La geopolitica della corsa allo spazio
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Sarà la quarta operazione militare turca in Siria nel giro di sei anni. Anche questa, come le precedenti, avrà come obiettivo l’attacco contro i curdi stanziati al di là della frontiera. Di un nuovo intervento di Ankara si parlava già da giorni. Nelle scorse ore il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha rotto gli indugi. Parlando al gruppo parlamentare dell’Akp, il partito da lui fondato e che rappresenta l’impalcatura dei suoi quasi vent’anni di potere, il “sultano” ha confermato che a breve in territorio siriano verranno nuovamente suonati i tamburi di guerra.

Un’operazione compresa tra Manbji e Tal Rifat

Ankara nel 2011 ha iniziato a supportare i gruppi di opposizione al presidente siriano Bashar Al Assad. Negli anni successivi ha permesso anche l’ingresso dal suo territorio di migliaia tra miliziani e jihadisti, confluiti in Siria per combattere contro l’esercito di Damasco. Una scelta che ha contribuito a frazionare il Paese arabo e che, alla lunga, per la Turchia si è rivelata controproducente, perché lungo i propri confini meridionali si è di fatto creata un’unica grande regione controllata dai curdi. Il Rojava, con il suo governo retto da quelle forze che hanno poi fondato l’attuale Sdf (Forza Democratica Siriana), ha recato a Erdogan non pochi incubi. La sua preoccupazione per quelli che erano principalmente legati al fatto che siriani potessero dare manforte ai curdi di casa sua, cioè del Pkk, organizzazione Ankara come terroristica.

Dal 2016 in poi si sono succedute tre operazioni per spezzare questo lungo corridoio curdo che da Afrin correva, in parallelo con la frontiera turca, fino alla provincia di Al Hasakah. Nei prossimi giorni partirà, secondo quanto annunciato dal presidente turco, un nuovo intervento. “Ripuliremo le aree di Manbij e Tal Rifat dai terroristi”, ha detto ai parlamentari del suo partito, facendo quindi intuire quali saranno le aree prese in considerazione dai suoi generali. Entrambe si trovano all’interno della provincia siriana di Aleppo. Manbij è una cittadina dove attualmente si trovano anche i russi. Probabile quindi che l’attacco non riguarderà il suo centro abitato ma le campagne circostanti. Qui i curdi sono arrivati ​​nell’estate del 2016, durante la loro avanzata contro l’

Le Sdf sono state supportate dagli Usa, con i militari americani presenti nell’area fino al 2019. Fino a quando l’allora presidente Donald Trump ha annunciato il ritiro delle proprie forze, sostituite da quelle russe, entrate a Manbji nell’ambito delle operazioni a supporto dell’alleato Bashar Al Assad. Tal Rifat è una regione invece poco più a nord di Aleppo, un’enclave curda “sfuggita” al primo attacco turco dell’estate del 2016. Per la verità non dovrebbero essere i turchi in prima persona ad entrare. Probabile che la nuova operazione di Ankara avrà la stessa dinamica delle precedenti, con l’aviazione e le forze speciali di Erdogan pronte a supportare un’avanzata di terra di gruppi siriani filoturchi.

Le operazioni precedenti

Come detto, il primo intervento risale all’agosto del 2016. É diretto del mancato golpe ad Ankara del mese precedente. Perché da quel momento in poi Russia e Turchia, dopo mesi di gelo, si sono riavvicinate e Mosca ha dato il via libera a Erdogan di entrare nel nord della Siria per allontanare l’Isis ufficiale, ma per spezzare nei fatti la continuità territoriale tra le regioni curde.

L’operazione ha preso il nome di “Scudo nell’Eufrate” e ha riguardato le aree di Jarabulus e Al Bab , a nord di Aleppo. Due anni dopo invece è stata la volta della missione dal nome “Ramoscello d’Ulivo“, con cui Ankara ha supportato sigle filoturche, molte delle quali di ispirazione islamista, per attaccare i curdi stanziati nel cantone di Afrin, sempre a nord di Aleppo. Infine, nel novembre del 2019, Erdogan ha avviato l’operazione “Primavera di pace“. Un nome non poco curioso, visto che si è trattato di uno degli attacchi più importanti subiti dai curdi e che ha riguardato le regioni comprese tra Aleppo e Al Hasakah. Tutti e tre gli interventi si sono conclusi con la permanenza degli islamisti filo Ankara nei territori strappati ai curdi.

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