Fra Ibrahim Faltas: “Due popoli e due Stati, se non ora quando?”

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Abuna. Chi lo conosce (lui, peraltro, conosce tutti) lo chiama così: padre. Fra Ibrahim Faltas (nato ad Alessandria d’Egitto nel 1964, ordinato sacerdote nell’ordine dei Frati minori – Custodia di Terra Santa nel 1992) è una delle figure di spicco della Palestina intera. Oggi è Vicario della Custodia di Terra Santa, dopo esserne stato Discreto (il Discretorio è l’organismo che coadiuva il lavoro del Custode) ed Economo. Ma è stato anche parroco di Gerusalemme (2004-2010) ed è direttore del Collegio di Terra Santa in Betlemme nonché responsabile dello status quo nella Basilica della Nativià. Chi segue con continuità le vicende di Israele e dei palestinesi, infine, certo lo ricorda protagonista, nel 2002, dei 39 giorni dell’assedio alla Basilica, quando 220 palestinesi, molti dei quai armati, si rifugiarono nel tempio per sfuggire a un rastrellamento dell’esercito israeliano. Fu lui a mediare per tutto quel periodo (a cui poi ha dedicato un libro, “L’assedio della Basilica della Natività”), fino ad arrivare a una soluzione negoziata dello scontro. È la sua voce, quindi, a descriverci quella che, più che mai, è una Pasqua di passione per cristiani, musulmani ed ebrei.

“Prima di questa guerra, a parte ovviamente il periodo della pandemia, gli israeliani davano sempre permessi ai cristiani di Gaza e di Cisgiordania per venire alle celebrazioni pasquali a Gerusalemme”, racconta abuna Ibrahim: “Quest’anno da Gaza ovviamente non è venuto nessuno. Dalla Cisgiordania quasi nessuno. Perché hanno dato pochi permessi ma anche perché la gente non ha più i mezzi per raggiungere Gerusalemme. I cristiani di Cisgiordania sono impiegati tutti, in pratica, nel settore del turismo, che è completamente bloccato dal 7 ottobre scorso. Nessuno lavora da allora, e come si può pensare che famiglie che non hanno più i soldi per il pane trovino le forze per venire a Gerusalemme? Per le feste di Pasqua, prima di questa guerra, arrivava gente da tutta la Terra Santa, eravamo sempre intorno alle 30 mila persone. La Domenica delle Palme non eravamo 3 mila, quasi tutti sono stranieri che lavorano qui, non c’erano i pellegrini ed erano pochissimi i cristiani locali. Gli altri anni al Santo Sepolcro non si riusciva nemmeno a muoversi. Quest’anno i sacerdoti concelebranti erano quasi più numerosi dei fedeli. Mai visto prima nella storia”.

Che notizie arrivano da Gaza?

“Dal 7 ottobre, giorno dell’attacco di Hamas e della reazione di Israele, i cristiani si sono radunati in due conventi, 600 persone in quello latino e 200 in quello greco-ortodosso. Stanno malissimo, hanno perso tutto, e tanti di loro sono stati uccisi. Adesso a Gaza i morti, secondo i dati ufficiali, hanno superato le 32 mila persone, ma in realtà sono molte di più perché tanti cadaveri sono ancora sotto le macerie o per le strade, senza aver avuto una sepoltura degna. Adesso c’è anche la minaccia della fame. Gli aiuti umanitari non arrivano, e quando arrivano c’è il rischio che gli israeliani sparino sulla folla, non pochi sono morti in questo genere di situazione. La gente non ha elettricità, non ha l’acqua e beve quella del mare. È una situazione orribile, disumana. I feriti sono arrivati a 75 mila. Dall’inizio della guerra a oggi 13 mila bambini sono stati uccisi. Tantissimi malati e feriti hanno bisogno di medicine ma non arriva niente. Un inferno”.

I giornali riportano, però, che presso i cittadini di Israele è ancora alto il sostegno per questa operazione militare…

“In realtà, anche in questi giorni ci sono state grandi manifestazioni per chiedere elezioni anticipate e le dimissioni di questo governo. Anche tra gli israeliani ci sono molte divisioni, perché è ovvio che in una situazione come questa nessuno sta bene, israeliano, palestinese, cristiano o musulmano che sia. Tutti soffrono. Non c’è una famiglia israeliana che non sia stata toccata dal lutto, per gli ostaggi, i feriti o i morti, che tra gli israeliani sono stati tanti non solo il 7 ottobre ma anche nella guerra successiva. Oltre al lutto c’è la totale incertezza sul futuro del Paese. Conosco tanti israeliani che sono disperati e vorrebbero una tregua. Soprattutto vogliono la salvezza degli ostaggi, mentre anche da quel punto di vista arrivano notizie terribili. Un ostaggio israeliano è morto nei giorni scorsi di fame e di stenti, un uomo di 34 anni. Gli ostaggi sono 134 e hanno diritto di essere salvati. La tregua servirebbe anche a salvare loro. Ma dove vuole andare Israele, dove vuole andare questo Governo?”.

Credi nella prospettiva, di cui tanto si parla, di un cessate il fuoco?

“Ci aspettavamo una tregua per il Ramadan ma ormai siamo oltre la metà del Ramadan e la tregua non si è vista. Ci sono trattative, in Qatar, in Egitto, ma non si è ancora arrivati a un accordo. E poi il vento che tira qui fa disperare”.

In che cosa possiamo sperare, allora?

“La mia speranza è che dopo tutti questi morti, da un lato e dall’altro, si capisca finalmente che l’unica prospettiva reale è la soluzione a due Stati. Ora lo dicono tutti i potenti della terra, persino gli americani, che la soluzione non può essere che quella. E allora che la realizzino! Ora a Gaza siamo oltre i 110 mila tra morti e feriti ma dopo, quando smetteranno di sparare, vedranno che le vittime saranno ancor più numerose. In Cisgiordania ci sono stati tanti scontri, tanti arresti e più di 450 morti dall’inizio della guerra. Basta sangue, basta odio, basta vendetta! Ci dicono che la soluzione è quella dei due Stati. Se non la applicano dopo tutti questi morti, allora quando?”.