Dopo oltre un mese di guerra il conflitto fra Iran da una parte e Stati Uniti ed Israele dall’altra, sta entrando in una nuova fase. Teheran ha fatto scendere in campo dall’inizio il movimento sciita di Hezbollah, aprendo in Libano un secondo fronte che potesse impegnare le forze di Tel Aviv. Adesso anche gli Houthi, il secondo proxy più organizzato ed armato della cosiddetta asse della resistenza, hanno cominciato a lanciare missili contro Israele. Questa tribù del nord dello Yemen controlla circa metà del paese e prima della tregua aveva bersagliato di lanci tutto il naviglio che aveva attraversato lo stretto di Bab el Mandeb in direzione del canale di Suez bloccando una via del commercio marittimo da cui passa oltre il 12% delle merci globali.
Da questo angusto braccio di mare, che divide l’Asia dall’Africa, transitano anche oltre sei milioni di barili di petrolio al giorno, tutti destinati al mercato europeo, già in estrema difficoltà per il blocco dello stretto di Hormuz da cui passano oltre 20 milioni di barili. La mossa Houthi è una scelta strategica dell’Iran che prima di sedersi al tavolo delle trattative vuole ampliare il fronte il più possibile. Mohammed Mansour è il ministro della Propaganda del governo provvisorio dei miliziani Houthi e rappresenta uno dei volti pubblici di questo regime.
Ministro Mansour ripetete sempre di essere al fianco dell’Iran che da un mese è sotto attacco e voi, a parte le proteste ufficiali, non avete fatto niente fino ad ora.
“La storia è fatta di scelte ed il nostro momento adesso è arrivato. Siamo scesi in campo lanciando subito un missile contro i sionisti che devono capire che perderanno la guerra. Abbiamo preso di mira il sud di Israele, ma adesso bersaglieremo Tel Aviv e tutta il paese. Noi lottiamo sia per fermare l’ingiusta e inaccettabile aggressione ai fratelli iraniani, che per liberare il popolo palestinese”.
Con questo attacco siete ufficialmente entrati in guerra aprendo un nuovo fronte.
“Sul tavolo ci sono molte opzioni, la prima è sicuramente bersagliare il territorio israeliano fino alla loro resa. Ma potremmo bloccare Bab el Mandeb fermando tutto il traffico marittimo che va verso Suez, abbiamo riserve missilistiche infinite e nessuno senza il nostro permesso navigherà fra Asia ed Europa. Una opzione è anche l’attacco ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, due nazioni che sono da sempre nostri nemici e che appoggiano il falso governo yemenita di Aden”.
Qual’e il vostro obiettivo?
“Il popolo yemenita ha chiesto per settimane che aiutassimo i fratelli iraliani e vendicassimo la morte della Guida Suprema, il nostro padre e fratello assassinato dagli infedeli. I nostri uomini combattono per un ideale e per difendere la fede e per questo motivo non possiamo perdere. Voglio anche lanciare un avvertimento ai paesi arabi: questa è una lotta di sopravvivenza per l’Islam, se sarete servi dei sionisti e degli americani pagherete conseguenze gravissime”.
Nello stretto di Hormuz l’Iran permette il passaggio di alcune navi e sembra intenzionato a imporre un pedaggio, Bab el Mandeb verrà gestito nella stessa maniera?
“Questo è ancora da decidere, ci stiamo confrontando con i fratelli iraniani per avere un piano comune d’azione. La cosa più importante è far capire ai nemici che non ci arrenderemo mai e anche l’Europa deve comprendere che, se continua a dimostrarsi nemica dell’asse della resistenza, manderemo il prezzo del petrolio a duecento dollari al barile, strangolando la sua economia”.
Pakistan, Turchia, Arabia Saudita ed Egitto sembrano aver iniziato a lavorare per mettere fine alla guerra
“Gli americani ed i sionisti hanno capito che non possono vincere questa guerra e stanno cercando un accordo. Le cinque richieste dell’Iran sono legittime e noi le appoggiamo totalmente. Hanno sfidato l’Iran e ne sono usciti sconfitti e adesso cercano di nascondere il vero andamento dello scontro. Tutto questo deve servire come lezione all’occidente, che deve comprendere che l’asse della resistenza non si arrenderà mai”
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