Le tensioni tra Stati Uniti e Venezuela continuano a salire vertiginosamente, con il rischio di uno scontro armato diretto che appare sempre più concreto. Il presidente Donald Trump ha imposto un blocco navale sulle petroliere sanzionate. Il timore di un conflitto imminente nel Mar dei Caraibi è più che mai realtà.
Il 16 dicembre, su TruthSocial, il presidente Usa Trump ha dichiarato un “blocco totale e completo” sulle petroliere sanzionate in entrata e uscita dal Venezuela, un’azione interpretata da esperti di diritto internazionale come un potenziale atto di guerra. Questa mossa segue il sequestro di una petroliera con 1,9 milioni di barili di greggio e una serie di bombardamenti su imbarcazioni sospette di traffico di droga.
“La Marina venezuelana sta ora scortando le navi che lasciano il Venezuela con esportazioni di prodotti petroliferi”, ha scritto su X Erik Sperling, direttore esecutivo di Just Foreign Policy. “Questo potrebbe significare che gli Stati Uniti, per far rispettare il blocco navale, dovrebbero intraprendere un’azione militare offensiva contro le forze venezuelane: una chiara violazione del War Powers Act e della Costituzione”.
Maduro ha definito il sequestro Usa “pirateria” e ha paragonato la situazione a interventi passati in Iraq, Afghanistan e Libia, promettendo resistenza e invocando la difesa del commercio libero. Un tentativo di sequestro di una petroliera scortata potrebbe scatenare un confronto diretto tra le marine dei due paesi, con conseguenze imprevedibili.
Intercettato dai cronisti, il presidente Usa ha dichiarato che il Venezuela deve restituire il “petrolio rubato” agli Stati Uniti. “Il Venezuela ci ha preso i diritti petroliferi e ha cacciato le nostre aziende. Avevamo molto petrolio lì e lo vogliamo indietro”.
La voce di un annuncio di guerra e il silenzio di Trump
Nella giornata del 17 dicembre si era diffusa una voce insistente, riportata dal commentatore conservatore Tucker Carlson durante un’intervista sul podcast “Judging Freedom”, secondo cui Trump avrebbe annunciato l’inizio ufficiale della guerra contro il Venezuela nel suo discorso alla nazione previsto per le 21:00. Carlson, citando una fonte al Congresso, aveva affermato che i parlamentari erano stati informati di un’imminente azione militare. La notizia è diventata immediatamente virale sui social media e su X.
Tuttavia, nel discorso serale del 17 dicembre dalla Diplomatic Reception Room della Casa Bianca, Trump non ha menzionato affatto il Venezuela. Si è concentrato su temi di politica interna: critiche all’amministrazione Biden, successi economici, immigrazione e un “warrior dividend” di 1.776 dollari per i militari. Un curioso silenzio che rafforza l’ipotesi di “tentennamenti” da parte del presidente Usa, forse influenzati da sondaggi che indicano una forte impopolarità di un intervento militare contro Caracas, anche tra l’elettorato trumpiano e la base MAGA.
Cosa c’entra il petrolio?
Gli Stati Uniti sono un esportatore netto di greggio e, teoricamente, non hanno la necessità immediata di accaparrarsi nuove risorse. Tuttavia, come vi abbiamo spiegato su InsideOver, le tensioni hanno a che vedere con la Guyana, situata sulla costa nord-orientale del Sud America e confinante a ovest con il Venezuela, la quale ha peraltro accolto favorevolmente il massiccio dispiegamento militare statunitense nel Mar dei Caraibi, in prossimità delle coste venezuelane.
Questo sostegno deriva dalla lunga disputa territoriale con Caracas per la regione dell’Essequibo, ricca di risorse petrolifere, che rappresenta circa due terzi del territorio guyanese ma è rivendicata dal Venezuela. Le tensioni si sono acuite dopo la scoperta, circa dieci anni fa, di vasti giacimenti offshore da parte di ExxonMobil. La compagnia statunitense, che dal 2015 opera nel blocco Stabroek al largo della Guyana – con riserve recuperabili stimate in oltre 11 miliardi di barili equivalenti di petrolio – beneficia di un forte supporto da parte degli Stati Uniti, come evidenziato da dichiarazioni del segretario di Stato Marco Rubio.
Al contrario, Chevron, presente in Venezuela da decenni, adotta un approccio più cooperativo con il governo di Caracas, producendo attualmente circa 200-240 mila barili al giorno in joint venture, seppur in un contesto di condizioni operative complesse e sanzioni. Come riportato da Responsible Statecraft, nel 2007 il governo venezuelano nazionalizzò gli ultimi giacimenti petroliferi privati del Paese. La maggior parte delle multinazionali accettò le nuove condizioni, ma ExxonMobil e ConocoPhillips si opposero, portando a contenziosi arbitrali. L’allora CEO di ExxonMobil, Rex Tillerson, valutò gli asset espropriati in circa 10 miliardi di dollari, ma un tribunale della Banca Mondiale condannò il Venezuela a pagare solo 1,6 miliardi.
La successiva espansione di ExxonMobil in Guyana – con l’inizio delle esplorazioni nel 2015 proprio sotto la guida di Tillerson – ha rappresentato una forma di rivalsa, sfruttando acque contese per accedere a riserve che il Venezuela considera propri. Questo contesto contribuisce a spiegare, almeno in parte, l’atteggiamento critico degli Stati Uniti verso Caracas, incluso il non riconoscimento delle elezioni presidenziali di Nicolás Maduro e il sostegno all’opposizione interna.
Il Congresso non blocca l’escalation
Nella giornata di ieri, 17 dicembre, la Camera dei Rappresentanti ha respinto due risoluzioni sui poteri di guerra volte a limitare le azioni di Trump, con voti rispettivamente di 211-213 e 210-216. Solo pochi repubblicani (tra cui Thomas Massie e Marjorie Taylor Greene) hanno sostenuto le misure.
Nonostante, dunque, l’assenza – per il momento – di una dichiarazione formale di guerra – e il mancato annuncio atteso ieri sera – le azioni sul terreno proseguono: blocco navale, sequestri e pressione militare ai massimi livelli. L’obiettivo dichiarato dell’amministrazione Trump rimane il cambio di regime a Caracas, con opzioni che includono strikes su target governativi e operazioni speciali.I “tentennamenti” di Trump potrebbero derivare da considerazioni politiche interne, ma la mancata opposizione del Congresso lascia campo libero a un’escalation che pare ormai fuori controllo.
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