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Gli Stati Uniti vogliono che gli alleati europei acquistino grandi quantità di armi per l’Ucraina e per la propria difesa. Per quanto riguarda la spesa militare, Donald Trump ha informato gli europei che la cifra giusta da destinare del loro PIL è il 5%, ovvero 915 miliardi di euro all’anno – rispetto agli attuali 345 miliardi dei Paesi UE. Il segretario dell’Alleanza Atlantica, Mark Rutte, si è detto d’accordo, spiegando che il contesto geopolitico impone una mentalità bellica. È l’occasione per un nuovo piano industriale europeo che permetta di cogliere nel continetne due piccioni con una fava, ossia il rilancio dell’occupazione e una maggiore deterrenza verso Mosca?

Questo cambiamento, oltre che traumatico, non è così semplice. La Casa Bianca ha messo in chiaro fin da subito che le armi da comprare già ci sono, e le produce l’America: gli F-16, i carri Bradley e i missili ATACMS, tanto per dire. La rottura col passato recente non vorrebbe dire più indipendenza economica europea, ma più soldi per la base industriale a stelle a strisce. Del resto, all’epoca, già l’amministrazione di Joe Biden aveva sottolineato che la spesa bellica dell’Ucraina in realtà stava avvantaggiando gli Stati Uniti: i missili Patriot sono fabbricati in Arizona, i Javelin in Alabama, i proiettili di artiglieria in Ohio, Pennsylvania e Texas. Mettendo la mano alla spesa dopo decenni di austerità, l’Unione Europea potrebbe finalmente risolvere una delle radici della rivolta populista: il declassamento dell’operaio della Rust Belt.

Uno dei motivi che finora ha limitato l’intraprendenza europea, secondo Bloomberg, è il fatto che qualunque stimolo economico derivante dal riarmo dell’UE sarebbe tarpato dal fatto che l’Europa acquista gran parte del suo equipaggiamento militare da fornitori statunitensi. Nel suo rapporto sulla competitività, l’ex presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ha stimato che il 78% degli acquisti bellici proviene da produzione esterna all’UE—e il 63% solo dagli Stati Uniti. Qualunque effetto “moltiplicatore” di una spesa maggiore sulla crescita sarebbe limitato. In altre parole, mentre l’Europa rischia di smantellare il proprio modello sociale per rafforzare la propria sicurezza, i principali beneficiari sarebbero le industrie militari della Virginia e dell’area di Washington D.C.

Lo storico belga Anton Jäger ha sottolineato il paradosso di questa dinamica: ciò che viene venduto come una nuova indipendenza europea è in realtà una dipendenza ancora più marcata dagli Stati Uniti. Il problema principale è che, per decenni, le élite politiche europee non hanno neppure preso in considerazione l’eventualità di dover affrontare il futuro senza la protezione statunitense, o persino un’America ostile. Oggi l’alleanza Nato non viene smantellata da nemici esterni, ma è minata dall’interno, e il Vecchio Continente non ha visto arrivare questa crisi. Nessun piano è stato predisposto per affrontare una crisi in cui gli Stati Uniti si disimpegnano dall’Europa o addirittura si alleano con regimi autocratici, come dimostra il voto all’Onu dove Washington si è schierata con Russia, Iran, Corea del Nord e Israele.

Questo vuoto strategico è ancora più evidente in Italia, dove si è promossa spesso nei discorsi della politica mainstream la creazione di una difesa comune europea, accompagnandola però a una visione a dir poco zuccherosa, veltroniana dell’influenza statunitense sull’Italia. Il Partito Democratico ha il suo interno una corrente atlantista estrema, molto rumorosa, rappresentata da Paolo Gentiloni, Lorenzo Guerini e Pina Picierno, ma anche le componenti più di sinistra del partito sono state silenti per decenni sulla crisi d’identità dell’altra parte dell’Atlantico. L’errore strategico è stato credere che l’alleanza con Washington fosse eterna e immutabile.

Sebbene sia difficile essere ottimisti, la debolezza strutturale della Russia e la compattezza dell’opinione pubblica esteuropea contro il Cremlino offre una possibilità di riscatto. L’Europa possiede la ricchezza necessaria per resistere e vincere, a patto che trovi la volontà politica e il sostegno popolare per mobilitare le proprie risorse. Questo richiede anche un approccio creativo alla diplomazia, un riconoscimento degli errori commessi e l’immaginazione di una piattaforma di convivenza con Mosca.

L’esperto di politica internazionale Stephen Wertheim, della Columbia University e del Carnegie Endowment for International Peace. sostiene che spingere per una maggiore spesa militare europea, ma rimanere dipendenti dagli USA, sarebbe un errore. Invece, l’Europa dovrebbe sviluppare capacità militari autonome e ridurre la presenza di truppe americane sul suo territorio, in cambio di un impegno statunitense a rimanere nella Nato per una transizione di sicurezza graduale. Inoltre, l’Ucraina non dovrebbe fare affidamento su garanzie di sicurezza statunitensi, ma continuare a rafforzare le proprie difese e assicurarsi il sostegno occidentale in caso di una nuova invasione russa.

“Se i leader europei si fissano sull’idea di accontentare Trump, otterranno una vittoria di Pirro”, scrive Wertheim. “Spenderanno di più per i loro eserciti, ma acquisteranno prodotti statunitensi e rimarranno dipendenti dagli Stati Uniti per le capacità di combattimento, il personale e la leadership”.

La sicurezza europea deve essere garantita dagli europei stessi, come è stato per decenni, senza illudersi di una protezione esterna che potrebbe rivelarsi un miraggio. Il primo passo per raggiungere questo obiettivo è abbandonare le illusioni e il conforto dei luoghi comuni sull’America. Quando il mondo cambia radicalmente, le persone tendono a rifugiarsi nel passato. Ma la verità è che la tragedia ucraina richiede una risposta pragmatica e innovativa.

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