Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

La manovra di terra con cui Israele ha invaso il Libano nella notte tra il 30 settembre e l’1 ottobre inizia a mostrare a Tel Aviv quanto Hezbollah, nonostante i danni subiti nelle scorse due settimane, resti militarmente un osso duro. L’Israel Defense Force ha confermato la morte di otto soldati in due giorni di combattimenti e si parla della distruzione di almeno tre carri armati Merkava. Alcuni canali legati a Hezbollah e alle altre forze sciite proclamano che sarebbero almeno 14 i caduti israeliani e 80 le perdite complessive contando anche i feriti.

L’unità d’élite di Israele soffre le perdite più pesanti

Tra i caduti anche un ufficiale delle forze speciali, il capitano Eitan Olster, ucciso nei combattimenti nel Sud del Paese. I caduti appartengono principalmente all’Unità Egoz dell’89esima brigata dell’Idf, sei membri dei quali, Olster compreso, sono caduti dopo che i reparti erano stati investiti dal fuoco di Hezbollah nella località di Odaisseh, sulla Blue Line che segna il confine tra Israele e Libano.

L’Unità Egoz è ritenuta una forza d’élite delle truppe israeliane e storicamente è stata schierata da Tel Aviv per operazioni di commando, anti-guerriglia e ricerca obiettivi contro il Libano. Parliamo dunque di un’unità che ha una conoscenza diretta dei militanti sciiti e non improvvisa le proprie azioni. Il fatto che Hezbollah sia riuscita a imporre perdite pesanti a questa formazione delle dimensioni di un battaglione, ogni operativo della quale è di difficile sostituzione, dà l’idea dell’accanimento della resistenza del gruppo. Il quale, a un prezzo tutt’altro che lieve (una cinquantina di caduti) è riuscito a respingere l’assalto.

Da valutare, invece, la quantità di perdite effettive tra morti e feriti subiti dalle unità della 36esima Divisione israeliane penetrata in Libano, di cui fanno parte la i la Brigata Golani , la 188a Brigata corazzata , la Brigata di riserva Etzioni e la 282a Brigata di artiglieria. Si parla, dalle fonti disponibili, di una resistenza di Hezbollah contro la fanteria israeliana condotta attraverso il sostegno di artiglieria a breve raggio e missili.

Hezbollah presidia il Sud del Libano

Le prime battute dello scontro sembrano dunque delineare uno scenario in cui Hezbollah, come prevedibile, si conferma dotato di una capacità militare tutt’altro che insignificante e capace, nonostante la decapitazione della sua leadership e la superiorità aerea israeliana, di contendere palmo a palmo il terreno. La strategia della forza sciita è chiara: far costare sempre più in termini di vite umane e mezzi a Israele la sua campagna e l’incursione appare il deterrente contro una temuta invasione su larga scala. Un funzionario di Tel Aviv, parlando con il Washington Post, ha segnalato che l’Idf “ha stimato che Hezbollah aveva tra i 2.000 e i 3.000 combattenti d’élite, noti come Radwan Force, che operavano a circa due miglia dal confine. Altri 6.000-8.000 militanti erano di stanza a sei miglia dalla frontiera”.



L’ex ufficiale dell’intelligence israeliana Miri Eisin ha avvertito, di fronte a questo spiegamento di forze, che Israele rischia di rimanere invischiata in Libano se non capirà quale obiettivo dare alla sua campagna. Benjamin Netanyahu, vincitore delle ultime settimane in termini politici, si trova a un nuovo bivio.

Israele ha dimostrato di saper fare più danni ai suoi nemici colpendo a distanza; Netanyahu, come ha ricordato Fulvio Scaglione su queste colonne, ha compattato il Paese dietro di sé danneggiando Hezbollah e facendo colpire il suo segretario Hassan Nasrallah; la difesa della sicurezza del Paese è stata presentata, retoricamente, come consolidata. Ma restano i dubbi sui fini strategici di questa guerra, e nei confronti del Libano capire cosa farà Tel Aviv sarà vitale, perché l’Idf e l’opinione pubblica israeliana non possono sostenere un tasso di perdite elevato come quello dei primi giorni dell’offensiva.

Obiettivi incerti, ricordi sinistri

Su questo, politica e razionalità strategica divergono. Buona parte dell’élite militare israeliana era scettica sull’attacco al Libano. Ora, un’operazione di breve cabotaggio potrebbe voler puntare all’eliminazione di tunnel e infrastrutture di confine di Hezbollah; l’estrema destra alleata di Netanyahu spinge per la zona cuscinetto nel Sud, che imporrebbe un’invasione su larga scala. Del rispetto della Risoluzione 1701 del 2006 delle Nazioni Unite, che affida al Libano il compito di presidiare il Sud del Paese interdicendo la presenza di Israele e e Hezbollah nell’area del conflitto di diciotto anni fa, o del ritorno a casa dei 60mila israeliani sfollati dal Nord del Paese per i raid missilistici di Hezbollah, giustificazione ufficiale dell’offensiva, non si parla più.

Quel che è certo è che se Israele continuerà, la campagna avrà un prezzo. Il trauma dell’ultima guerra combattuta a Nord non è dimenticato, ricorda il Washington Post: “per Israele, le morti dei militari faranno rivivere i difficili ricordi dell’invasione del Libano nel 2006, quando il primo carro armato ad attraversare il confine colpì una bomba sul ciglio della strada e quattro soldati furono uccisi”. Un sinistro presentimento in una guerra che portò a 121 morti in 34 giorni sul campo israeliano. A testimonianza del fatto che i nemici di Tel Aviv, se ingaggiati sul campo, non partono battuti in Libano. E che le conseguenze dell’offensiva rischiano di essere imprevedibili.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto