Etiopia, l’alleanza contro Abiy che rischia di regionalizzare la guerra in Sudan

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Domenica 20 settembre sette gruppi armati e politici etiopi hanno annunciato la nascita della Coalizione delle Forze Popolari Etiopi per la Sopravvivenza, un’alleanza che ha come obiettivo principale quello di rovesciare il governo di Abiy Ahmed. L’annuncio è stato letto in diretta su Tigrai Tv dal presidente del Movimento Nazionale Amhara Fano, Zemene Kassie. L’alleanza mette insieme il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (Tplf), lo stesso Fano, l’Esercito di Liberazione Oromo (Ola), il Fronte di Liberazione Nazionale Ogaden (Onlf) e tre movimenti attivi nelle regioni di Afar e Benishangul-Gumuz. Tigrai Tv, che ha dato l’annuncio, è stata sospesa a tempo indeterminato dalla Ethiopian Media Authority.

La cosa sorprendente è che alcuni di questi gruppi, in passato, si sono combattuti tra di loro: durante la guerra del Tigray del 2020-2022, per esempio, Tplf e Fano erano su fronti opposti e le milizie amhara sostenevano l’esercito federale contro i ribelli tigrini. La riconciliazione non significa che ci sia ancora un comando militare unificato, viste le profonde divergenze, tanto che l’Ola aveva chiarito che l’intesa doveva intendersi come “procedurale” e non come accordo definitivo sul futuro assetto del Paese.

Il confine con il Sudan

L’alleanza tra i gruppi della coalizione contro il governo centrale pone degli interrogativi anche sul futuro della guerra in Sudan. Fano e i movimenti del Benishngul-Gumuz, infatti, sono attivi proprio nella fascia di confine che il governo sudanese indica da mesi come base logistica delle Forze di supporto rapido (Rsf) di Hemedti. Un commissario sudanese ha fornito coordinate precise: il campo principale, peraltro chiamato “Fano”, si troverebbe a circa 40 chilometri oltre il confine con Kurmuk; altri due siti, Dabbious e Abramo, sorgerebbero a sud-ovest della città etiope di Asosa, nel Benishangul-Gumuz; una quarta località, Jabal al-Dush, a 30 chilometri da Kurmuk, ospiterebbe strutture per il lancio di droni. Addis Abeba nega, tanto quanto Abu Dhabi respinge ogni accusa di supporto militare alle Rsf. Già a febbraio, però, un’inchiesta pubblicata da Reuters aveva rivelato l’esistenza di un campo segreto in territorio etiope destinato all’addestramento di paramilitari delle Rsf. Secondo quel report, il campo ospitava a gennaio 2026 circa 4.300 reclute.

Sul terreno, l’intreccio è già visibile. Durante la campagna del Blue Nile, le Rsf e il movimento SPLM-N di al-Hilu avrebbero condotto, secondo un funzionario di Khartoum, attacchi contro le posizioni dell’esercito sudanese partendo proprio dal territorio etiope dove sorgerebbero i campi di addestramento. Khartoum accusa inoltre l’Etiopia di appoggiare le Rsf anche con attacchi di droni che partono dal suolo etiope. Addis Abeba respinge tutte le accuse, le quali, allo stato attuale, non sono state verificate in modo indipendente.

Un ulteriore indebolimento del controllo federale su questa fascia di confine, se si dovesse aprire un forte interno su larga scala in Etiopia, potrebbe avere due esiti opposti per Khartoum. Da una parte, le rotte di rifornimento delle Rsf denunciate dal governo sudanese potrebbero essere interrotte o disturbate. Dall’altra, ed è ciò che più danneggerebbe il Sudan, potrebbe rendere quell’area ancora più opaca e fuori controllo, con miliziani, droni e armi che si muovono liberamente su entrambi i lati del confine, senza che nessuno Stato eserciti un’autorità effettiva.

Nilo, GERD e guerra per procura

Il quadro si complica ulteriormente se si guarda alla partita del Nilo. Il conflitto sudanese può già leggersi come guerra per procura su scala regionale: l’esercito di al-Burhan è sostenuto infatti anche dall’Egitto, mentre le Rsf di Hemedti, stando alle accuse di Khartoum e di numerose inchieste internazionali, anche dall’Etiopia, in un contesto già incancrenito dalla disputa sulla Grande Diga della Rinascita Etiope (GERD). La diga regola il flusso del Nilo Azzurro verso Egitto e Sudan, e Il Cairo e Khartum hanno più volte denunciato congiuntamente che la GERD rappresenta una minaccia alla stabilità del bacino, coordinando le proprie posizioni anche sul piano della sicurezza. A completare lo scacchiere ci sono poi gli Emirati Arabi Uniti, principali sostenitori militari, logistici e finanziari delle Rsf e interessati all’oro sudanese e al controllo strategico del Mar Rosso, che secondo diverse inchieste userebbero proprio il territorio etiope come piattaforma logistica per i propri interessi in Sudan e nel Corno d’Africa.

Scenari possibili

Tre variabili meritano attenzione nelle prossime settimane. Primo: se la coalizione riuscirà a intaccare davvero il controllo governativo sul Benishngul-Gumuz e sull’Amhara occidentali, con effetti diretti sulla presunta rete di sostegno alle Rsf. Secondo: il rischio di un’ulteriore zona grigia transfrontaliera, in un’area già segnata dagli scontri tra Rsf, SPLM-N ed esercito sudanese nel Blue Nile. Terzo: come reagiranno Egitto e Sudan (che finora non hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche sulla coalizione) e come ricalibreranno la loro strategia su GERD e sponsor regionali nel caso in cui Abiy Ahmed dovesse uscirne politicamente indebolito.

Fonti