Guerra /

Il Medio Oriente sta vivendo giorni ad altissima tensione cominciati con l’uccisione del generale delle Brigate al-Quds, Qassem Soleimani, e culminate con l’attacco iraniano di rappresaglia della scorsa notte che ha colpito la base aerea Usa di Ayn al-Asad ed Erbil in Iraq.

I raid dell'Iran sulle basi Usa Iraq (Alberto Bellotto)
I raid dell’Iran sulle basi Usa Iraq (Alberto Bellotto)

In queste ore le notizie si stanno susseguendo ad un ritmo tale che è difficile avere una visione complessiva ed esaustiva di quanto sta accadendo in quel settore del globo tornato prepotentemente al centro dell’attenzione internazionale da quando gli Stati Uniti hanno unilateralmente deciso di denunciare il trattato Jcpoa, che regolava lo sviluppo del nucleare iraniano. Cerchiamo quindi di ricostruire quanto accaduto per fare chiarezza.

Perché uccidere Soleimani?

Dopo mesi di attacchi alle installazioni militari americane e a altri obiettivi sensibili, attacchi che Washington ha attribuito, pur senza fornire prove inconfutabili, all’Iran attraverso i suoi proxy, che fanno capo proprio al generale Soleimani e alle sue Brigate al-Quds, gli Stati Uniti hanno deciso di effettuare un decapitation strike per, ufficialmente, eliminare quello che considerano un “terrorista”.

La causa scatenante, ma se vogliamo potremmo definirlo pretesto, è stata fornita dall’uccisione di un contractor americano durante un attacco con razzi nei pressi di Baghdad. Il presidente Donald Trump aveva affermato, in quell’occasione, che era stata superata una “linea rossa” e che il sangue americano versato avrebbe chiamato altro sangue. Dichiarazione questa da tenere bene a mente durante il seguito di questa trattazione.

Il generale Soleimani è stato così eliminato con un attacco di un drone (un Ucav tipo Reaper) ma la motivazione potrebbe non essere strettamente legata agli attacchi di matrice “filo-iraniana”, più o meno riusciti, che hanno coinvolto le basi americane in Iraq.

Come già rivelato su InsideOver, c’è la possibilità che il generale fosse in “missione diplomatica” per conto del governo iracheno.

Il premier iracheno, Adel Abdel Mahdi ha svelato, come scrive Matteo Carnieletto (ed è possibile vedere in questo video) uno scenario molto interessante. Abdel Mahdi ha infatti detto: “…E menzionerò questo perché venga registrato nella Storia: avrei dovuto incontrare Soleimani alle 8.30 della mattina in cui lo hanno martirizzato. Avrebbe dovuto portare con sé la risposta a un messaggio dell’Arabia Saudita, che noi stessi gli abbiamo consegnato, per trovare un accordo in Iraq e nella regione”.

Soleimani, quindi, potrebbe essere stato latore di una missiva destinata a Riad che avrebbe potuto portare a contatti in vista di una pacificazione della regione, sconvolta da scontri che definire solamente religiosi è limitante, sin dal 2003 quando l’invasione Usa portò alla caduta del regime di Saddam Hussein.

Quella operazione militare, fortemente voluta da Washington e nata sotto il falso pretesto delle armi di distruzione di massa irachene, è stata in realtà effettuata per evitare che l’Arabia Saudita potesse aumentare la sua influenza nella regione: eliminare Saddam Hussein ha portato la maggioranza sciita al potere, quindi ha portato ai confini di Riad la minaccia iraniana vista nell’ottica del contenimento del potere di casa Saud.

La strategia Usa, indipendentemente dal settore del globo, è sempre quella di contenere le potenze regionali affinché non espandano la loro influenza, anche se si tratta di “alleati”, e l’unico avversario regionale di Riad è proprio Teheran, quindi era indispensabile portare la sua presenza direttamente a ridosso dell’Arabia Saudita eliminando Saddam che, da sunnita, era un ostacolo alla maggioranza sciita.

Si può anche pensare che il generale Soleimani, che fino a qualche mese fa era considerato una pedina preziosa nel contrasto a Daesh da Washington, ora, con il Califfato praticamente estinto a seguito anche dell’eliminazione di Al-Baghdadi, non fosse più utile e pertanto si sia deciso di non tollerare più l’artefice dell’espansione dell’influenza iraniana in quella porzione di Medio Oriente che va da Teheran a Beirut, la cosiddetta “Mezzaluna Sciita”.

Come sono divisi i sunniti e gli sciiti in Iraq (Alberto Bellotto)
Come sono divisi i sunniti e gli sciiti in Iraq (Alberto Bellotto)

Un’altra ipotesi, non meno interessante, potrebbe essere quella della volontà Usa di accelerare l’uscita dell’Iran dal Jcpoa, cosa che è puntualmente avvenuta nelle ore successive all’attacco.

La questione del drone

Leviamo subito ogni dubbio. Il drone Mq-9 Reaper che ha effettuato il raid che ha ucciso Soleimani, non è partito dalla base di Sigonella, in Sicilia. Le voci di una simile eventualità hanno cominciato a circolare in Italia, rilanciate anche da alcuni organi di stampa, a seguito di una dichiarazione di un giornalista tedesco, Udo Gümpel corrispondente per l’Italia per la rete televisiva tedesca Ntv. Gümpel ha infatti scritto che il Reaper sarebbe partito da Sigonella e comandato a distanza dalla base di Ramstein.

Eventualità impossibile per una considerazione tecnica prima ancora che politica. L’Mq-9 ha infatti una autonomia massima di 1900 chilometri circa, che si ottiene in configurazione pulita, ovvero senza carichi utili che vengono trasportati esternamente dal velivolo. Oltretutto l’autonomia massima è diversa dal raggio operativo, che è quello che ci interessa, e che è la distanza percorribile da un velivolo per compiere una missione “andata e ritorno” quindi inferiore rispetto all’autonomia. Considerando che il Reaper non può essere rifornito in volo, che Baghdad dista da Sigonella più di 2600 chilometri, è facile capire come l’Ucav non possa essere partito dalla base americana in Sicilia.

Il Reaper, come scritto nelle ore immediatamente successive all’attacco da al-Arabya, sarebbe partito, secondo fonti militari, dal Qatar e quindi dalla base Usa di al-Udeid, la più grande base americana in tutto il Medio Oriente. Questa eventualità ci risulta molto plausibile per almeno un paio di motivazioni.

A livello tecnico, l’Ucav, partendo da al-Udeid, non avrebbe sorvolato spazi aerei soggetti a sguardi “ostili” come quelli dei cieli del Mediterraneo orientale dove è presente la bolla A2/AD russa di Khmeimim/Tartus coi radar del sistema S-400 in grado di lanciare il proprio sguardo sino a una distanza di 600 chilometri.

A livello politico potrebbe essere vista come una richiesta di professione di “fedeltà” degli Stati Uniti al Qatar, che ha sempre dimostrato essere molto vicino alle sorti dell’Iran. Già in precedenza e proprio per questo Doha era arrivata ai ferri corti con Riad, che aveva annoverato l’emirato del Golfo tra i Paesi “terroristi”, e che aveva causato il diretto intervento della Turchia nella questione con la possibilità che Ankara inviasse anche truppe e carri in difesa del Qatar. La raffinata arte politica di Ergodan aveva saputo, in quella occasione, guardare oltre le divisioni religiose per concentrarsi sulla strategia regionale: contenere l’influenza saudita in Medio Oriente.

L’amicizia tra Doha e Teheran, in questo particolare contesto storico di rottura tra Usa e Iran, ha richiesto quindi una sorta di prova di fedeltà che è stata superata concedendo agli Stati Uniti l’utilizzo della base per quello che è stato, a tutti gli effetti, un atto di guerra. Non è un caso, infatti, che il Qatar si sia affrettato, immediatamente dopo l’uccisione di Soleimani, a porgere le sue condoglianze a Rouhani attraverso la voce del suo ministro degli Esteri al-Thani. Una mossa per mostrare vicinanza senza compromettersi troppo, del resto la presenza americana nel Paese è ingombrante.

L’attacco missilistico iraniano

Veniamo ora alla cronaca delle ultime ore. L’Iran ha effettuato un attacco missilistico di rappresaglia contro due obiettivi americani in Iraq: la base aerea di Ayn al-Assad ed Erbil. Secondo quanto riportano le stesse fonti ufficiali delle Irgc, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, sono stati lanciati circa 35 missili di tipo a corto raggio (Srbm) di cui almeno una dozzina sono arrivati a colpire la base di Ayn al-Assad, posta a nord-ovest di Falluja.

I video rilasciati dai media iraniani e altre fonti, tra cui anche Hezbollah, permettono di riconoscere il missile tipo Zolfaghar, che ha una gittata massima (stimata) di 700 chilometri, ma anche, forse, il missile Emad: un Mrbm dalla gittata compresa tra i 1500 e i 2000 chilometri.

L’attacco è stato portato dall’interno dell’Iran, come detto anche dalle autorità di Teheran, e questo potrebbe essere un segnale non da poco nel quadro delle riduzione del pericolo escalation. I missili usati proprio a causa della loro gittata hanno permesso una tempistica ragionevole per emanare l’allarme, e quindi evitare morti tra i soldati americani, come sembra che sia stato confermato anche dallo stesso presidente Trump, soprattutto se consideriamo il fatto che i cieli del Golfo, in questi giorni, sono costantemente pattugliati da velivoli Awacs.

Sostanzialmente quindi Teheran ha dato una risposta forte, diretta (senza usare proxy), ma allo stesso tempo anche un segnale a Washington sulla sua volontà di evitare l’escalation ed ulteriori spargimenti di sangue: a riprova di questa ipotesi le autorità iraniane hanno fatto sapere che si ritengono soddisfatte dell’attacco e che la rappresaglia è compiuta.

La nottata di Trump

Nei minuti successivi all’attacco iraniano, quando è stato confermato che fosse indirizzato alle basi americane e ad opera diretta dell’Iran, la prima reazione del presidente Trump è stata quella di preavvisare una conferenza stampa immediata, per poi, nel corso della nottata, decidere di posticiparla al mattino successivo.

Nel momento in cui scriviamo il presidente Usa non ha ancora rilasciato dichiarazioni se non un tweet dove riferisce che è andato “tutto bene”, riferendosi forse all’assenza di vittime americane. Questo atteggiamento potrebbe essere indicativo della volontà della Casa Bianca di non reagire con la forza all’attacco iraniano: Trump è un uomo di parola, o almeno così vuole essere, e la sua “linea rossa”, ovvero l’uccisione di personale americano, questa volta non è stata oltrepassata, almeno così sembra.

Pertanto è ragionevole pensare, proprio in forza del tempo intercorso tra l’attacco e la conferenza stampa, che non ci sarà una immediata risposta militare e che, fondamentalmente, si sia giunti ad una stabilizzazione momentanea dell’escalation, ma sono speculazioni che saranno confermate, o smentite, solo nelle prossime ore. Chi scrive ritiene che, se fosse stato sparso sangue americano, quindi prevedendo una ritorsione, il presidente avrebbe parlato alla nazione nell’arco di pochissime ore (a Washington erano le 18:30 circa al momento dell’attacco) senza attendere il mattino successivo.