Recep Tayyip Erdogan torna a parlare di Siria attraverso un editoriale pubblicato sul New York Times. Il presidente turco, diventato negli anni un vero e proprio battitore libero nel conflitto siriano, ha da sempre un obiettivo: estendere la propria influenza in Siria ponendo le basi per una sorta di “cipriotizzazione” della parte settentrionale del Paese. 

Un obiettivo che all’inizio della guerra appariva lontano, quasi impossibile. Ma che adesso, alla luce delle mosse di Erdogan negli ultimi anni, appare tutt’altro che remoto. Le operazioni militari delle forze turche, unite ai movimenti delle milizie islamiche legate ad Ankara, hanno reso il nord della Siria una sorta di protettorato turco. E la guerra allo Stato islamico si è trasformata, con il passare del tempo, in una resa dei conti della Turchia con i curdi delle Ypg, accusati di essere il braccio armato in Siria del Pkk.

Nel mentre, la Turchia ha avviato una campagna di penetrazione in Siria sotto diversi aspetti, in cui quello militare è solo una parte. I profughi che sono giunti in territorio turco sono stati lentamente assorbiti dal sistema messo in piedi da Erdogan, tanto che molti hanno preso la cittadinanza turca. Migliaia di lavoratori e professionisti siriani vivono in Turchia e sostengono la linea di Erdogan, mentre i bambini nati o cresciuti nei campi e nelle città turche sono diventati a tutti gli effetti dei sudditi del Sultano. E adesso che sono pronti a tornare a casa, queste migliaia di siriani sono legati più ad Ankara che a Damasco.

Dall’altro lato, oltre alle operazioni militari come Scudo dell’Eufrate e Ramoscello d’Ulivo, la Turchia ha attuato una vera e propria sostituzione etnica nel nord della Siria, costringendo i curdi alla fuga (o alla morte) e rimpiazzandoli con le popolazioni fuggite durante l’avanzata dell’esercito di Damasco. Come accaduto ad Afrin, con la popolazione curda posta sotto assedio e mandata nei campi profughi in altre regioni e l’arrivo della popolazione delle enclave ribelli e jihadiste della Ghouta orientale o di Douma. Tutto con l’appoggio di milizie di matrice islamista.

Vogliamo continuare a raccontarvi la guerra in Siria, tornando sul campo. Scopri come aiutarci

Una strategia molto coerente che ha avuto una sola vittima: i curdi siriani. Una popolazione che ha combattuto l’Isis legandosi alla coalizione internazionale a guida Usa e che credeva che Washington non l’avrebbe abbandonata. E invece, avallando le campagne militari di Erdogan e paventando il ritiro dalla Siria, gli Stati Uniti hanno fatto l’esatto opposto. Tanto che le Ypg hanno iniziato a rivolgersi prima alla Francia poi direttamente all’esercito regolare siriano guidato da Bashar al-Assad, terrorizzati dall’avanzata dei turchi.

Un terrore giustificato dalle operazioni militari di Erdogan. Ma per il Sultano, stando alle sue dichiarazioni sul New York Times, a quanto pare c’è una sorta di grande errore collettivo. Parlando del futuro della Siria, il presidente turco ha scritto che il “primo passo” di una “strategia globale” per “eliminare alla radice le cause della radicalizzazione” è “creare una forza di stabilizzazione con combattenti di tutte le parti della società siriana”. E secondo Erdogan, che oggi dovrebbe incontrare John Bolton, “può essere al servizio di tutti i cittadini siriani e portare l’ordine in varie parti del Paese. In questo senso, vorrei sottolineare che non abbiamo alcun problema con i curdi siriani”.

Nel suo editoriale, Erdogan afferma che “molti giovani siriani non hanno avuto altra scelta che unirsi alle Pyd/Ypg, l’ala siriana del Pkk, che la Turchia e gli Stati Uniti considerano un’organizzazione terroristica“. “Dopo il ritiro degli Stati Uniti dalla Siria, completeremo un intenso processo di controllo per riunire i bambini soldato con le loro famiglie e includere tutti i combattenti che non hanno legami con organizzazioni terroristiche nella nuova forza di stabilizzazione”, ha concluso il presidente turco sulle colonne del quotidiano di New York.

Dichiarazioni che lasciano abbastanza perplessi, visto come si sono comportati Erdogan, il suo esercito e le milizie islamiche legate a doppio filo ad Ankara. Ma anche questo fa parte della guerra in Siria.

Articolo di Lorenzo Vita