Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha annunciato una nuova missione nel territorio curdo siriano; una campagna mirata a liberare il cosidetto “corridoio del terrore” – che comprende da Manbij, Ayn Al-Arab, Tel Abyad, Ras Al-Ayn e Qamishli -, trasformandolo in un “corridoio sicuro”.

Armi e soldati sarebbero già in movimento, secondo quanto riferito dal quotidiano online Al-Masdar News. Lunedì scorso, il giorno successivo all’annuncio, un convoglio di veicoli militari turchi avrebbe attraversato il confine, diretto al villaggio siriano di Azaz.

Il piano di Erdogan consisterebbe nel prendere possesso di un’area compresa tra Siria e Turchia, dell’estensione di 30-40 km, che include le città di Tel Abyad , nel governatorato di Raqqa, e di Tel Rifat, in quello di Aleppo. Nella prospettiva turca, la missione completerebbe l’operazione “Ramoscello d’Ulivo” che, nel marzo 2018, aveva portato alla conquista di Afrin, ora sotto il controllo del Syrian National Army – una parte dell’Esercito siriano libero (Esl) sostenuto dalla Turchia.

Oggi come allora l’obiettivo della Turchia è quello di liberare l’area dal terrorismo e creare una zona cuscinetto dell’estensione di 30 km al confine tra Siria e Turchia. Il territorio settentrionale della Siria, infatti, si trova sotto il controllo dell’Unità di protezione popolare (Ypg), le milizie curde siriane considerate da Ankara un’estensione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) e per questo ritenute illegali.

La Turchia mira a controllare completamente il confine con la Siria, impedendo la nascita di uno Stato curdo al di là dei suoi confini meridionali. Anche se mai riconosciuto dal governo di Al-Assad, infatti, uno “stato” curdo esiste, proclamato unilateralmente nel marzo 2016, proprio nel territorio siriano corrispondente ai luoghi della campagna di Erdogan.

Temendo che la nascita di un’entità curda vicino al suo confine possa galvanizzare i curdi presenti all’interno del suo territorio nazionale, Ankara ha quindi deciso di intervenire direttamente in Siria.

Gli Usa tra curdi e turchi

La notizia della mobilitazione turca nella Siria settentrionale non preoccupa solo i curdi, ma anche gli Stati Uniti, che vogliono evitare il potenziale coinvolgimento in uno scontro tra i due rivali. “Un’azione militare unilaterale nel nord-est della Siria, da qualsiasi parte provenga, è di grande preoccupazione” – fa notare il portavoce del Pentagono, il comandante Sean Robertson – “soprattutto perché il personale statunitense potrebbe essere presente o nelle vicinanze”.

Negli anni della guerra civile, Washington ha sempre sostenuto i combattenti curdi in Siria, che si sono rivelati un elemento chiave nella lotta contro lo Stato islamico. Oggi, spinge per una soluzione pacifica. Secondo quanto riferito da Robertson, gli Usa starebbero conducendo trattative con Ankara per la creazione di “un meccanismo di sicurezza” in grado di rispondere alle preoccupazioni turche. È chiaro che un’operazione militare turca non concordata potrebbe minare il raggiungimento di un’intesa.

Non è improbabile però che il gesto di Erdogan possa aver a che fare con lo stallo della guerra siriana a Idlib e con il timore di perdere quanto finora guadagnato nel conflitto, ovvero un certo peso politico che gli consente di tutelare la sua sicurezza nazionale, impedendo la nascita di uno Stato curdo al di là dei suoi confini.