Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE
Guerra /

L’ambasciatore iraniano all’Onu, Majid Takht-e Ravanchi, ha denunciato oggi che informazioni di intelligence fasulle sono all’origine dei problemi nella regione del Golfo Persico. In un’intervista alla Cbs il legato di Teheran ha anche affermato come l’Iran non sia interessato ad un’escalation nella regione e che “la guerra non è un’opzione”.

Toni diplomatici accesi tra Iran e Usa

Ravanchi ha riferito, a margine delle accuse di aver prodotto “fake intelligence” agli Stati Uniti, che Teheran non intende negoziare con Washington una de-escalation se la retorica diplomatica della Casa Bianca resterà su quei toni aspri che fanno da corollario alla forte presenza militare Usa nella regione del Golfo.

In particolare ha affermato che la ragione per la quale l’Iran ha abbandonato il tavolo delle trattative è proprio il dispiegamento di forze nella regione. “Non è possibile che ci siano minacce e pressioni e che allo stesso tempo si parli di dialogo” ha sottolineato l’Ambasciatore “non possiamo parlare con chi cerca di creare problemi”. Ravanchi ha poi rincarato la dose dicendo che gli Stati Uniti vogliono “intimidire l’Iran e al contempo chiedono un dialogo, che tipo di dialogo è? Non può essere considerato un dialogo serio. Sembra che i falchi a Washington non siano assolutamente interessati al dialogo perché basta guardare a come parlano dell’Iran”.

C’è stato ampio spazio anche per le recriminazioni sui rapporti di intelligence, che Ravanchi considera falsi. Già in precedenza l’ambasciatore aveva bollato come “accuse false” le rivelazioni del New York Times secondo le quali ci sarebbero delle immagini satellitari che ritrarrebbero dei container per missili montati su piccole imbarcazioni dei Guardiani della Rivoluzione – i Pasdaran – nel Golfo e che sono all’origine della decisione della Casa Bianca di dare il via all’escalation militare lanciando continui allarmi sulla possibile minaccia di attacchi iraniani.

Alla domanda del cronista della Cbs, che gli chiede se negasse o meno la presenza di tali missili evidenziata dall’intelligence Usa, Ravanchi risponde che l’Iran non lancia missili da piccole imbarcazioni e che “fintanto che non divulgano pubblicamente queste presunte immagini non c’è motivo di affermare se queste siano credibili o meno”.

La “fake intelligence”: un mezzo per sfornare casus belli

Non sarebbe certo la prima volta che si sia fatto ricorso a false informazioni di intelligence per giustificare – anche ex post – un attacco militare. Ricordiamo tutti quando, nel 2003, Stati Uniti e Regno Unito – il Regno Unito del liberalissimo e progressista Tony Blair – fornirono alla comunità internazionale false prove di intelligence sulla presenza di armi di distruzione di massa nell’Iraq di Saddam Hussein per giustificare l’attacco che poi portò alla caduta del Rais e alla sua condanna a morte.

Un Paese attanagliato dall’embargo e le cui Forze Armate erano solo un pallido riflesso di quelle che presero parte alla Prima Guerra del Golfo (1991). Basterebbe raffrontare i dati dei velivoli della Coalizione abbattuti nelle due occasioni per capire quanto fosse diverso l’Iraq del 2003 rispetto a quello del 1991 in fatto di capacità militare. Del resto le armi di distruzione di massa non sono mai state trovate dalle forze degli Usa e dei suoi alleati che hanno occupato la totalità del territorio iracheno.

Questo ovviamente non significa che Saddam Hussein fosse un leader illuminato: la storia dell’Iraq è piena di episodi in cui il Rais è ricorso ai gas per eliminare le sacche di ribellione, soprattutto curde, ma sono fatti risalenti ad un altro periodo, ben lontano rispetto al 2003.

Lo stesso modus operandi è stato tentato anche con la Siria di Bashar al-Assad. Periodicamente, nel corso della guerra civile che insanguina il Paese dal 2011, si sono riproposte accuse di utilizzo di armi chimiche da parte del regime siriano nei confronti della popolazione civile.

La maggior parte di queste accuse non ha trovato riscontri e anzi, in più di un caso, è stato provato come le armi chimiche – principalmente a base di cloro ma non solo – siano state usate dai terroristi dell’Isis.

Ora. Le armi chimiche siriano sono state una realtà ben nota, ma Damasco ha barattato il suo arsenale in cambio dell’assicurazione internazionale di non vedere il suo regime sovvertito e queste sono state distrutte – per la maggior parte – sotto controllo russo e degli ispettori dell’Onu.

Sarebbe però ingenuo pensare che un Paese come la Siria, che oltre ad avere nemici interni al regime ha anche forti nemici esterni come Israele o l’Arabia Saudita, rinunci in toto all’unico suo efficace strumento di deterrenza che gli permetterebbe di porre in atto un efficace attacco di ritorsione.

Chi scrive è convinto che, qua e là, vi siano ancora dei depositi di armi chimiche, come testimonia il fatto che alcuni di essi siano finiti nelle mani dei terroristi del Califfato che poi le hanno usate montando ad arte una sceneggiatura atta a screditare il regime agli occhi della comunità internazionale, ma ritiene impensabile che al-Assad, soprattutto da quando è intervenuta la Russia nel conflitto, sia così sciocco da usarli per eliminare sacche di ribelli con inutile spargimento di sangue da parte dei civili.

Anche in Siria, quindi, la costruzione di “fake intelligence” ha provocato attacchi di ritorsione da parte della Coalizione a guida Usa. Attacchi su presunti depositi e fabbriche che, però, non hanno mai evidenziato lo stoccaggio di armamento chimico: nessun residuo di aggressivi è stato mai trovato post attacco.

Nella lista di “fake intelligence” c’è anche la Libia di Gheddafi. Nell’imminenza dell’attacco alleato che portò al rovesciamento e alla barbara uccisione del leader libico, circolò la notizia “da fonti di intelligence” di gigantesche fosse comuni dove sarebbero stati sepolti gli oppositori eliminati dal regime. Anche questa volta, una volta sovvertito il governo di Tripoli, nessuna traccia di tali fosse fu trovata, sebbene, è doveroso ricordarlo, ci fu un’importante rivolta di dissidenti – e criminali comuni – nel carcere di Abu Salim (1996) che fu soffocata nel sangue.

La notizia della scoperta delle fosse comuni (2011), provocò ulteriormente la ribellione popolare; ribellione già innescata dalla potenze occidentali: Francia, Stati Uniti e Regno Unito.

Qual è il crocevia del mondo di domani?
È lì che vogliamo portarvi