La Difesa italiana si trova in una situazione molto complessa. Divisa tra due diversi orientamenti: da un lato, la vocazione atlantica su cui ha notevolmente investito Leonardo, dall’altra quello diretto verso il rafforzamento dell’industria europea del settore, che rappresenta la grande scommessa di Fincantieri. I due orientamenti possono essere gestiti con un certo margine di flessibilità e con un gradiente di complementarietà, ma sul lungo periodo Roma dovrà, per necessità di ordine strategico, scegliere a quale dare priorità.

In particolare, l’Italia deve capire quali sono gli ambiti in cui lo spazio di manovra per il nostro sistema industriale, militare e tecnologico sono maggiori e in cui i settori a massimo valore aggiunto possono essere maggiormente battuti dal nostro comparto della Difesa. Le ricadute industriali, politiche e strategiche possono variare, in questo contesto, notevolmente.

Per l’Italia gli ultimi mesi hanno insegnato che le maggiori prospettive in tal senso sono rintracciabili nella direttrice atlantica: la recente vittoria di Leonardo in una gara d’appalto per la consegna all’Us Navy di 130 elicotteri, dal valore complessivo di 650 milioni di dollari, contro agguerriti concorrenti (Bell e Airbus) ne dà piena testimonianza. Analogamente, la partecipazione dell’Italia al programma britannico Tempest per un nuovo caccia di sesta generazione offre alle succursali locali dell’erede di Finmeccanica ampie prospettive di sviluppo.

Diversa la situazione sul fronte della neocostituita Naviris, la joint venture di Fincantieri e della francese Naval Group, che ha recentemente avviato i suoi lavori.

Per l’Italia la prospettiva di un’alleanza in campo di cantieristica navale con Parigi è interessante, ma deve spronare un’evoluzione dei comparti strategici del sistema Paese per essere pienamente efficiente. Naval Group beneficia infatti della sua integrazione con il colosso degli armamenti Thales, che detiene al suo interno il 35% del capitale. Diversa è la situazione in Italia dove a Fincantieri e Leonardo manca un’integrazione tanto stretta. In ogni caso, scrive StartMag“l’idea francese è quella di ottenere la torta più grande possibile da condividere. Per la precisione, Naval Group, essendo controllata da Thales Group, ha tutto l’interesse a promuovere i prodotti del sistemista francese, socio di Leonardo-Finmeccanica in Thales Alenia Space ma ferrea concorrente del gruppo italiano in quasi tutti gli altri settori”.

La difesa comune europea sembra destinata a essere affare a guida franco-tedesca, e il posizionamento transalpino negli accordi strategici sottoscritti lo lascia intuire. Per Roma, ora, si impongono due scelte: o favorire un’analoga convergenza tra Leonardo e Fincantieri per costruire un “campione nazionale” paragonabile a quelli francesi oppure, in caso di proseguimento dell’ambiguità strategica tra asse atlantico e centro europeo, procedere a un’analisi costi-benefici approfondita, che i fatti testimoniano destinata a premiare il primo.

Nello scorso gennaio, ai tempi del governo gialloverde, l’ipotesi di una fusione tra i due big della Difesa è stata respinta dal Presidente del Consiglio Conte, che non ha voluto turbare le acque di due società quotate in borsa, ma al tempo stesso il fatto che se ne sia parlato significa che l’ipotesi è balenata in mente ai rispettivi management. Per Leonardo, in particolar modo, la fusione con Fincantieri porterebbe direttamente nel sempre più attivo settore marittimo.

Da verificare, in ogni caso, l’eventualità politica, dato che le diverse tipologie di approccio rivelano diverse ambizioni geostrategiche: Fincantieri appare più orientata su una strategia di business orientata all’Europa e alla Cina mentre Leonardo, specie per espressione del Presidente Gianni De Gennaro, custodisce negli apparati industriali pubblici l’ortodossia atlantica. All’ex direttore generale di pubblica sicurezza e capo del Dis fanno riferimento le nuove figure inserite nei quadri aziendali nel corso del suo mandato, che rafforzano l’impostazione filo-statunitense. Nel novero si segnalano il fondatore di Formiche e direttore del Centro Studi Americani Paolo Messa, da fine 2018 alla guida degli affari istituzionali, e Enrico Savio, ex numero due del Dis incaricato di tracciare le strategie di marketing e intelligence. La vicinanza agli Usa è, al tempo stesso, garanzia industriale per l’ex Finmeccanica, che può operare in contesti, come la Turchia, su cui la vigilanza americana sulla trasmissione di brevetti e componenti tecnologiche si fa sempre più stringente.

Componentistica, progetti di rilevanza strategica, sviluppo di settori come l’elettronica integrata degli armamenti e, soprattutto, il settore dell’aeronautica spingono perché l’Italia approfondisca il suo ruolo nell’integrazione dell’industria anglo-americana della Difesa; la cantieristica navale, invece, è maggiormente europeista, ma non dà reali garanzie per la creazione di dividendi a lungo raggio nei campi precedentemente citati. A cavallo tra i due settori lo spazio: in Europa l’Italia si sta conformando sempre di più al ruolo di grande player del settore dell’esplorazione spaziale, proseguendo nell’espansione delle attività dell’Esa, forte del ruolo di aziende dinamiche come Avio, mentre Leonardo ha abilmente espanso le sue attività nel settore anche oltre Atlantico rilevando la filiale canadese di Maxar e rafforzando la partecipazione al programma satellitare NorthStar Earth & Space.

Lo spazio, in questo contesto, insegna che fondamentalmente l’obiettivo è riuscire a pensare in maniera sistemica. Ricordando che gli investimenti in Difesa e aerospazio sono cruciali per la sicurezza nazionale e per la capacità dell’Italia di competere in un mondo sempre più inquieto e minaccioso. È dunque nell’interesse nazionale la costituzione di campioni nazionali attivi, dinamici e capaci di partecipare ai mercati internazionali del settore. Mantenendo però nel nostro Paese i centri d’accumulazione di conoscenza, best practices e il cervello strategico del settore. La vera garanzia di autonomia in quest’ambito.

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