisti per i diritti umani. Con i social e l’escalation israeliana in Medio Oriente degli ultimi mesi, però, qualcosa è cambiato.

Il caso Albanese è quindi solo l’ultimo episodio di una lunga serie di offensive coordinate per delegittimare le voci critiche verso Israele, sfruttando la leva delle accuse di antisemitismo come strumento politico, che diventano sempre più gravi e disperate man mano che la presa israeliana sulla narrazione si sgretola. E così, il più grande successo di Un Watch è vedere rimossa una spunta blu a una studiosa da parte di un miliardario, Musk, che diffonde la teoria secondo la quale ci sono gli ebrei dietro campagne d’odio contro i bianchi.

Il rischio, di fronte a questo spettacolo di malafede, è che il giornalismo abdichi al suo ruolo e si riduca a megafono di lobby prepotenti e aggressive, per quanto patetiche.

Aggiornamento: la spunta blu è tornata.