53 anni dopo la Siria degli Assad non esiste più. Il rais è in fuga da Damasco mentre i militanti anti-regime annunciano la presa della capitale. Dieci giorni di offensiva delle forze anti-Assad sono bastati a travolgere le postazioni dell’Esercito Arabo Siriano, a mostrare l’inconsistenza del regime e a travolgere il potere di Assad. Il Southern Operations Room e il Fronte del Sud che si sono mossi da Dara’a e dalla Siria drusa per anticipare i jihadisti di Hay’at Tahrir al-Sham sono penetrati rapidamente nella capitale e ne hanno annunciato la conquista.
Il regime siriano è esploso come una bolla di sapone. Ovunque, attorno Damasco e nelle periferie, si mostrano le classiche immagini da fine di un’epoca: statue abbattute, carceri aperte, una folla festante che celebra forse più la fine di un incubo durato più di tredici anni, dall’inizio della guerra civile nel 2011 a oggi, che la presa di potere dell’una o dell’altra fazione.
Come avevamo scritto su queste colonne, nel momento in cui le forze siriane si sono assicurate che Damasco non sarebbe caduta nelle mani di Hay’at Tahrir al-Sham, il gruppo jihadista erede di al-Qaeda guidato da Abu Mohammad al-Jolani, anche a Homs, dove si combatteva tra regolari e Hts, le linee si sono aperte e la città ha visto il dilagare dei jihadisti.
E significativamente Charles Lister, studioso di Siria del Middle East Institute ritenuto tra i massimi esperti del Paese levantino, ha indicato proprio nella decisione dei lealisti di abbandonare Homs il segno che la fine si stava compiendo. A dimostrazione di quanto ormai nessuno, nel campo degli Assad, pensasse più a combattere per un Rais e un regime che nell’ora della verità non si sono palesati e, anzi, hanno semplicemente abbandonato il campo.
La fuga di Assad celebra la fine, tutt’altro che degna, di 53 anni di dominio della sua famiglia, avviati dal padre Hafez, sulla Siria. Ed è l’emblema della fase finale di una dittatura che nella guerra civile è rimasta in piedi solo quando patroni esterni glielo hanno consentito, a partire da Russia, Iran e milizie Hezbollah. Nulla è stato fatto per ricostruire la Siria, per ovviare ai problemi della guerra e delle sanzioni internazionali, per favorire una pacificazione nazionale reale. E nel frattempo l’involuzione del regime a narco-dittatura intenta a dividere i proventi del traffico di Captagon al suo interno ha di fatto annullato ogni volontà politica di cambiamento per il Paese. Questo ha contribuito a trasformare, rapidamente, gli Assad nel passato della Siria.
I dieci giorni che hanno sconvolto la Siria hanno avuto la loro conclusione nella ritirata di Assad dalla capitale che stava cadendo nelle mani dei ribelli e nella fuga in un aereo privato dalla città. Non un discorso, non un messaggio alle truppe, nessun onore nell’uscita di scena del Rais, a cui si contrappone il ben meno importante primo ministro Mohammed Ghazi Jalali, rimasto a Damasco per i doveri d’ufficio. Sarà Jalali, con ogni probabilità, a sancire il passaggio di mano della Repubblica Araba Siriana, il cui futuro oggi è un rebus. I ribelli anti-Assad hanno almeno due governi, quello di Hts e quello delle forze filo-turche dell’Esercito Nazionale Siriano. Ad essi si aggiungono i comandi d’operazione nel Sud e le Forze Democratiche Siriane di stampo curdo, che hanno aperto canali di comunicazione con gli anti-Assad e i jihadisti. Se il collasso del regime di Assad, da un lato, è inglorioso, il futuro della Siria, dall’altro, è un rebus ancora più complesso proprio per lo stesso motivo.
Il vuoto di potere apertosi di fronte all’offensiva iniziata ad Aleppo e rapidamente giunta a Damasco rafforza solo ciò che già si poteva dire nella quiete prima della tempesta: “la Siria” non esiste più. Ora esistono “le Sirie” e sulla capacità dei vincitori dell’offensiva di unirsi in un fronte comune bisogna porre, fino ai fatti concreti, doverosi dubbi. Nel frattempo, al-Jolani studia da leader, l’ex membro di Al-Qaeda si fa promotore della diversità e dell’inclusione delle minoranze, ma la realtà dei fatti è che uno dei Paesi di tradizione più antica del Medio Oriente, culla della civiltà ellenistica, del mondo cristiano delle origini e dell’Islam della sua fase di massimo splendore, potrebbe essere egemonizzato da forze radicali nei prossimi anni. E potrebbe esserlo innanzitutto per l’ignavia del regime uscente. Le cui ultime roccaforti sulla costa mediterranea, dove ci sono le basi russe di Latakia e Tartus, hanno ora un destino incerto: saranno utilizzate come pedina di scambio per il cambio di regime? O cederanno ai militanti e ai jihadisti? Questo entra nel grande caos del peso geopolitico della Siria, Paese a cavallo tra più crisi e appetiti stranieri di cui ormai è davvero difficile poter parlare al singolare.