Per adesso l’attacco non c’è, ma in compenso la tensione in Siria e non solo appare ugualmente molto alta. Dopo la conferma da parte di Erdogan di voler creare una zona di sicurezza nel nord della Siria, a scapito dei territori controllati dalle forze filo curde delle Sdf, nella serata di lunedì arrivano i primi raid lungo il confine ma per il momento queste sono le uniche vere azioni effettuate dai turchi. Prima di far parlare eventualmente le armi, Erdogan vuole evidentemente valutare la difficilmente comprensibile posizione degli Usa.

Il progetto di Ankara

Quando nel 2016 avviene la vera svolta nel conflitto in Siria, Bashar Al Assad mette in conto di perdere una parte del territorio settentrionale. Sono le settimane quelle che seguono il fallito golpe in Turchia, Erdogan si sente tradito da un occidente che, a senso suo, non lo difende abbastanza e dunque decide di virare verso la Russia. Iniziano gli incontri di Astana, vengono imbastiti tavoli diplomatici dove viene creata un’inedita convergenza tra Mosca, Ankara e Teheran. Erdogan rinuncia, anche se non ufficialmente, al progetto di destituzione del presidente siriano, ma teme due elementi in particolare: una nuova emergenza migratoria e, soprattutto, il rafforzamento dei curdi lungo il confine con la Turchia. Questi ultimi infatti avanzano contro l’Isis e guadagnano terreno: secondo Erdogan, si tratta di milizie legate al Pkk, il partito curdo di Turchia considerato come un’organizzazione terroristica.

Dal Cremlino, e quindi giocoforza anche da Damasco, arriva un tacito via libera ai progetti che il presidente turco ha in mente per neutralizzare quelle che per lui sono minacce nazionali. Si tratta, in particolar modo, di una vera e propria annessione di parte del territorio siriano. Truppe turche entrano ad Al Bab, a nord di Aleppo, alla fine del 2016, mentre nel gennaio 2018 prende il via la missione cosiddetta “Ramoscello d’Ulivo“, con la quale i suoi soldati assieme a milizie considerate filo turche (non esenti da simpatie jihadiste) entrano ad Afrin e conquistano un cantone a maggioranza curda situato nella provincia di Aleppo. È il prezzo che Assad paga in cambio della collaborazione di Ankara nelle trattative che portano sigle dell’opposizione e milizie jihadiste fuori dalla regione di Damasco e dalla provincia di Daraa.

Erdogan controlla quindi, direttamente od indirettamente, una fascia di territorio siriano che va da Afrin fino a Manbji. In alcune di queste province, le scuole sono già gestite da personale turco, l’università di Gaziantep è in procinto di aprire alcune facoltà, un’annessione in piena regola de facto già accettata dai principali attori impegnati in Siria. Questo gli consente di avere una zona cuscinetto in grado di allontanare possibili contatti tra curdi siriani e Pkk, oltre che ad ospitare un gran numero di migranti siriani attualmente in Turchia. Per completare il suo progetto, illustrato pochi giorni fa con tanto di cartina geografica in mano, gli serve il nord della regione che i curdi identificano con il nome di Rojava. Come sottolinea Giordano Stabile su La Stampa, possibile che Erdogan pensi ad una sorta di “Cipro del nord” poco oltre il confine siriano. Con la scusa di dover alleggerire il peso migratorio dovuto ai tre milioni di siriani che vivono ancora in Turchia, il presidente potrebbe qui impiantare villaggi e paesi con cittadini siriani sunniti. In questo modo, i curdi diventerebbero minoranza e si sposterebbero più a sud ed Erdogan, dal canto suo, sistema i profughi che ha ancora in casa ed annette un’altra zona della Siria.

Ma negli Usa non sono d’accordo

L’operazione del presidente turco però, come detto, ancora non è scattata. L’arrivo o meno dell’ora X dipende solo dalla comprensione delle vere intenzioni degli Usa. Questo perché, per prendere il Rojava, Erdogan deve fare i conti con Washington: qui sono stanziati diversi soldati americani, ma soprattutto qui contro l’Isis negli anni passati avanzano i curdi appoggiati dagli Stati Uniti. Si è dunque in quella parte della Siria ad est dell’Eufrate che, tramite un altro tacito accordo (questa volta con la Russia) viene considerata di influenza americana. Erdogan dunque non può non fare a meno del via libera di Donald Trump.

Un disco verde che sembra accendersi già lunedì, visto che i segnali che arrivano dalla Casa Bianca sembrano favorevoli e da Ankara contestualmente arriva l’ordine di ammassare mezzi e truppe lungo il confine. Ma dopo poche ore, i messaggi su Twitter di Trump sono di ben altro tenore: arrivano le minacce, si fa presente che non c’è alcun via libera all’operazione turca, il cui nome in codice dovrebbe essere quello di “Sorgente di Pace“. Poca chiarezza dunque, sia delle intenzioni di Trump che di quelle di Erdogan. Quest’ultimo, in particolare, deciderà di attaccare anche se l’avallo degli Usa?