L’accusa non arriva da un attivista pacifista, né da un organismo internazionale sospettato di ostilità preconcetta verso Tel Aviv. A lanciare la denuncia, con parole che scuotono le fondamenta della retorica bellica israeliana, è l’ex primo ministro Ehud Olmert. Proprio lui, già protagonista dell’operazione “Piombo Fuso”, già membro di punta del Likud, oggi rompe il fronte dell’omertà politica israeliana e punta il dito: “Sì, Israele sta commettendo crimini di guerra nella Striscia di Gaza”.
Non si tratta di un’uscita estemporanea. Le dichiarazioni di Olmert, affidate alla penna di Haaretz e ribadite alla BBC, delineano un atto d’accusa sistemico contro la condotta del governo Netanyahu, definito senza esitazioni “una banda criminale” che ha gettato il Paese in una guerra “senza scopo, senza obiettivi, senza alcuna possibilità di successo”. È un atto d’accusa che, nella sua radicalità, rompe con anni di silenzi compiaciuti o giustificazionismi di Stato.
Una guerra politica privata
Olmert non risparmia nulla. Sottolinea che mai, dalla fondazione dello Stato di Israele, il Paese aveva intrapreso un conflitto tanto privo di coerenza strategica, condotto con metodi che hanno trasformato Gaza in un “disastro umanitario”. La guerra, afferma, ha perso qualsiasi connotazione difensiva o legittimità militare. È diventata “una guerra politica privata”, funzionale solo alla sopravvivenza di un governo assediato da accuse e inchieste, privo di consenso e ossessionato dalla propria caduta.
In queste parole riecheggia il disincanto di un insider che conosce i meccanismi della sicurezza israeliana, e che oggi li vede svuotati di etica e logica. L’orrore dei bombardamenti, le migliaia di vittime civili, la distruzione sistematica delle infrastrutture civili: tutto ciò, dice Olmert, “non ha più nulla a che vedere con obiettivi bellici legittimi”.
Israele e l’abisso morale
Le affermazioni dell’ex premier non sono isolate. Fanno eco a quelle del generale Yair Golan, già vicecapo di stato maggiore, oggi voce fuori dal coro nel panorama militarizzato della politica israeliana: “Un Paese sano non uccide bambini per hobby, non si pone l’obiettivo di espellere intere popolazioni”. Frasi che suonano come bestemmie per l’establishment dominante, ma che riflettono un disagio crescente anche all’interno di settori tradizionalmente fedeli allo Stato profondo.
La reazione dell’apparato è immediata e feroce. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar grida al tradimento, accusando Olmert e Golan di partecipare a una “campagna diplomatica e legale contro Israele e l’IDF”. Il ministro dell’Istruzione Yoav Kisch rincara: “Stanno pugnalando alle spalle i nostri soldati”. E la ministra May Golan, con retorica da trincea, parla di “sputi in faccia” a chi combatte per Israele.
Ma l’eco delle parole di Olmert è difficile da silenziare. Perché arrivano nel momento in cui la narrativa del Governo comincia a sfaldarsi sotto il peso di una realtà innegabile: Gaza è oggi un cimitero a cielo aperto, un laboratorio di distruzione totale, una vetrina crudele di ciò che accade quando la guerra diventa cieca e ossessiva.
Il linguaggio della destra estrema: genocidio normalizzato
A rendere ancor più inquietante il quadro, sono le dichiarazioni di esponenti dell’estrema destra, passate quasi sotto silenzio. Moshe Feiglin, ex deputato e ideologo radicale, ha affermato in diretta TV: “Ogni bambino a Gaza è un nemico. Non deve restare neanche un bambino gazawi”. Una frase che, in qualsiasi altro contesto, farebbe tremare i tribunali internazionali. In Israele, invece, è stata accolta con indifferenza dai vertici politici.
Lo stesso ministro delle Finanze Bezalel Smotrich rivendica apertamente la “distruzione totale” della Striscia, descrivendo un’operazione militare che colpisce non solo Hamas, ma l’intera amministrazione civile. Il principio di distinzione tra combattenti e civili, cardine del diritto internazionale umanitario, sembra essere stato cestinato.
Crimini di guerra e isolamento internazionale
Nel frattempo, la reputazione internazionale di Israele crolla sotto i colpi delle inchieste giornalistiche, delle risoluzioni delle Nazioni Unite, dei movimenti per i diritti umani. L’accusa di crimini di guerra non è più una provocazione, ma una prospettiva concreta. Olmert lo dice chiaramente: “Uccisioni indiscriminate, senza limiti, crudeli e criminali di civili… È il risultato di una politica governativa consapevole, irresponsabile e malvagia”.
E quando lo dice uno dei protagonisti storici della politica israeliana, non si può più archiviare la questione come propaganda nemica. È la voce di chi ha fatto parte del sistema e ora denuncia il collasso morale di quel sistema.
La fine dell’impunità?
Le parole di Ehud Olmert potrebbero segnare una frattura. Non solo nella narrazione interna israeliana, ma anche nel posizionamento del Paese sulla scena internazionale. La domanda è se ci sarà qualcuno disposto ad ascoltarle. Perché ciò che accade a Gaza non è più solo un problema regionale: è una crisi della coscienza occidentale, che tollera, finanzia, giustifica.
Per Olmert, l’ora della verità è arrivata. Per Israele, il bivio è drammatico: continuare a marciare verso l’abisso o fermarsi, riconoscere, cambiare. Ma intanto, Gaza brucia.