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Il 18 ottobre è ufficialmente decaduto il termine dell’embargo sugli armamenti per l’Iran stabilito dall’Onu che era l’unico rimasto in vigore dopo la firma del trattato sul nucleare iraniano, il Jcpoa (o “5+1”), ormai in via di cancellazione per via dell’uscita unilaterale degli Stati Uniti e del ritorno delle sanzioni Usa.

“È un giorno importante per la comunità internazionale” ha affermato il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif riferendosi alla revoca dell’embargo sulle armi che dura dal 2007. Teheran ora è libera di acquistare armamenti sul mercato estero, e ha diverse opzioni a riguardo rappresentate principalmente dalla Cina e dalla Russia. L’ambasciata iraniana in Italia comunica, però, che si auspica che l’Unione Europea e l’Italia adottino misure volte a facilitare l’annullamento delle restrizioni sulla vendita di armi convenzionali alla Repubblica islamica, precisando che “in base al paragrafo 5 dell’allegato B della risoluzione 2231 tutti i governi possono prendere parte alle sotto descritte attività e rilasciarne l’autorizzazione: fornitura e vendita o trasferimento diretto e indiretto di tutti tipi di carro armato, cingolati, artiglieria pesante, velivoli militari, elicotteri da guerra , navi da guerra, missili e batterie missilistiche”. Teheran avvisa contestualmente all’invito che “qualora l’Iran non ottenesse concretamente vantaggi dall’annullamento delle restrizioni e sanzioni annunciate dalla risoluzione 2231, non sussisterebbero ragioni per il suo impegno nell’accordo sul nucleare”.

L’Ue, però, sembra più orientata a mantenere il suo embargo sugli armamenti almeno fino al 2023, salvo ripensamenti in chiave dell’ultimo tentativo di salvataggio del Jcpoa.

Con la porta a occidente relativamente e momentaneamente chiusa dove guarderà Teheran per acquistare i suoi armamenti? Non resta che l’oriente, e non solo quello rappresentato da Cina e Russia. Anche Paesi come India, Pakistan o Corea del Nord potrebbero diventare possibili partner dell’Iran nel campo militare.

Cominciamo però dai più grandi e importanti partner. Mosca ha fatto sapere, prima ancora che l’embargo scadesse, che “nuove opportunità emergeranno nella nostra cooperazione con l’Iran dopo che il regime speciale imposto dalla risoluzione 2231 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite scadrà il 18 ottobre” tramite la voce del vice ministro degli esteri Sergei Ryabkov. Del resto la Russia aveva già fornito il sistema missilistico da difesa aerea S-300Pmu-2 entrato in servizio nel luglio del 2017, e potrebbe continuare su questa strada vendendo a Teheran il più moderno S-400, che è stato richiesto anche dall’Arabia Saudita, avversario regionale del regime degli Ayatollah.

Teheran però potrebbe decidere di fare un netto balzo avanti e acquistare da Mosca anche armamenti offensivi: ha infatti dimostrato più volte vivo interesse per il caccia di quinta generazione stealth Sukhoi Su-57, ma si è anche parlato di altri velivoli meno moderni come i Su-30 (non si capisce bene in quale versione), i Su-35 ed i Mig-35. Per ora però, restano tutte voci di corridoio.

Nel 2016, poi, la società russa Uralvagonzavod era disposta a consentire all’Iran di costruire su licenza l’Mbt (Main Battle Tank) T-90S una volta che fossero state tolte le restrizioni alla cooperazione tecnica. La compagnia russa era inoltre disposta ad aiutare l’Iran a modernizzare la sua flotta di T-72, ma Teheran, anche per via dell’embargo, ha poi deciso di costruire i propri carri armati senza l’aiuto di Mosca. L’occasione data dalla fine delle limitazioni potrebbe quindi riesumare questa trattativa.

L’Iran però potrebbe guardare con maggiore interesse (che sarebbe reciproco) alla Cina. Tra Pechino e Teheran, infatti, è stato stabilito un ampio partenariato economico e di sicurezza che spianerebbe la strada a circa 400 miliardi di dollari di investimenti cinesi nell’energia e in altri settori, minando gli sforzi dell’amministrazione Trump per isolare il governo iraniano per via delle ben note questioni nucleari. Come ha riportato il New York Times lo scorso luglio, la Cina intende espandere la sua presenza in Iran nei settori bancario, delle telecomunicazioni, nelle infrastrutture (porti, ferrovie) e in dozzine di altri progetti. In cambio riceverebbe una fornitura regolare – e fortemente scontata – di petrolio iraniano nei prossimi 25 anni.

L’accordo riguarda anche l’approfondimento della cooperazione militare, potenzialmente dando alla Cina un punto d’appoggio in una regione strategica per gli interessi statunitensi per decenni. Sul tavolo ci sono programmi di formazione ed esercitazioni congiunte, ricerca e sviluppo di armi e condivisione di dati di intelligence. Pechino ha nel frattempo anche intensificato la cooperazione militare con Teheran: la Pla Navy (la Marina Cinese) ha fatto visita e partecipato ad esercitazioni militari almeno tre volte a partire dal 2014. L’ultima è stata lo scorso dicembre, quando un cacciatorpediniere cinese, lo Xining, si è unito a un’esercitazione navale con le marine russa e iraniana nel Golfo dell’Oman.

Pechino quindi potrebbe trovare terreno fertile per il settore di punta del suo export militare, che è rappresentato dagli Uav, i droni da combattimento. Anche se la Cina deve stare molto attenta al bilanciamento delle forze nell’area, avendo tra i suoi clienti paesi come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto che oltretutto non vanno indispettiti essendo avversari dell’Iran.

Teheran, però, potrebbe apertamente appoggiarsi a Pechino per quanto riguarda il suo programma missilistico: è già noto, infatti, che i sistemi di guida di alcuni vettori iraniani siano di fabbricazione cinese.

Da questo punto di vista la partnership con la Corea del Nord potrebbe vedere un importante balzo in avanti: sappiamo che Pyongyang è stata sponsor del programma missilistico iraniano da molto tempo, e i recenti sviluppi che hanno portato a porre in orbita il primo satellite di Teheran sono molto probabilmente dovuti proprio all’intervento nordcoreano.

L’India, nonostante in questo periodo storico si sia di molto avvicinata agli Stati Uniti in funzione di contenimento della Cina, resta uno dei possibili partner per lo sviluppo di cooperazioni militari: del resto tra i due Stati vige già una collaborazione di tipo economico/commerciale per il porto di Chabahar, il cui progetto risale al 2003 ma ha visto nuovo impulso recentemente, quando a dicembre del 2019 il ministro degli Affari Esteri indiano ha fatto visita in Iran. Il progetto per il porto offre all’India un accesso diretto all’Iran che permetterà di diversificare le opzioni di commercio del petrolio a costi di trasporto inferiori, se non ostacolate dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti. Le relazioni commerciali tra India e Iran, quindi, potrebbero essere rafforzate e non è escluso che non si apra anche un tavolo di trattative per gli armamenti, soprattutto nel campo dell’elettronica. Nuova Delhi, però, potrebbe evitare questo terreno di gioco, in quanto cerca di mantenere sempre una posizione quanto più possibile neutrale con le altre potenze regionali come Israele e Arabia Saudita, ed un suo coinvolgimento diretto nel campo degli armamenti iraniani potrebbe deteriorare irreparabilmente questa posizione “neutrale”.

Anche il vicino di casa Pakistan viene visto come un possibile partner: il capo di stato maggiore delle forze armate iraniane, il generale Mohammad Baqeri, aveva incontrato a novembre dello scorso anno a Teheran il suo omologo pakistano, il generale Qamar Javed per parlare della possibilità di stabilire rapporti bilaterali sulla difesa e di cooperazione militare e sulla sicurezza. Islamabad da offrire il caccia Jf-17, costruito in consorzio con la Cina, che sarebbe senz’altro un enorme salto in avanti rispetto agli F-5 iraniani, senza considerare l’esperienza in campo missilistico che è stata mutuata da quella nordcoreana.

Non bisogna però aspettarsi che Teheran si getti a capofitto nel mercato degli armamenti. Esiste infatti un grosso ostacolo che è rappresentato ancora dalle sanzioni commerciali elevate dagli Stati Uniti che vanno a colpire, grazie alla monetizzazione in dollari degli scambi, quasi tutto il volume d’affari dell’Iran, legato proprio al settore petrolifero che regge l’economia del Paese.

Russia e Cina hanno motivazioni geopolitiche per vendere armi all’Iran: principalmente contrastare gli Stati Uniti e, nel caso della Russia, rafforzare la cooperazione militare con Teheran in funzione dei rispettivi ruoli che hanno in Siria. Tuttavia Mosca e Pechino non saranno disposte a vendere armi a Teheran a meno che non siano sicure di essere pagate, e qui, come detto, le sanzioni americane giocano un ruolo fondamentale.

D’altro canto gli stessi Ayatollah dovranno guardare bene a chi affidarsi per non indebitarsi e perdere così pezzi della propria sovranità, cosa che, per lo stesso carattere della popolazione persiana, è inammissibile. Sappiamo che la Cina gioca molto su questo aspetto per cercare di aggiudicarsi infrastrutture e concessioni commerciali nel quadro della Nuova Via della Seta, ed i suoi interessi sono già fortemente legati all’economia iraniana, quindi aggiungere anche il tassello militare potrebbe essere per Pechino una naturale conseguenza degli accordi in atto. Accordi che però, come sappiamo, non sono ancora stati ratificati dal presidente Xi Jinping sebbene la controparte iraniana abbia già provveduto a regolarizzarli.

C’è poi la questione che Paesi come Israele, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita cercheranno di sfruttare le loro crescenti relazioni economiche con Cina e Russia per bloccare le possibili vendite di armi all’Iran. Teheran comunque dovrà necessariamente muoversi sul mercato degli armamenti, possibilmente moderni, in considerazione dell’interessamento di alcuni Paesi arabi a sistemi d’arma d’avanguardia come l’F-35, richiesto dal Qatar, ma soprattutto dagli Eau.

Si preannuncia quindi un nuovo bilanciamento (o sbilanciamento a seconda dei punti di vista) dei rapporti di forza in Medio Oriente, ma date le congiunture economiche sicuramente non sarà a breve termine – anche per le tempistiche di consegna – e probabilmente riguarderà molto più la Russia, che così potrebbe sfruttare l’occasione per cercare di allontanare l’Iran dall’orbita cinese.

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