Un nuovo misterioso incidente ha coinvolto l’Iran: tra le cinque e le sette navi alla fonda nel porto di Bushehr hanno preso fuoco. Ancora da accertare le cause del grave incidente che ha coinvolto uno dei principali porti del Paese, base della Marina iraniana e soprattutto sede di una delle centrali legate al programma nucleare iraniano dal 2010. Ma i danni sono ingenti e l’Iran piomba di nuovo in una situazione di terrore, visto che questo rogo di Bushehr è l’ultimo di una lunga serie di episodi misteriosi che ha colpito il territorio iraniano e che ha coinvolto i centri più importanti dei due programmi più bollenti della Repubblica islamica: quello missilistico e quello nucleare.

La scia di esplosioni

Una lunga scia di incidenti su cui Teheran ha fatto calare una sorta di cortina di fumo. Ammettendo – inevitabilmente – la loro esistenza, ma non confessandone mai l’origine né i sospetti. Almeno non pubblicamente. Solo l’incidente più grave, quello che ha coinvolto il centro di Natanz, è stato seguito da una strana ammissione sulle cause, che da Teheran hanno ritenuto talmente importanti da renderle pubbliche. Interrogati sulle origini dell’incendio che ha distrutto uno dei siti più importanti del programma nucleare iraniano, i funzionari del governo hanno preferito dire che sarà reso tutto pubblico a tempo debito, senza rivelare nulla “per motivi di sicurezza”. Un segnale che secondo molti analisti sarebbe la conferma che dietro questa scia di esplosioni e incendi non ci sia la casualità, ma una o più mani sapientemente organizzate per lanciare dei messaggi alle alte sfere della Repubblica islamica.

Infografica a cura di Alberto Bellotto

L’incendio di Natanz ha cambiato qualcosa nella narrazione di Teheran. In un primo momento l’Iran ha scelto una strategia di ammissione degli episodi ma senza parlare di sabotaggio. Ha subito dichiarato l’esistenza degli incidenti ma non ha mai fatto trapelare più della cronaca: un metodo di informazione chiaro con cui le autorità iraniane hanno evitato gli attacchi sul fronte della censura ma cercando di incanalare il più possibile l’opinione pubblica all’interno del solco tracciato dalla Repubblica islamica. Prima con Parchin, poi con la clinica di Teheran, poi con la centrale elettrica Sehahid Medhaj Power Plant (Zargan), l’Iran ha sempre mandato avanti l’ipotesi di incendi di natura casuale, il più delle volte come effetti di “perdite di gas”. Una giustificazione resa plausibile dalla presenza di depositi di carburante, ma che non aiutava a comprendere come fosse possibile la serie di misteriosi incidenti così vicini tra loro e tutti in luoghi estremamente importanti.

Il problema Natanz

Impossibile, ad oggi, dire con certezza cosa ci sia dietro queste misteriose esplosioni. Tutti gli occhi puntano su Israele e sugli Stati Uniti che da qualche mese hanno avviato una politica di massima pressione su Teheran per portare il governo di Hassan Rouhani a cedere sul programma nucleare e su quello balistico. Il governo iraniano, fiaccato dalle sanzioni economiche, dal coronavirus, e da una serie di gravi episodi interni che ne hanno minato la fiducia, dovrebbe così essere condotto a un negoziato per porre fine alle sue velleità nucleari. Ipotesi in ogni caso estremamente complicata. Teheran sa che il suo piano di possedere le capacità di avere un’arma nucleare è parte di una strategia molto più ampia di assicurazione che gli permetta di essere in Medio Oriente la prima potenza nucleare insieme a Israele. In questo senso, il fatto che questi incidenti (o attacchi) siano giunti in un periodo in cui molti esperti parlavano di un Iran “a sei mesi” dall’avere una bomba atomica potrebbero essere il segnale di un cambio di passo. E infatti l’incendio di Natanz è arrivato quasi in contemporanea a un articolo di Elaph in cui si parlava di questa forte accelerazione del programma atomico di Teheran.

Un avvertimento seguito da un’esplosione che per gli esperti del programma iraniano ha avuto un effetto devastante: circa i tre quarti delle centrifughe presenti nel sito nucleare sono andate fuori uso, riportando la Repubblica islamica indietro di almeno un anno nella marcia per l’ottenimento della bomba.

Per questo motivo gli esperti hanno iniziato a concordare sulla possibilità di una grossa campagna di sabotaggio condotta probabilmente attraverso due metodologie: lo strumento cyber e quello più tradizionale attraverso ordigni piazzati nelle località vittime degli incendi. Alcuni seguono una terza pista, quella dell’attacco missilistico chirurgico dal cielo. Ma su questa possibilità, come riporta anche Guido Olimpio per il Corriere della Sera, c’è sempre il problema dell’imbarazzo che arrecherebbe alle gerarchie militari iraniane. Ed è difficile credere che ammetteranno mai un buco così clamorosa nel sistema di controllo dei cieli.

Restano in piedi le altre due strade: attacchi cibernetici condotti dalla Unit 8200 israeliana oppure dei sabotaggi messi in atto dal Mossad. Queste almeno le opzioni più accreditata al netto di eventuali interventi americani oppure di sabotaggi interni da parte di frange estremiste o di oppositori dell’attuale autorità iraniana. Quest’ultima possibilità sarebbe confermata da una rivendicazione dell’incendio di Natanz inviata alla Bbc da un gruppo noto come i Ghepardi della Madrepatria.

La strategia dietro il possibile sabotaggio

Dal punto di vista israeliano – che su questo si trova in perfetta sintonia con gli Stati Uniti e l’attuale amministrazione – colpire l’Iran prima che ottenga la bomba è una strategia che affonda le sue radici nella storia recente dello Stato ebraico. Fu il primo ministro Menachem Begin il primo a rendere operativo questo piano attraverso una dottrina che consiste nel ritenere pienamente legittimo qualsiasi tipo di intervento di Israele volto a prevenire la corsa al nucleare di Paesi nemici. Lo fece attraverso l’operazione Babilonia, per alcuni Opera, con cui nel 1981 una squadra di F-16 israeliani bombardò il reattore iracheno “Osirak” danneggiando definitivamente ogni programma nucleare di Baghdad. Una strategia usata nel 2007 in Siria, quando gli aerei israeliani rasero al suolo la centrale nucleare di Deir Ezzor mettendo definitivamente la parola fine al dossier atomico di Bashar al Assad. Il raid fu confermato solo molti anni più tardi ma indicò perfettamente fino a che punto fossero disposti ad arrivare gli strateghi israeliani. E nulla lascia credere che in questi anni, con l’Iran, abbiano cambiato posizione, come dimostrato dall’attacco cyber a Natanz nello scorso decennio o i recenti scontri – sempre di natura informatica – che hanno condotto a una vera e propria guerra sotterranea tra Teheran e Gerusalemme.

Condanna a morte e notizie dalla Cia

Sotto questo profilo, non sono da sottovalutare almeno tre informazioni estremamente interessanti trapelate da Stati Uniti, Iran e Israele. Nelle utile settimane, per la prima volta la Difesa israeliana ha pubblicamente conferito un riconoscimento alla Unit 8200 (l’unità di cyber war) per un attacco contro un obiettivo nemico, probabilmente quello condotto su Shahid Rajaee come rappresaglia per l’attacco iraniano alle strutture idriche dello Stato ebraico. Negli Stati Uniti, invece, Yahoo News ha rilanciato le indiscrezioni di un’alta fonte dei servizi segreti secondo cui Donald Trump avrebbe concesso da anni maggiori poteri alla Cia per realizzare attacchi informatici nel cuore dell’Iran ma anche operazioni cyber contro entità più o meno legate alle istituzioni iraniane, soprattutto ai Pasdaran. Infine, un giorno prima dell’incendio al cantiere di Bushehr, l’Iran ha annunciato la condanna a morte di un suo cittadino, Reza Asgari, accusato di aver ceduto agli americani documenti riguardanti il programma missilistico. Un’esecuzione che può servire al governo per mostrare il pugno di ferro in un momento di particolare instabilità interna, ma che può essere anche un ulteriore messaggio inviato agli Stati Uniti in questo enorme e complesso ring tra le due potenze.

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