“Sono felice di riferire ai nostri connazionali che il vostro esercito sta sviluppando questa capacità
nell’interesse della protezione della nostra sovranità”. Con queste parole, pronunciate durante la
conferenza stampa di fine anno, il tenente generale Roy Galido, capo dell’esercito filippino, ha
annunciato alla nazione l’intenzione del proprio governo di acquisire in via definitiva il sistema
missilistico a medio raggio Typhon fornito dagli Stati Uniti.
Il sistema da combattimento era stato introdotto nelle Filippine nella prima metà del 2024 in
occasione di una serie di esercitazioni congiunte tenute fra l’esercito filippino e quello statunitense,
ma fino a poche ore prima non era chiaro quale potesse essere il destino del dispositivo militare. La
scelta resa pubblica da parte dei vertici militari di Manila ha fortemente irritato la diplomazia
cinese che ha chiesto il ritiro della batteria missilistica e bollato la decisione come “fortemente
irresponsabile” e in grado di permettere ad un “paese esterno alla regione di alimentare tensioni e
antagonismo e incitare allo scontro geopolitico e alla corsa agli armamenti”, alludendo ad una
potenziale crisi dei missili.
La preoccupazione della Cina
Nonostante il governo filippino abbia ribadito che la prospettiva strategica dietro alla scelta non
intende andare oltre gli “interessi” difensivi del proprio paese, da Pechino la decisione rischia di
essere percepita come minacciosa. La peculiarità del sistema d’arma Typhon, sviluppato da
Lockheed Martin per l’esercito statunitense, è infatti quella di avere una gittata di 300 miglia con
allo studio una versione per lo sviluppo di un raggio ancora più ampio. Secondo quanto dichiarato
da Galido, il potenziale di forza acquisito grazie al nuovo armamento raggiungerebbe il livello di
200 miglia nautiche, un tetto che corrisponde al limite dei diritti marittimi ai sensi della
Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, e permetterebbe la difesa dei “beni
galleggianti filippini”.
Per le relazioni fra Cina e Filippine il 2024 è stato un anno particolarmente caldo e caratterizzato da frequenti scontri simbolici e speronamenti fra imbarcazioni dei relativi paesi. Sulle tensioni diplomatiche pesa fortemente la rivendicazione cinese sulla totalità del Mar cinese meridionale, osteggiata in primis dalle Filippine, soprattutto a partire dal 2022 quando il presidente Ferdinand Marcos è entrato in carica, ma anche e soprattutto dagli Stati Uniti che nel Pacifico intendono ridimensionare e contenere la crescita e le potenzialità di espansione dell’influenza della Cina. La decisione annunciata a febbraio da parte della Difesa di Manila di aumentare la propria presenza militare nelle isole Batan, la provincia più settentrionale del Paese distante solo 200 km da Taiwan, è stato poi un ulteriore elemento di frizioni geopolitiche emerse nel corso dell’anno fra i due paesi.
La prospettiva degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti considerano infatti le Filippine un alleato chiave nell’obiettivo di
controbilanciamento delle ambizioni regionali cinesi, e per questo l’influenza di Washington sulle
decisioni di politica estera maturate dal governo filippino è particolarmente marcata. L’uscente
segretario della Difesa statunitense Lloyd Austin ha compiuto ben quattro visite di stato a Manila
nel corso del proprio mandato nell’ambito dell’amministrazione Biden, segno che la priorità data
dagli Usa alla nazione insulare è molto elevata. In particolare negli ultimi mesi, le decisioni prese
dall’amministrazione Biden sul Pacifico hanno fatto registrare un’attività intensa con diversi
partner fra cui le Filippine, con cui sono stati chiusi diversi accordi di interoperabilità di
integrazione fra le rispettive intelligence.

