La Terza guerra del Golfo è già uno shock globale e gli effetti dell’assalto israelo-americano all’Iran e della risposta di Teheran stanno sempre più travolgendo il mercato dell’energia. L’affondo di Israele che nella giornata di domenica 8 marzo ha messo nel mirino il petrolio iraniano stoccato in depositi e raffinerie ha creato un’ondata di panico per una possibile ulteriore espansione del conflitto e i mercati energetici, oggi, prezzano lo shock: l’oro nero è sopra i 100 dollari al barile per la prima volta in quattro anni, dall’invasione russa dell’Ucraina, e in una giornata il Brent sale del 15% a 107 dollari al barile e il Wti del 13,5% a 103 dollari al barile.
L’infarto energetico globale
Un colpo notevole per i mercati globali, già colpiti dallo shock del crollo delle forniture passanti dallo Stretto di Hormuz. La dinamica è quella di un vero e proprio “infarto” della globalizzazione, molto peggiore del caos ucraino. Allora iniziò una pesante opera di disaccoppiamento occidentale dalla Russia e l’oro nero si apprezzò sull’onda lunga delle tensioni geopolitiche, in questo caso c’è una quota importante dell’offerta mondiale rinchiusa nel Golfo Persico, costretta a non potersi muovere, condizionata dai blocchi delle produzioni dei Paesi arabi che da un lato non possono esportare per la guerra e dall’altro devono stare attenti a non sovraccaricare gli stoccaggi. Il gap di offerta, ad oggi, è stimato in 20 milioni di barili al giorno sottratti al mercato, più dei cinque shock successivi combinati per dimensione.
Peraltro, il greggio mediorientale alimenta il motore asiatico dell’economia industriale globale, soprattutto tecnologica, ed è inevitabile pensare a un effetto domino, tanto che mentre gli Usa valutano di allentare le sanzioni a parte del petrolio russo, con l’Urals che scambia a 90 dollari al barile, il G7 intende lavorare a un progetto coordinato dall’Agenzia internazionale per l’energia per rilasciare greggio dagli stoccaggi strategici per calmierare i prezzi. Un quantitative easing energetico da compiere tramite l’espansione dell’offerta spinta dall’utilizzo delle riserve: per i 32 Paesi coinvolti nel piano “un rilascio congiunto di 300-400 milioni di barili, ovvero il 25-30% degli 1,2 miliardi di barili di riserva, sarebbe appropriato”, hanno detto fonti statunitensi al Financial Times.
Usa, Europa, Giappone ballano, tra petrolio e gas
Si tratta di una quota di riserve pari a 15-20 giorni di blocco di Hormuz o al totale della domanda globale per 3-4 giorni in un contesto in cui Stati Uniti e Giappone “rappresentano circa 700 milioni di barili degli 1,24 miliardi di barili totali”, ricorda il Ft, e dovrebbero essere i maggiori attori di questo rilascio collettivo.
Per Tokyo questo significa barattare respiro nel breve periodo per la sua economia in cambio di dubbi sull’avvenire, dato che il Paese ha solo nove mesi di disponibilità di petrolio nelle riserve stoccate. Per Donald Trump, la dimostrazione di un effetto indesiderato nella “sua” guerra all’Iran che gli Usa stanno pagando col rischio inflazione interna. Nel frattempo, l’Europa fibrilla anche per gli alti prezzi del gas naturale, giunto oltre i 60 €/MWh al Ttf di Amsterdam, record dal 2023.
Il settore energetico israeliano festeggia
Chi ha festeggiato in apertura, invece, è Israele, le cui major energetiche nel giorno del grande caos scatenato proprio dai raid di Tel Aviv hanno aperto volando in Borsa. In apertura, tredici aziende del listino israeliano del comparto energetico hanno presentato rialzi superiori al 2% in un giorno in cui le borse europee e asiatiche sono crollate, tra cui attori come Delek e Tamar.

Il dato è a maggior ragione notevole se si pensa che il risultato è stato conseguito in un contesto di recessione della Borsa di Tel Aviv dopo i massimi storici dei giorni scorsi. Israele esporta gas naturale liquefatto e la sua quota di mercato può essere condizionata positivamente dalla disruption bellica, senza le stesse conseguenze negative in termini di rincari e inflazione che invece gli Usa devono temere. La guerra all’energia potrebbe essere un punto critico sul prosieguo della guerra in cui le visioni di Usa e Israele potrebbero divergere. I conti salati della crisi energetica, in tal senso, parlano chiaro nel definire vincitori e vinti potenziali di un conflitto regionale nella portata militare e globale nella postura economica.
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