SOGNI DI DIVENTARE FOTOREPORTER?
FALLO CON NOI
Guerra /

Secondo quanto riferito anche dai media israeliani e da Asharq Al-Awsat, un quotidiano saudita ma con sede a Londra, caccia F-35I “Adir” di Israele hanno bombardato obiettivi iraniani in Iraq per ben due volte durante gli ultimi 10 giorni.

Tel Aviv ha fin’ora condotto incursioni aeree solo in Siria per colpire obiettivi di Hezbollah e delle milizie sciite filoiraniane che stanno combattendo l’Is ma che vengono viste come una seria minaccia per la sicurezza di Israele, e gli attacchi di questo mese in Iraq rappresentano il primo caso simile dal 1981, quando caccia F-16 scortati da F-15 della Idf (Israeli Defense Force) hanno bombardato un reattore nucleare in costruzione (Operazione Opera o Babilonia).

I raid israeliani in Iraq

Il 19 luglio un deposito di razzi delle milizie sciite è stata colpito da un raid aereo che sulle prime si pensava fosse stato condotto con l’utilizzo di droni da combattimento (Ucav). Durante una recente dichiarazione video il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva lasciato intendere che l’attacco alla base irachena fosse stato condotto da forze israeliane senza però ammetterlo apertamente né specificarne la natura. Successivamente fonti locali hanno sollevato il sospetto che l’attacco fosse di matrice israeliana, mentre ora arriva la notizia che non sarebbero stati dei droni ma i nuovi cacciabombardieri F-35 a colpire il deposito che si trova a nord di Baghdad.

La settimana scorsa ad essere colpita dalla Idf è stata la Siria: un’incursione aerea ha colpito obiettivi iraniani a Tal al-Hara nei dintorni di Daraa, nel sud del Paese.

Successivamente, domenica scorsa, è stata la base irachena di Ashraf, sita a 80 chilometri dal confine iraniano e a 40 da Baghdad e già utilizzata dai Mujahedin del Popolo dell’Iran, a venire colpita: secondo le fonti di Asharq Al-Awsat il raid ha eliminato consiglieri militari iraniani e una spedizione di missili balistici non meglio identificati che era stata recentemente consegnata in Iraq alle forze sciite filoiraniane.

Entrambe le incursioni su suolo iracheno non sono state confermate per il momento da Tel Aviv.

Una guerra non dichiarata

Possiamo dire che, di fatto, Israele sia in guerra con l’Iran avendo per la prima volta ampliato il proprio raggio d’azione che non si limita più al suo “cortile di casa”, la Siria, ma è arrivato a toccare anche l’Iraq. Una guerra non dichiarata tra Tel Aviv e Teheran che viene combattuta con mezzi diversi da entrambi i contendenti: da un lato Israele afferma il proprio diritto di utilizzare le proprie Forze Armate, in questo caso l’aviazione, per colpire ovunque in Medio Oriente obiettivi iraniani, dall’altro l’Iran, che utilizza i suoi proxyHezbollah e le milizie della Forza Quds – non solo per combattere l’Is ma, all’occorrenza per lanciare attacchi missilistici sul territorio israeliano.

L’attacco israeliano in Iraq rappresenta certamente un passo in avanti nell’escalation del conflitto asimmetrico tra i due Paesi coinvolgendo per la prima volta un Paese che, benché a maggioranza sciita, gravita nella sfera di influenza americana. Non è infatti un caso che Israele abbia usato proprio gli F-35 e non i suoi F-16, che pure vengono usati per gli attacchi in Siria: oltre ad essere fuori dall’occhio indiscreto dei radar russi della bolla A2/AD di Tartus/Khmeimim, quella parte di Iraq offre un’ottima occasione per testare gli F-35 sotto controllo “amico”, se pure risulta che gli Adir con la stella di Davide, nel marzo 2018, abbiano violato lo spazio aereo iraniano, sorvolando la capitale Teheran e altre città, incluso il porto di Bandar Abbas che è lungo lo Stretto di Hormuz, e dopo aver preso immagini delle installazioni militari, siano ritornati alla base senza essere scoperti.

Azione questa, che avrebbe portato alla cacciata all’inizio di luglio del capo dell’Aeronautica Militare dell’Iran, il generale Farzad Ismail che ne era il comandante dal 2010. Il generale avrebbe tentato, infatti, di nascondere al regime degli Ayatollah l’azione israeliana del marzo scorso.

La postura di Israele verso l’Iran e verso i suoi interessi si è fatta quindi molto più aggressiva rispetto al passato e questo per fronteggiare la sempre maggiore penetrazione di Teheran, attraverso milizie sciite che vengono regolarmente rifornite di armi, in quel settore di Medio Oriente che va dal Libano sino all’Iran passando dalla Siria e dall’Iraq che, secondo i progetti degli Ayatollah, dovrebbe diventare una “mezzaluna sciita”.

In questa lotta Israele ha più volte fatto notare ai suoi alleati, ed in particolare agli Stati Uniti, che è stato lasciato solo: le parole del ministro per la cooperazione regionale, Tzachi Hanegbi, “da due anni Israele è l’unico paese che sta uccidendo iraniani” vanno appunto intese in tal senso.

Ecco perché l’escalation delle forze americane e alleate nel Golfo, l’acuirsi delle tensioni per le petroliere nello Stretto di Hormuz, e un possibile attacco Usa all’Iran, che nonostante sia improbabile stante la strategia di Washington non è da escludere totalmente, sarebbe un toccasana per le aspirazioni di Tel Aviv di eliminare totalmente la minaccia iraniana.