“Teheran è in fiamme”, scrive su X il ministro della Difesa israeliano, il membro del Likud Israel Katz, tra i falchi nazionalisti più vicini al primo ministro Benjamin Netanyahu. Katz, che aveva minacciato dure rappresaglie sull’Iran per i missili lanciati su Tel Aviv, ha twittato queste parole di fuoco dopo che i bombardamenti dell’Israel Air Force avevano dato alle fiamme il deposito di Shahran, sito nella capitale iraniana, nel quadro di un raid che ha portato al bersaglio, tra gli altri, degli uffici del ministero della Difesa di Teheran.
Israele ha dichiarato nella giornata del 14 giugno di avere piena libertà operativa per portare i suoi caccia sopra la capitale iraniana e nella notte sembra aver colto al volo l’opportunità. Il maxi-deposito di petrolio, che ospita 260 milioni di litri di carburante stoccati, 7 milioni dei quali sono utilizzati per generare energia per l’area di Teheran, è stato ripreso pienamente in fiamme nel quadro di un’offensiva in cui Tel Aviv ha rafforzato la sua morsa contro il settore energetico iraniano, tanto per strangolarne la capacità di generazione e rifornimento quanto per creare danni irreversibili al settore economico. In prospettiva, l’ipotesi di cagionare una crisi del regime della Repubblica Islamica tramite il caro-carburanti, l’inflazione energetica, le interruzioni dovute agli attacchi. Vale per il gas, colpito ieri nel giacimento South Pars, e vale anche per il petrolio.
A Teheran sono sotto attacco anche centrali di raffinazione e distribuzione del carburante per la generazione elettrica e del gas naturale, mentre al contempo in tutto il Paese si segnalano raid tanto sul settore nucleare quanto su quello della Difesa iraniani. “Israele ha anche attaccato la raffineria di petrolio di Shahr Rey, nel sud di Teheran, una delle più grandi del Paese, e le squadre di emergenza stavano cercando di domare un incendio”, nota il New York Times.
Alla guerra vera e propria si aggiunge, dunque, una forma diretta di guerra economica con cui Israele vuole accelerare la crisi del regime dall’interno sfruttando la leva energetica e tecnologica. Una scommessa che passa per la scelta di “sanzionare” il regime e il popolo iraniani con raid sui servizi essenziali, fatto che potrebbe fare tutt’altro che rendere benvoluti gli israeliani dopo che gli eventi di Gaza degli ultimi venti mesi e l’escalation regionale li hanno resi un partner da guardare con attenzione e timore.
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