Guerra /

(Manbij) Il fiume Eufrate sancisce il confine fra le pianure verdeggianti del Rojava ad est e un paesaggio brullo e mediterraneo a ovest. È proprio qui, in questo punto strategico, che si trova Manbij, una cittadina commerciale anonima diventata l’epicentro di tutte le forze in gioco nello scacchiere geopolitico siriano e dove il conflitto potrebbe essere deciso. Ormai circondata da qualche mese e passata sotto il controllo di tutte le forze durante la guerra, la città è controllata dal Consiglio militare di Manbij (Cmm), sostenuto dalle Forze democratiche siriane (Sdf), appostate ad est dell’Eufrate, e dalla coalizione guidata dagli americani.

A nord l’Esercito siriano libero (Esl) appoggiato dalla Turchia minaccia la città a soli dieci chilometri mentre 18 chilometri più a sud, sono i russi e il regime di Bashar al Assad a pattugliare il fronte. Con lo Stato islamico ormai sconfitto solo militarmente, gli occhi sono puntati sul futuro del piccolo centro, considerato indispensabile per accedere alla Siria orientale.

Da due anni a questa parte la Turchia continua a minacciare di voler attaccare la città, accusando le Unità di protezione popolare curde (Ypg/Ypj) di non essersi mai ritirate dopo la liberazione da Daesh nel 2016. Inoltre, il presidente Erdogan ha apertamente negato che la liberazione della città fosse avvenuta grazie ai curdi. “E quindi chi l’avrebbe fatto? La Turchia?”, commenta sarcasticamente Shervan Derwish, porta parola del comandante in capo del Cmm Abu Adel.

L’impronta curda tuttavia evidente. I manifesti di propaganda e le foto di martiri sono ovunque in città, ispirati alla propaganda del Rojava, dove sventolano bandiere dell’Ypg/Ypj e del Pkk, frasi nazionaliste e immagini di Abdullah Ocalan, leader del Pkk.

Nato tra le file dell’Esercito siriano libero all’inizio della guerra sotto il nome di “Shams Ash-Shamal” (“Sole del Nord” in arabo), il Cmm è stato istituito nel 2016. “Dobbiamo ringraziare le Ypg e la coalizione per averci aiutato a sconfiggere l’Isis, ma ora non ci sono più militanti curdi in città e la popolazione curda era presente prima della guerra”, continua Darwish.

Da qualche mese però, la situazione è peggiorata. Le forze dell’Esercito siriano libero insieme a quelle turche provocano ormai incessantemente con sporadici bombardamenti le linee del Cmm, in mezzo alle colline fertili appena fuori città, dove la milizia cittadina è appostata e pronta. Le trincee sono scavate, i posti di avvistamento riforniti e numerosi tunnel sono in via di preparazione e riconoscibili da lontano per gli ammassi di pietre e terra che spiccano dal terreno verdeggiante.

“Potremmo resistere a un attacco turco, anche se loro hanno il vantaggio dell’armamento più moderno e l’aviazione. Ma i nostri soldati sono esperti” sostiene Derwish. Uno di loro è Ali, venticinquenne nato in città. È il comandante dell’avamposto di Husharie.

“Ogni giorno vediamo movimenti di truppe dall’altro lato. Si stanno preparando ad attaccare. Continuano a mobilitare mezzi pesanti. Ieri ci hanno provocato con un missile, che è atterrato proprio qui” spiega innalzandosi sopra il muro di terra per mostrare il punto d’impatto.

Il panorama è mozzafiato. L’Eufrate si scorge da lontano fra le colline, dove sorgono gli avamposti di entrambi gli schieramenti. Tutto è tranquillo. Nessuno si muove. È solo il vento gelido a parlare, bloccando la circolazione alle mani dei soldati che fermi, che fanno la guardia dietro a sacchi di sabbia verdi. Anche la popolazione civile vive come se niente fosse.

Il Cmm non ha evacuato nessuno e i civili rimangono nelle case a ridosso di quella linea che potrebbe essere la prima ad essere colpita. Un’insegnante di nome Hamida spiega il perché: “Se attaccano scapperemo tutti ma non ho ancora preparato nulla per partire, visto che da questo lato non vedo l’artiglieria pesante” dice timorosa prima di riprendere il cammino con i figli.

Dopo otto anni di conflitto, le minacce non fanno più grande effetto. Anche nel centro di Manbij, le cose sembrano procedere normalmente fino a tarda sera. Le persone nascondono la paura, rifiutando di farsi fotografare, temendo ripercussioni in caso di invasione. I negozi, i ristoranti e le farmacie sono operativi. Non sembra vero che nel raggio di dieci chilometri si respiri una tensione altissima. Ma poi si scopre il lato nascosto:

“Abbiamo paura. Se arriveranno da nord o da sud, saremo comunque di nuovo oppressi. Ma noi vogliamo la democrazia che è stata creata ad Hasake e a Kobani e che i curdi ci hanno regalato”, commenta un uomo che preferisce restare anonimo, riferendosi al sistema federale creato nelle zone conquistate dalle Forze democratiche siriane.

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A Manbij, come nelle altre zone sotto il loro controllo, sono state difatti create delle istituzioni in grado di guadagnarsi la fiducia di una popolazione stremata (anche se i lati negativi, come la coscrizione nell’esercito, esistono). “Se il regime tornerà a governare va bene, ma deve essere insieme alle Forze democratiche siriane. Noi vogliamo la libertà”, grida invece Ahmed, venditore di polli.

Altre persone però, sostengono di aver i bagagli già pronti per partire in caso di attacco. “Daesh, l’Esercito siriano libero e il regime erano orribili. Insomma, spero davvero che la guerra non si avveri, altrimenti scapperò dall’altro lato dell’Eufrate” commenta Abu Izzan, 43 anni.

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La vita prova a scorrere a Manbij (Foto di Filippo Rossi)

Infine, un abitante aggiuntosi alla discussione esprime tutta la sua gratitudine verso i curdi: “Mentre noi eravamo seduti sul divano ad aspettare, le loro donne sono venute al fronte a morire per noi”. L’insicurezza è ovunque. L’attentato contro la coalizione che ha fatto quattro morti fra le file americane e rivendicato dall’Isis, dimostra come la nuova sfida sarà proprio evitare di far diventare la Siria un nuovo Afghanistan e combattere l’ideologia.

E una cifra data dallo stesso Derwish rende l’idea: “Nei primi 10 giorni di gennaio, sono esplose 15 mine. Oggi abbiamo perso due soldati. Ma questa è la città più stabile della Siria”. Non vedendo via d’uscita dalla crisi con la Turchia, che considera le Forze democratiche siriane, nello specifico Ypg e Ypj come figli del Pkk turco, le Forze democratiche siriane e il Cmm vedono in Damasco l’unica via onde evitare ulteriori spargimenti di sangue. Ankara dice di voler “collaborare creando una zona di sicurezza al confine” ma non ne vuole sapere di ritirare le sue truppe dal territorio siriano, citando l’accordo di Adana firmato nel 1998 fra i due Paesi, che concederebbe il diritto ai turchi di entrare nel Paese in caso di pericolo. Affermazione smentita dal governo siriano che accusa la Turchia di averlo violato sostenendo gruppi terroristici.

“Stiamo negoziando con il regime e con i russi. Ma una cosa è chiara: non andremo a chiedere scusa e non torneremo alla situazione precedente il conflitto, se mai il regime dovesse tornare qui. Quello che vogliamo è proteggere la popolazione e se ci attaccheranno noi ci difenderemo. In questi quattro anni, tutti ci hanno applaudito per aver sconfitto lo Stato islamico, ma ora che la Turchia ci minaccia, ci voltano le spalle”, continua Derwish riferendosi in seguito al probabile ritiro delle truppe americane. “Non posso dar loro dei traditori, ma spero sul serio in una scelta sensata”. La probabile uscita di scena di Washington potrebbe costringere però le Forze democratiche siriane a concedere di più ad Assad pur di evitare un’altra guerra. Inoltre, la sicurezza verrebbe completamente compromessa con mezzi indispensabili al combattimento che non sarebbero più accessibili e la popolazione curda sarebbe alla mercé di una Turchia sempre più irritata dalla presenza del Pkk di là della frontiera. Ed è proprio Manbij ad essere in prima linea.