Quando nel 2013 il presidente cinese Xi Jinping ha presentato al mondo la sua grande idea per connettere il mondo, la Nuova via della seta appariva come un progetto vago, quasi come l’idea di un sognatore. Ma cinque anni dopo l’iniziativa One belt one road ha iniziato a dispiegare i suoi effetti fuori dalla Cina. Dopo la presentazione all’università di Nazarbayev in Kazakistan, Pechino ha accelerato la sua iniziativa con la nascita nel 2014 dell’AIIB la Banca Asiatica d’Investimento per le infrastrutture, un braccio finanziario per avviare la costruzione dei due rami del vasto progetto della Repubblica popolare.

La nuova grandezza cinese deve ancora dispiegare i suoi effetti ed è ben lontana da una sua conclusione. Per il momento, alcuni Paesi come lo Sri Lanka hanno mostrato come quella di Pechino sia stata una politica improntata sul debito e sull’allargamento della sfera di influenza oltre i confini nazionali. Ma il vasto piano pensato da Xi e dai quadri del partito comunista cinese rischia di scontrarsi con la realtà quotidiana delle regioni che intende attraversare. A riprova che queste nuove vie della seta sono lontane da un’idea di sicurezza.

Immaginando di percorrerle partendo da Pechino possiamo passare in rassegna tutti i punti caldi del pianeta che potrebbero minare il disegno egemonico del presidente cinese. I primi problemi arriverebbero già all’interno dei propri confini. Se ad esempio decidessimo di prendere la via di terra, con un treno in partenza dalla città di Xi’an, dovremmo ricordarci che il 28 aprile del 2016 un gruppo di attentatori ha assaltato una stazione degli autobus uccidendo otto persone. Quell’episodio, se pur circoscritto, è stato uno dei tanti che ha insanguinato la repubblica popolare tra il 2010 e 2018.

attentati cina finale

Le insidie dello Xinjiang

Uno degli attacchi che ha sconvolto l’opinione pubblica cinese e acceso un faro sulla sicurezza interna nel Paese, è stato sicuramente l’attentato alla stazione ferroviaria di Kunming, nella provincia dello Yunnan. Il 1 marzo del 2014 un commando fece irruzione nella stazione uccidendo a colpi di arma bianca una trentina di persone. Per quell’attacco, come per molti altri condotti in tutto il territorio della Repubblica popolare, vennero incolpati gli uiguri, la minoranza di fede musulmana residente nella regione occidentale dello Xinjiang. Una provincia semi-autonoma che da sempre rappresenta una spina nel fianco per le autorità di Pechino.

Ma proprio lo Xinjiang rappresenta uno degli snodi cardine dell’iniziativa One Belt, one Road e in generale delle strategie cinesi. Dalla contestata regione a maggioranza turcofona dovrebbero infatti passare tre corridoi ferroviari: uno meridionale verso il Pakistan, uno verso l’Asia centrale e uno lungo la direttrice con Mosca e le città russe. Non solo. Dallo Xinjiang transitano sia il gasdotto dalle ex repubbliche sovietiche che l’oleodotto Kazakistan-Cina. Che quella regione semi-desertica rappresenti un grosso problema per Pechino è dimostrato anche da altri due elementi. Il primo riguarda il contributo degli uiguri al variegato fronte di foreign fighters della guerra in Siria, l’altro dalle crescenti pressioni internazionali sulla questione del diritti umani. Ad agosto un comitato dell’Onu ha denunciato che Pechino sta violando sistematicamente i diritti della minoranza musulmana. In particolare che tutto lo Xinjiang sarebbe una sorta di enorme campo di concentramento con oltre un milione di internati. Il governo cinese dal canto suo ha negato, ma è chiaro che la tensione nella regione resta molto alta e pericolosa per i piani economici di Xi.

Tutte le tensioni lungo la Nuova via della seta

Fuori dai confini le sfide non mancano, sia che si percorra la via marittima che le varie tratte via terra. È il caso del Pakistan. Il corridoio che dallo Xinjiang porta a Gwadar, uno dei porti chiave della Cina nell’Oceano Indiano per la sua “Collana di perle”, è minacciato da diversi elementi. Da un lato le infiltrazioni jihadiste, come Al Qaeda nel subcontinente indiano e i talebani che hanno sempre trovato terreno fertile nel Paese; dall’altro per le crescenti tensioni geopolitiche nell’area. Il confine occidentale è minacciato dalla crescente instabilità dell’Afghanistan mentre a oriente il Paese invece è segnato dalla contrapposizione con l’India per la regione del Kashmir.

Ma i problemi per Pechino vanno ben oltre. Seguendo le rotte terrestri si incontrano tensioni in Iran, entrato in una dura fase di contrapposizione con gli Stati Uniti dopo che l’amministrazione Trump ha deciso di stracciare l’accordo sul nucleare e che al proprio interno ha visto un deciso aumento delle tensioni sociali. Allo stesso tempo il Caucaso ha mostrato la sua instabilità nell’area del Nagorno Karabakh. Senza dimenticare la continua tensione scaturita dal conflitto siriano.

Situazione complessa anche lungo le rotte marittime. Pechino sta conducendo una “battaglia” molto complessa nel vicino Mar Cinese Meridionale. Il suo espansionismo nei vari arcipelaghi della regione ha cozzato non solo contro i Paesi vicini, come Filippine,Vietnam e Thailandia, ma anche con gli Stati Uniti. Se è vero che dalle parti di Washington più di qualcuno ha ammesso che in quei settori la forza navale cinese è predominante, è anche vero che Pechino non è ancora in grado di esercitare un dominio completo.

Le altre acque turbolente per i sogni economici della Cina sono quelle che si snodano nell’Oceano pacifico intorno al Corno d’Africa. Qui le insidie sono principalmente due: l’instabilità regionale di Somalia e Yemen e la pirateria. Nel primo caso parliamo di guerre civili sanguinose e molto lunghe. Lo Yemen è dilaniato da un conflitto per procura tra Arabia Saudita e Iran. Il Paese si trova in un’imboccatura chiave, quella di Bab el Mandeb e rischia di essere un fattore di destabilizzazione per la rotta verso il bacino del Mediterraneo. Allo stesso tempo il caos in Somalia ha come primo riflesso l’insicurezza in mare. La pirateria somala è una seria minaccia per tutte le navi che transitano per quelle acque. Non è un caso che tutti questi aspetti abbiano spinto la Cina ad agire in prima persona. Da un lato con la costruzione della sua prima base militare in terra africana, in Gibuti; dall’altro usando proprio quella istallazione per continuare le operazioni anti-pirateria sotto l’egida dell’Onu. Tra il 2008 e il 2017 Pechino ha inviato nell’area 26 task force, scortato 6.400 navi civili cinesi e internazionali e dissuaso almeno 3mila sospette imbarcazioni pirata. Ma finora la forza militare cinese fuori dai confini si è limitata a questo.

caos via della seta

La Cina si affida ai contractors

Come ha notato Limes, l’esercito di liberazione popolare ancora non è pronto ad agire in teatri complessi. Allo stesso tempo la politica cinese è sempre stata molto prudente, fondata più sull’egemonia commerciale/economica che militare. Questo ha fatto sì che negli ultimi anni le agenzie di sicurezza private fornissero quella difesa necessaria a proteggere gli interessi del Dragone nelle aree di crisi. Come ha scritto lo stesso quotidiano nazionale Global Times, il crescente impiego di personale cinese nella realizzazione della Nuova via della seta ha reso necessario potenziare queste agenzie. Attualmente le aziende di sicurezza privata cinesi che si muovono fuori dai confini nazionali sono una ventina, di queste le più importanti sono la Control risks e la G4s. Secondo una classificazione compiuta dal Phoenix International Think Tank nel 2016 alle spalle dei due colossi con sede a Londra ci sono altre otto società totalmente a guida cinese.

Al momento le attività di questi contractors riguardano soprattutto la sicurezza del personale delle aziende cinesi che operano all’estero. Allo stesso tempo sono le stesse imprese a richiedere il personale cinese sia per questioni di affinità culturale e linguistica che per i solidi legami con il potere del partito comunista cinese. Quasi tutti i dipendenti di queste milizie private sono infatti ex-soldati dell’esercito di liberazione popolare e quindi legati, seppur in modo indiretto, al potere politico di Pechino. Ecco quindi che la loro azione svolge sia una funzione di sicurezza, che una di controllo.

contractors della cina nel mondo

Che il settore sia in espansione lo dimostra anche il fatto che uno dei decani degli eserciti privati, il fondatore del gruppo Blackwater, Erik Prince, ha deciso di investire tempo e risorse in Cina e più precisamente ad Hong Kong, creando l’azienda di sicurezza privata Frontier Services Group. Le attività della nuova creatura di Erik Prince non si fermano però nell’ex colonia britannica. Campi di addestramento sono stati realizzati ai quattro angoli della Cina: Pechino, l’instabile Xinjiang, ma anche lungo il confine con Pakistan e Afghanistan e nella provincia dello Yunnan, l’area angolo lungo la frontiera con Birmania, Laos e Vietnam. Questi elementi, ha scritto il Washington Post hanno dato un chiaro segnale: l’apertura in una regione delicata come quella a maggioranza musulmana sono il segno che Prince ha avuto carta bianca da Pechino. La politica cinese con ogni probabilità vede nel mercenario americano un’ottimo strumento per acquisire quel know-how che ancora manca alle milizie e all’esercito di liberazione. Conoscenze preziose per difendere i cinesi impegnati nell’edificazione del grande disegno della Nuova via della Seta.