Il segretario alla Difesa Mark Esper ha lanciato un avvertimento all’Iran: gli Stati Uniti sono pronti a intraprendere “azioni preventive” per proteggere il personale impegnato all’estero. Dichiarazioni arrivate a pochi giorni dall’assalto all’Ambasciata di Baghdad –del 31 dicembre scorso– da parte di miliziani dell’Hezbollah iracheno legati a doppio filo all’Iran, obbligando la Casa Bianca e il Pentagono a ordinare l’invio in Iraq di parte dell’82a divisione aerotrasportata per garantire la sicurezza della zona. Nel comunicato emesso dal Pentagono, però, viene sottolineato anche che l’intelligence statunitense ha suggerito di alzare il livello di allerta essendoci chiari segni di possibili attacchi o di provocazioni da parte di “gruppi sostenuti direttamente dall’Iran”.

Azioni in Iraq?

L’ipotesi di un attacco preventivo direttamente contro il territorio iraniano sembra però da escludere, specialmente perché questo significherebbe un atto di guerra vero e proprio che porterebbe a una escalation militare senza precedenti. Se il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha deciso di non procedere con un’azione militare quando è stato abbattuto un drone dalle forze iraniane sul Golfo Persico, difficilmente l’assedio dell’Ambasciata da parte di miliziani filo-Iran provocherà un attacco diretto contro Teheran. Probabilmente le “azioni preventive” minacciate da Mark Esper riguarderanno le formazioni di miliziani legati all’Iran disseminate in tutto il Medio Oriente e nella Penisola Arabica, specialmente in Siria, nello Yemen e in Iraq.

Proprio quest’ultimo sembra destinato a diventare un nuovo teatro di scontro “indiretto” tra Stati Uniti e Iran, che vede nel Paese confinante un potenziale terreno di infiltrazione politica nel tentativo di stabilire un governo vicino e collaborativo in ottica anti-americana. Difficilmente Washington cederà facilmente l’Iraq al “controllo” del ben più ingombrante (e pericoloso) Iran, soprattutto dopo l’ingente sforzo economico e militare compiuto per rovesciare il regime di Saddam Hussein e per stabilire un governo “stabile” e “fedele”. Ma l’emergere dell’Isis e la presenza di miliziani filo-iraniani in Iraq ha portato al mantenimento dell’impegno statunitense, specialmente per difendere i punti strategici del Paese e per colpire con attacchi aerei le strutture e le installazioni delle milizie sciite e islamiste.

Una partita a poker

Che l’Iraq sia uno dei nuovi “centri” delle politiche di sicurezza e di contrasto all’espansionismo iraniano non è una novità, ma le dichiarazioni di Esper rendono nuovamente chiare quali siano gli effettivi rischi. Gli Stati Uniti si sono detti pronti a mettere in atto azioni militari per prevenire nuovi attacchi, il che potrebbe portare Teheran a reagire qualora venissero colpiti punti di chiaro interesse nazionale. Una linea politica che potrebbe mirare anche a vedere quanto in realtà l’Iran è intenzionato a “tirare la corda” con gli Stati Uniti. Giudicando dalle parole del segretario alla Difesa l’assalto all’Ambasciata di Baghdad sarebbe stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, anche perché nel lungo comunicato viene ricordato come negli ultimi 2 mesi il numero di attacchi in Iraq sia aumentato esponenzialmente. La posizione dell’amministrazione Trump è stata finora quella di esortare il governo iracheno ad aumentare le misure di sicurezza, ma questa potrebbe cambiare presto e probabilmente, nelle prossime settimane, le postazioni dei miliziani filo-iraniani saranno poste sotto attacco.

Al tempo stesso, Esper ha chiesto anche ai partner locali e agli alleati occidentali di fare di più nel contrasto alle azioni destabilizzanti dell’Iran. Un appello inviato non solo ai Paesi che fanno parte della coalizione anti-Isis, ma anche a quelli impegnati alla missione Nato in Iraq per l’addestramento delle forze di sicurezza locali. Continuare su questa strada e aumentare la pressione economica sull’Iran devono essere i due imperativi per evitare un incremento delle interferenze di Teheran nel governo di Baghdad, ma soprattutto per far sì che aumenti la pressione interna sul regime degli ayatollah. Anche perché la speranza, e l’aspettativa, degli Stati Uniti rimane sempre quella di vedere un cambio di governo in Iran, senza doversi impegnare in maniera diretta in un conflitto che potrebbe avere ripercussioni mondiali.

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