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Guerra

Escalation e negoziato, contro l’Iran Trump balla sul filo. E Israele osserva

Trump cerca da inizio guerra l'escalate to de-escalate. La sottovalutazione strategica di Teheran, però, ha prodotto gravi problemi.

Donald Trump dice che l’Iran è stato “militarmente decimato” e deve “accettare la sconfitta” mentre, nel frattempo, la sua amministrazione dice di star portando avanti trattative di pace non confermate da Teheran e il Pentagono cerca strade per degli endgame capaci di poter salvare la faccia a un capo di Stato Usa che non può permettersi di uscire dalla Terza guerra del Golfo senza poter rivendicatre una qualche forma di successo.

Le opzioni del Pentagono per un colpo all’Iran

Axios ha di recente raccontato, da consuete voci dell’amministrazione, che il Pentagono e il Comando Centrale (Centcom) che conduce le operazioni stanno prospettando alcune soluzioni a Trump per provare a rompere un’impasse notevole: il conflitto, nato per obliterare il regime iraniano e depotenziarne le capacità militari, sta diventando ormai una guerra volta a riaprire lo Stretto di Hormuz, “atomica” usata dall’Iran per condizionare l’economia globale.

Arlington avrebbe consigliato a Washington e a Tampa, sede di Centcom, cinque opzioni per alzare l’asticella e dare un colpo risolutivo alla guerra: tre riguardano possibili attacchi a isole, rispettivamente il noto hub del petrolio iraniano di Kharg, l’Isola di Lark che blinda lo Stretto di Hormuz, oppure Abu Musa, la più meridionale delle isole iraniane nel Golfo Persico, contesa tra Teheran e gli Emirati Arabi Uniti, parte dell’arcipelago delle sei Isole Tunb (Abu Musa, Bani Forur, Forur, Sirri, Grande e Piccola Tunb) che sono uno snodo notevole dall’interno del Golfo a Hormuz.

Opzioni che a seconda del gradiente d’intensità mirerebbero a colpire o i gangli vitali del petrolio di Teheran o le rotte d’accesso allo stretto. Anticipate dall’eliminazione del leader militare responsabile per il blocco di Hormuz, l’ammiraglio Alireza Tangsiri, comandante della marina dei Pasdaran ucciso il 26 marzo in un raid congiunto di Usa e Israele.

Altre due opzioni riguarderebbero il sequestro massiccio di petroliere iraniane o, in alternativa, una nuova ed estesa campagna di bombardamenti contro i siti energetici e nucleari per dare una prova di forza finale al regime. Parliamo di ipotesi che presuppongono un colpo militare tale da portare l’Iran a miti consigli e a trattare dopo un successo delle armate statunitensi, in uno scenario in cui l’alleato israeliano, emblematicamente, non viene contemplato. Ma la realtà è più complessa.

Escalate to de-escalate?

Trump cerca da inizio guerra il concetto dell’escalate to de-escalate: infliggere danni tanto gravi all’Iran da non rendere più necessarie ulteriori azioni. La sottovalutazione strategica di Teheran, però, ha prodotto gravi problemi alle armate Usa, il conflitto resta regionale senza però che Washington e Tel Aviv riescano a conseguire successi definitivi. Agli Usa serve trovare un finale accettabile così da incassare la riapertura di Hormuz, Tel Aviv ha più opzioni, ivi inclusa l’incentivazione del piano caos per l’Iran e il prosieguo di massicci raid sulla Repubblica Islamica, aumentati d’intensità negli ultimi giorni proprio mentre The Donald annunciava i cinque giorni di moratoria sugli attacchi alle centrali elettriche del Paese per i negoziati.

Il tempo passa, lo shock energetico globale fa sentire i suoi primi echi, l’inflazione Usa è data dall’Ocse in crescita fino al 4,2% a pochi mesi dalle Midterm, Trump si trova di fronte al rischio di un disastro politico interno mentre i sondaggi di Fox News mostrano che il 64% degli americani disapprova l’avventura militare iraniana. Di conseguenza emerge il dilemma che palesa quanto abbiamo spesso scritto circa le diverse opportunità di Usa e Israele per la fine della guerra. Una guerra lunga non conviene a nessuno, ma Washington ha più interesse di Tel Aviv a una fine rapida, mentre al contempo l’Iran può sfidare gradualmente i nemici ad alzare scientemente la tensione per aumentare i costi di una risoluzione della crisi e negoziare a proprio vantaggio, sfruttando le divisioni interne alla coalizione.

Il rischio salto nel buio

Danny Citrinowicz dell’Institute of National Security Studies della Tel Aviv University e ricercatore dell’Atlantic Council, analista e studioso non sospettabile di partigianerie filo-iraniane, riconosce in un post su X che “la leadership iraniana non sembra considerarsi sconfitta, anzi, potrebbe credere di avere il sopravvento”, aggiungendo che le operazioni prospettate contro le isole o le infrastrutture iraniane “comportano rischi significativi di escalation ed è improbabile che portino a una rapida risoluzione” del conflitto.

Anzi, rischierebbero, come l’Iran ha già minacciato, di infiammare ulteriormente l’Asia Sud-Occidentale, perché “qualsiasi espansione del conflitto porterebbe quasi certamente a un aumento degli attacchi iraniani contro le infrastrutture energetiche e gli asset critici nel Golfo e potenzialmente in Israele, aumentando la posta in gioco a livello economico globale”.

Il circolo vizioso di Trump è tutto qui: da un lato, deve togliersi d’impaccio da una guerra divenuta un pantano; dall’altro, deve farlo senza ammettere una problematica ritirata e presentando una qualche forma di successo. Ma i mezzi per farlo rischiano di alimentare quell’escalation che, invece, è Tel Aviv a cercare. E l’Iran non sembra lasciare spazio di mediazione. I rischi di un salto nel buio della regione a causa dell’insipienza strategica della Casa Bianca si fanno sempre più concreti.

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