Un filo rosso, o meglio, un filo bianco e di metallo, lega i tre conflitti che sconvolgono l’Africa settentrionale e il Medio Oriente: quello di Iraq e Siria, quello dello Yemen e quello della Libia. E ce l’abbiamo sempre avuto sotto gli occhi, perché le foto e i video che arrivavano dai tre fronti di guerra erano chiare. C’era sempre un elemento che tornava e che è passato spesso in secondo piano: i veicoli usati dai terroristi e dalle milizie che combattono in tutti e tre i palcoscenici. In particolare una tipologia: i pick-up della Toyota.

Tutti quanti ricordano le colonne di questi mezzi sventolanti la bandiera nera del Califfato mentre le milizie di Abu Bakr al Baghdadi conquistavano pezzo per pezzo l’Iraq e una larga parte della Siria. Quelle scene hanno rappresentato per molti mesi, se non anni, alcune fra le immagini più note della propaganda dello Stato islamico. Quelle colonne di automobili apparivano come le file di un oscuro esercito sacro che voleva ripercorrere le orme delle forze dei sultanati e califfati che per secoli hanno dominato sul mondo musulmano. E sono riapparse nei deserti del Medio Oriente e del Magreb ma questa volta motorizzate e di matrice terrorista.

Immagini che hanno fatto il giro del mondo ma che dimostravano in particolare un dato: c’erano centinaia (se non migliaia) di veicoli Toyota, tutti uguali, tutti usati dallo Stato islamico. Le immagini dalla Siria e dall’Iraq iniziarono a interessare anche l’intelligence americana. Come riportava un’inchiesta di Abc News, il dipartimento di Stato Usa aveva già chiesto delucidazioni alla causa automobilista giapponese per il traffico di veicoli che avevano ingrossato le file del Califfato. La Toyota parlò di impossibilità da parte dell’azienda di tracciare tutti i veicoli usati nel mondo, ma è chiaro che si potesse rintracciare una matrice osservando i grandi carichi acquisiti in questi anni. Qualcosa c’era. E qualcosa in effetti è uscito. Alcune indagini di diversi quotidiani hanno effettivamente svelato carichi di pick-up della Toyota diretti versi aree di crisi. Un’indagine di Public Radio International parlava di 43 vetture della Toyota vendute dal Dipartimento di Stato ai ribelli dell’Esercito siriano libero, impegnati nella loro guerra contro Bashar al Assad. Tutto inserito all’interno degli aiuti non militari consegnati alle milizie, ma che poi, inevitabilmente, sono finiti nelle mani dei jihadisti che hanno preso da subito preso il sopravvento sul resto dei ribelli. E sempre verso la Siria, un’altra inchiesta, questa volta del Daily Telegraph australiano, ha parlato di centinaia di Toyota Hilux scomparsi da Sidney e che gli esperti di anti terrorismo hanno ritenuto potessero ritrovarsi nelle mani del Califfato, forse esportati da una cerchia più elevata di foreign fighters.

Quelle colonne di Toyota però non sono state usate soltanto nelle immagini di propaganda dello Stato islamico in Iraq e Siria. Perché da subito sono apparse anche in un altro Paese in cui il Califfato ha preso forma: la Libia. Qui i video di propaganda islamisti hanno mostrato centinaia di pick-up formare una sorta di orda barbarica verso le città che stavano per cadere in mano allo Stato islamico. Ma quello che è importante sottolineare è che quelle automobili, ormai diventati dei veri e propri blindati con armi montate sopra di esse e trasformate in batterie contraeree o mezzi di artiglieria, appaiono costantemente in ogni immagine proveniente dai vari fronti di guerra. Osservando le foto proveniente da Tripoli, fronte dell’avanzata di Khalifa Haftar, si possono notare sempre le stesse auto: sempre gli stessi pick-up blindati e armati fino ai denti e usati da tutti i combattenti vicino a Fayez al Sarraj come di alcune milizie collegate al maresciallo della Cirenaica. Anche in questo caso, le fonti di InsideOver di Tripoli hanno parlato di carichi di Toyota che arrivano dal Qatar già blindate. Un’informazione che ricorda quel report che per alcuni mesi è circolato in rete in cui la casa automobilistica giapponese faceva riferimento a una tratta di migliaia di veicoli fra le varie monarchie del Golfo e rivendute poi da uomini di questi Stati ai vari gruppi o milizie a essi collegati. E che riafferma l’asse fra Qatar e governo tripolino. Ancora quel filo di ferro e sangue che lega le monarchie del Golfo alle zone di guerra dove è forte la componente anche di proxy war.

Infine, lo Yemen. Nella guerra più dimenticata, oscura è tragica degli ultimi decenni, sono anche qui comparse le foto dei pickup della Toyota. E va fatta una premessa: le foto che arrivano da quel Paese sono rare, tendenzialmente governative o comunque di milizie non alleate degli Houthi è quasi sempre collegate alla tragedia umanitaria. Foto di agenzie che descrivono esclusivamente i campi di battaglia sono rarissime. Ma anche qui, dove c’è sempre una guerra per procura e ci sono sempre le monarchie del Golfo coinvolte, spunta un veicolo che unisce tutti i grandi conflitti nordafricani e mediorientali. Quei mezzi Toyota diventati ormai una costante e sfuggiti al controllo della casa giapponese sono riapparsi. E anche in questo caso tra le file dei miliziani legati al governo che a sua volta fa capo ai grandi potentati della Penisola arabica, da Riad a Dubai, da Doha ad Abu Dhabi. Una costante che però può dire molto su come e chi fermare per placare questi conflitti.