Nel secondo anniversario dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, l’ottimismo che regnava sovrano sui media internazionali soltanto dodici mesi fa un anno fa è in gran parte svanito. Il fallimento dell’annunciata controffensiva ucraina dello scorso autunno, la simbolica caduta di Adviika dopo mesi di intensi combattimenti e l’incertezza sul sostegno estero, in gran parte complice lo stallo presso il Congresso degli Stati Uniti, hanno contribuito, anche sui media, a far emergere un certo pessimismo su una vittoria di Kiev che sembrava imminente dopo le sconfitte rimediate dai russi sui campi di battaglia nel corso del 2022, quando l’esercito ucraino ottenne vittorie importanti nelle città di Kharkiv e Kherson.
“L’annuncio del ritiro generale da parte della Russia il 9 novembre da Kherson è un’ulteriore conferma che Vladimir Putin sta perdendo la guerra” scriveva l’Atlantic Council il 9 novembre 2022, fonte imprescindibile per molti media occidentali alla pari degli aggiornamenti sul campo di battaglia forniti dall’Institute for the Study of War, il think-tank con sede a Washington, Dc, fondato da Kimberly Kagan, moglie dello studioso Frederick W. Kagan, fratello del più noto commentatore neoconservatore, Robert Kagan, marito di Victoria Nuland, vicesegretario di Stato dell’amministrazione Biden. Il 30 dicembre 2022 il Washington Post osservava che il leader russo, Vladimir Putin, “non abituato a perdere, è sempre più isolato mentre la guerra vacilla”. Nel mentre, sulla stampa imperversano notizie e retroscena di un leader russo gravemente malato se non uscito di senno, di una Russia in procinto di terminare le munizioni e di un esercito allo sbaraglio costretto “a usare le pale come armi”. Media che, di fatto, sono diventati loro malgrado vittime della “guerra ibrida” tra Russia e Ucraina e delle polpette avvelenate dell’intelligence militare.
Il repentino cambio di narrazione sulla guerra
È bene premettere che Mosca ha avuto grandi momenti di difficoltà da quando ha invaso l’Ucraina, sottovalutando un avversario altamente motivato a difendere la sua terra, ben armato e addestrato, mentre l’orso russo è parso stavolta goffo, lento e incapace di condurre un’efficace guerra moderna. L’errore da parte di alcuni media occidentali è stato però quello di cedere all’emotività e sottovalutare la capacità di adattamento e resilienza della Russia. E così, quasi improvvisamente, ci si è ritrovati con una narrazione mediatica che, a un certo punto, ha dovuto ammettere che le cose non stavano andando come ci si aspettava. Tutto è cominciato a vacillare con il fallimento dell’offensiva ucraina lo scorso autunno, quando alcuni grandi media hanno dovuto prendere atto della situazione sul campo di battaglia. “Per la prima volta, da quando Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina nel febbraio 2022, sembra che possa vincere” sottolineava l’Economist il 30 novembre 2023 spiegando che lo “lo slancio influisce sul morale e se l’Ucraina si ritira, il dissenso a Kiev diventerà più forte. Lo stesso vale per le voci in Occidente che sostengono che inviare denaro e armi all’Ucraina è uno spreco”. Una crepa in una narrazione che fino a qualche settimana prima sembrava monolitica.
Foreign Affairs e la capacità di adattamento della Russia
Sempre l’Economist, il 1° novembre 2023, pubblicava un’intervista all’allora comandante in capo delle Forze armate ucraine, Valery Zaluzhny, il quale spiegava che la guerra era finita in una condizione di stallo “come durante la Prima Guerra Mondiale”. Dichiarazioni che aprirono di fatto una crisi tra Zaluzhny e il leader ucraino, Volodymyr Zelensky, culminata con la sostituzione del generale per fare posto al più fidato Oleksandr Syrsky. Lo stesso giorno, il 1° novembre 2023, la rivista Time, la stessa che aveva incoronato Zelensky “persona dell’anno nel 2022” – così come fece anche il Financial Times, sempre nel 2022 – descriva un leader ucraino “tradito dai suoi alleati occidentale” ma anche poco lucido, secondo le dichiarazioni anonime dei suoi stretti collaboratori. “La sua fiducia verso la vittoria finale dell’Ucraina sulla Russia preoccupa alcuni dei suoi consiglieri” osservava il Time. “Non abbiamo più opzioni, non stiamo vincendo”. Un cambio di registro notevole rispetto a pochi mesi prima.
E così arriviamo a una più recente analisi pubblicata sull’autorevole Foreign Affairs, la quale osserva che più “a lungo durerà questa guerra, più la Russia riuscirà a imparare, ad adattarsi e a costruire una forza combattente più efficace e moderna”. Lentamente ma inesorabilmente, scrive Mick Ryan, “Mosca assorbirà nuove idee dal campo di battaglia e riorganizzerà le sue tattiche di conseguenza. Il suo adattamento strategico l’ha già aiutata a respingere la controffensiva ucraina e negli ultimi mesi ha aiutato le truppe russe a sottrarre altro territorio a Kiev”. Con toni diversi e meno analistici, anche il Telegraph il 7 dicembre 2023 ammonisce: “Putin è vicino alla vittoria. L’Europa dovrebbe essere terrorizzata. Il tempo dell’Ucraina sta per scadere. Il pericolo è che l’Ue faccia la stessa fine del Sacro Romano Impero”.
L’errore di valutazione sulle armi “game-changer”
Tra gli errori più grossolani commessi in questi due anni di guerra da parte della stampa occidentale, c’è quello di aver creduto che un singolo armamento da destinare all’esercito ucraino – dai missili Atacms a lungo raggio ai carri armati Leopard – potesse essere in qualche modo un “game-changer” in grado di modificare l’andamento della guerra in maniera determinante. Un’illusione che ha dimostrato di non aver alcuna solida base. “Per l’Ucraina – titolata la Cnbc il 27 gennaio 2023 – i carri armati occidentali potrebbero cambiare le carte in tavola nel conflitto”. Come si è visto, “armi magiche” o miracolose, non ne esistono, tantomeno in un conflitto moderno che ha bisogno di essere raccontato attraverso attente analisi e non di uno “storytelling” basato sull’emotività.

