Flotilla sotto attacco: sono droni con granate incendiarie, ecco le prove

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Il 9 settembre 2025, al largo della costa tunisina, la Global Sumud Flotilla è stata improvvisamente colpita da un oggetto incendiario caduto dall’alto. Le telecamere di bordo hanno registrato con chiarezza la scena: una scia di fuoco che attraversa il cielo e si abbatte con violenza sulla Family Boat, provocando un’esplosione improvvisa e momenti di panico tra i passeggeri, tra cui era presente anche Greta Thunberg. Le prime cronache giornalistiche hanno parlato genericamente di “oggetto infuocato” o di “raid sospetto”, senza però riuscire a identificare con precisione il mezzo responsabile dell’attacco né a fornire una spiegazione tecnica della dinamica.

Il giorno successivo, 10 settembre, un episodio quasi identico ha interessato un’altra barca della flottiglia, la nave Alma, battente bandiera britannica.  Anche in questo caso i video mostrano chiaramente corpi incendiari precipitare dall’alto, confermando una dinamica ricorrente. Tuttavia, ancora una volta, nessuna fonte ufficiale ha parlato apertamente di droni: i fatti sono stati descritti come “attacchi dall’aria” o “incendi a bordo”, lasciando irrisolto il nodo della modalità e della responsabilità.

A rendere la vicenda ancora più complessa è arrivato, nelle ore successive, un comunicato interno tunisino. Nel testo si nega la presenza di droni nello spazio aereo interessato e non viene fatto alcun riferimento a ordigni esterni; al contrario, si insisteva sull’idea che l’incendio fosse “di origine interna”, nato cioè a bordo, e non causato da fattori esterni. Una versione ufficiale che contrasta apertamente con le immagini e con i materiali recuperati, generando dubbi sulla volontà delle autorità di minimizzare o occultare la natura reale degli attacchi.

Il recupero dei resti dopo il secondo episodio, del 10 settembre, ha fornito elementi chiave.

Screenshot

Tra i reperti spiccano un corpo cilindrico metallico annerito, con residui plastici bruciati, e soprattutto tracce inequivocabili di cinghie e cinture di fissaggio. Questo dettaglio è determinante: dimostra che l’oggetto era stato meccanicamente assicurato a una piattaforma volante e sganciato dall’alto. È il tassello che mancava per collegare con coerenza le immagini video all’uso di un drone come vettore.


I danni osservati sul ponte non corrispondono a quelli prodotti da un ordigno esplosivo ad alto potenziale. La deflagrazione ha avuto effetti localizzati, senza compromettere lo scafo, suggerendo l’uso di un dispositivo incendiario a basso rendimento, concepito per intimidire, spaventare l’equipaggio e interrompere la missione, piuttosto che per provocare vittime di massa o affondare l’imbarcazione. L’uso di un dispositivo di questo tipo, coincide anche con le immagini che mostrano un oggetto che prende fuoco subito dopo essere stato sganciato, in aria, e colpisce la nave senza perforare il deck dell’imbarcazione. Abbiamo fatto alcune ipotesi. La più accreditata, osservando le immagini in alto sulla forma e sulle caratteristiche del serbatoio rinvenuto, resta quella dello sgancio di una Fire Grenada. Sganciata in aria, prende subito fuoco fino ad esaurire il liquido all’interno.

modalità di funzionamento di una Fire Granade

Quel che appare certo è che gli eventi del 9 e 10 settembre segnano un salto di qualità nell’uso di droni civili modificati come oggetti d’attacco. La presenza di cinture di fissaggio sui reperti, offre per la prima volta una prova tangibile del loro impiego in questa circostanza, in netto contrasto con la versione ufficiale circolata su socialmedia e testate giornalistiche.