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Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, durante la campagna elettorale, ha varie volte ribadito l’importanza di porre fine alla guerra in Yemen, guerra che, ha affermato, è stata causa di “una catastrofe umanitaria e strategica” e che gli Stati Uniti devono impegnarsi a concludere tagliando “ogni tipo di supporto, inclusa la vendita di armi”.

Tuttavia, come fa notare un approfondimento pubblicato sulla rivista Foreign Affairs, porre fine a questo conflitto richiede più di una semplice ritirata dal territorio, data la profonda complessità della situazione.

L’articolo mette in guardia dalla prospettiva di raggiungere un accordo sbrigativo, che porterebbe ad una pace precaria, e guarda invece con speranza alla recente nomina del diplomatico svedese Hans Grundberg come inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen che potrebbe significare un radicale cambio di prospettiva della comunità internazionale. Sarà infatti necessario rivalutare la comprensione che si ha di questo conflitto, delle sue dinamiche regionali e internazionali e, solo successivamente, si potrà intraprendere un nuovo dialogo a livello diplomatico.

D’altra parte, se qualcosa insegna il modello afghano è che non esistono vuoti di potere ed è dunque fondamentale, come si legge nell’articolo, “che i diplomatici mettano da parte la speranza di una risoluzione repentina e sviluppino un approccio che riconosca la complessa natura multipartitica del conflitto”.

La complessità del conflitto

La guerra civile dello Yemen è iniziata circa sei anni fa, a seguito di un colpo di Stato da parte degli Huthi, militanti sciiti zaiditi che controllano la capitale Sana’a, alleati allora con Ali Abdullah Saleh, ex presidente dello Yemen, contro il governo in carica guidato da Abd Rabbuh Mansur Hadi. Nel 2015 il conflitto diviene internazionale, e assai più sanguinoso, a seguito dell’intervento dell’Arabia Saudita che, postasi a capo di una coalizione di Stati tra i quali gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e il Pakistan, e trovando anche l’appoggio di Stati Uniti e Francia, ha appoggiato la coalizione nemica degli Huthi, i quali d’altra parte si sono col tempo avvicinati all’Iran.

È però importante sottolineare che, nonostante l’entrata nel conflitto di altre potenze, secondo quanto si legge su Foreign Affairs, “né l’Iran, né l’Arabia Saudita, né gli Emirati Arabi Uniti guidano ogni mossa dei loro presunti proxy yemeniti”, i quali avrebbero mantenuto una forte autonomia decisionale. Per quanto riguarda l’Iran e le milizie degli Huthi, come si legge su un articolo del Washington Post dello scorso giugno, “[…] gli esperti della rete di proxy dell’Iran dicono che gli Huthi sono tra i meno dipendenti da Teheran per il sostegno finanziario e militare e per il processo decisionale”, e allo stesso modo, sarebbe azzardato attribuire un’uniformità di intenti tra la coalizione guidata dall’Arabia Saudita e le milizie che si oppongono agli Huthi.

Ad oggi, le forze coinvolte nel conflitto sono più frammentate che mai e le battaglie portate avanti sono tutt’altro che lineari. Ad esempio, all’inizio del 2020 gli Huthi, lungi dal combattere solo contro le forze filo-governative, hanno puntato alla presa di Marib, città controllata da gruppi tribali locali, mentre i gruppi yemeniti anti- Huthi hanno spesso trovato motivo di conflitto con la coalizione guidata dall’Arabia Saudita.

Tentativi diplomatici

Alla luce di questa complessità, Foreign Affairs evidenzia come l’approccio internazionale sia rimasto invece pressoché statico. Certo, la nomina di Timothy Lenderking come inviato speciale degli Stati Uniti questo aprile e il conseguente riconoscimento, in segno di distensione, degli Huthi, che nel 2017 erano stati designati gruppo terrorista da Washington, come legittima forza politica, sono chiari segnali di apertura.

Tuttavia, gli Usa, cercando di mediare un accordo di cessate il fuoco fra i soli Huthi e Hadi, non riescono ad uscire da una prospettiva bipartisian di risoluzione del conflitto. Questo approccio non tiene infatti conto della varietà delle parti coinvolte e pone in primo piano unicamente gli interessi degli Huthi, di Hadi e dei sauditi, i quali da tempo sono alquanto restii a scendere a compromessi.

Questo distacco dalla realtà riflette le miopi discussioni in seno a Washington. Molti sono favorevoli a un maggiore impegno militare che possa frenare le mire espansionistiche degli Huthi e altri, convinti che il conflitto sia inquadrabile come una guerra tra gli Huthi e l’Arabia Saudita alleata con le fazioni yemenite filogovernative, auspicano una pace negoziata tra queste forze. La prima prospettiva risulta inverosimile date le conseguenze disastrose del coinvolgimento nel conflitto degli Stati Uniti negli scorsi anni, mentre la seconda, escludendo dal tavolo delle trattative diverse forze in campo, rischierebbero di condurre il Paese verso una guerra altrettanto devastante.

Nuove prospettive di pace

La nomina di Grundberg come inviato speciale delle Nazioni Unite in Yemen fa auspicare nuove prospettive diplomatiche che riescano a portare diverse fazioni al tavolo delle trattative. “Aggiungere altre parti ai negoziati non renderà necessariamente più facile la vita dei diplomatici nel breve termine. Ma un’espansione dei colloqui rifletterebbe la realtà attuale dello Yemen e renderebbe così più sostenibile un accordo politico”, continua Foreign Affairs. “Un approccio internazionale adeguato è certo necessario, ma non sarà un algoritmo magico in grado di porre fine al conflitto. Questa è forse una notizia frustrante per l’establishment della politica estera americana,desiderosa di accelerare una soluzione agli intricati problemi del Paese. Ma continuare con la stessa strategia diplomatica, basata su una comprensione obsoleta del conflitto, è una ricetta per il disastro”.

In quest’ottica, la questione della pace viene posta non come un problema strategico limitato al ritiro delle truppe o alla sospensione di ogni sostegno economico, ma come una prospettiva seria e reale di invito al dialogo e all’attenzione per tutti gli interessi in gioco. Ché, d’altra parte, la pace non è un qualcosa di dato una volta per sempre.

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