Venti anni dopo l’inizio dell’invasione dell’Iraq, è lecito domandarsi gli effetti di quella guerra sulla diplomazia americana. L’attacco contro il regime di Saddam Hussein e la successiva “guerra infinita” nata tra le sabbie dell’Iraq sono scaturiti, almeno nell’intento, come momento cardine di una politica estera Usa ancora incentrata sull’unilateralismo e sul desiderio di incidere sui destini del Medio Oriente consolidando la propria posizione rispetto ai tentennamenti degli alleati europei e con una Russia ancora traumatizzata dalla caduta dell’Unione Sovietica. Tuttavia, quel conflitto che doveva essere la certificazione della grande strategia di Washington in Medio Oriente e che univa i vari focolai della “guerra al terrore” si è rivelata, dopo pochi anni, una ferita forse mai davvero sanata sia nell’agenda mondiale americana sia nel rapporto tra strateghi e opinione pubblica.

La “guerra infinita” irachena, vista oggi a venti anni di distanza dal suo inizio e con le lenti di oggi, appare più come un innesco per le crisi nate subito dopo che una risoluzione di quello che era considerato un problema strategico per Washington, ovvero Saddam.

I dubbi prima dell’invasione

Diversi osservatori e anche report di analisti e intelligence degli anni immediatamente successivi all’invasione avevano già mostrato delle importanti perplessità sull’impostazione del conflitto e soprattutto su quanto esso potesse incidere in modo positivo sulla sicurezza nazionale statunitense. Interessante, a questo proposito, il lungo rapporto realizzato dall’allora Democratic Policy Committee, ora Democratic Policy and Communications Committee, con cui i democratici Usa elencavano costi e conseguenze della guerra in Iraq, definita in particolare in chiave anti-repubblicana e come la “guerra di Bush”.

Al netto del chiaro intento di colpire l’amministrazione del presidente che aveva iniziato la “guerra al terrore”, alcuni commenti e dichiarazioni contenute nel dettagliato rapporti dei democratici individuano concetti-chiave che possono essere visti anche in chiave contemporanea.

Molti sottolineavano un impegno militare che affaticava e impoveriva il complesso militare Usa senza un reale obiettivo strategico a lungo termine. Altri, invece, sottolineavano come la guerra a Baghdad potesse essere più una distrazione dai veri avversari sistemici Usa. Inoltre – come sottolineato dai National Intelligence Estimates del 2006 – la guerra in Iraq, invece di colpire il terrorismo globale, lo aveva alimentato fornendo ai combattenti della jihad globale un ulteriore pretesto per lottare contro Washington, accusata di avere invaso un Paese musulmano e di averlo occupato manu militari per i propri interessi.

L’effetto indesiderato della guerra

Questa valutazione, che risale a pochissimi anni dopo la decisione di attaccare il regime di Saddam, appare ancora più rilevante se si pensa che i documenti racchiusi nei Nie sono di fatto la produzione di quella stessa intelligence che, pochi anni prima, aveva avallato l’ipotesi di una produzione di armi di istruzione di massa in Iraq tale da giustificare l’attacco. Segno quindi che la comunità di intelligence di Washington aveva già corretto il tiro delle proprie valutazioni approfondendo, appena tre anni dopo, le conseguenze del conflitto nell’ottica di un rischio di caos regionale e di esplosione del terrorismo islamico.

A questo proposito, nella sintesi pubblica delle valutazioni delle agenzie Usa si legge: “Riteniamo che il jihad iracheno stia plasmando una nuova generazione di leader e manovalanza terroristi; il successo jihadista percepito lì ispirerebbe più combattenti a continuare la lotta in altri luoghi”. Inoltre, continua il testo, “il conflitto iracheno è diventato la ’cause celebre’ per i jihadisti, alimentando un profondo risentimento per il coinvolgimento degli Stati Uniti nel mondo musulmano e coltivando sostenitori del movimento jihadista globale“.

Il nodo dell’incapacità di risolvere il problema della jihad globale e di averlo anzi riattivato proprio con la guerra si è poi confermato anche negli anni dello Stato islamico, che anzi è nato proprio nel brodo di coltura iracheno. Gli errori dell’invasione e della gestione del conflitto si sono poi materializzati con la nascita di veri e propri santuari del terrorismo aiutati anche dall’inadeguatezza del sistema iracheno sopravvissuto all’invasione.

Un nuovo modo di percepire gli Usa

Questi gravi deficit della guerra contro Saddam hanno avuto ulteriori effetti sul piano regionale, tra cui bisogna ricordare soprattutto il modo in cui è cambiata – in maniera forse definitiva – la percezione degli Stati Uniti. Dopo l’attacco all’Iraq, Washington, vista in maniera ancora positiva da buona parte dei Paesi dell’area nonostante l’alleanza con Israele e le differenze culturali sentite dalle opinioni pubbliche, ha subito un sensibile crollo della fiducia dei propri partner.

I Paesi del Medio Oriente, dell’Asia centrale e in generale tutti gli Stati a maggioranza musulmana hanno iniziato a considerare gli Stati Uniti come un nemico, come potenza non più interessata a gestire la regione ma a imporre la propria agenda. Questo ha avuto un contraccolpo importante anche sui rapporti tra Usa e i maggiori alleati dell’area, in particolare la Turchia – che come partner Nato concesse lo spazio aereo ma non il proprio suolo per l’invasione – e l’Arabia Saudita, che non partecipò alla coalizione dei volenterosi al pari di quasi tutti gli Stati mediorientali. Inoltre, come poi in effetti si è confermato nel corso degli anni, l’invasione dell’Iraq è diventato un precedente fondamentale anche (paradossalmente) nell’agenda dell’acerrimo nemico di Baghdad, l’Iran, che dopo la guerra preventiva contro il regime iracheno, ha rafforzato il proprio desiderio di raggiungere le capacità di arricchimento dell’uranio.

Oltre a questo, l’instabilità prodotta in Medio Oriente ha continuato a propagare i propri effetti a tutti i Paesi dell’area, con la conseguenza che Washington si è trasformata in un elemento critico e non più affidabile. Infine, l’incapacità di certificare il motivo ufficiale dell’invasione, cioè il presunto arsenale sporco di Baghdad, ha ulteriormente rafforzato i sentimenti antiamericani, al punto che, come dimostrato anche dopo la guerra in Ucraina, le famigerate “fialette” di Colin Powell sono diventate l’argomentazione più classica per criticare le iniziative diplomatiche e militari americane nel mondo. In questo modo, quindi, la guerra in Iraq, ma soprattutto il caos provocato successivamente, hanno rafforzato le potenze che si sono mostrate come alternative proprio a quel sistema perorato da Washington, e cioè Russia e Cina. Rimosso nel tempo il grande nodo del regime di Saddam Hussein, negli occhi dell’opinione pubblica e delle leadership mediorientali (ma non solo) è rimasto il vuoto di potere lasciato in Iraq e l’instabilità per i venti anni successivi, con l’avvento di Daesh e l’inserimento dell’Iran a certificare il fallimenti dei propositi Usa.

La spaccatura con l’Europa

Se questi sono gli effetti regionali, la percezione degli Stati Uniti va poi anche osservata nell’ottica internazionale. Se infatti la guerra in Ucraina ha di nuovo blindato l’Occidente sotto l’ala americana specialmente a causa dei tentennamenti europei nei confronti della Russia, va ricordato che prima del 2022 gli Usa venivano ancora identificati da buona parte degli establishment e delle opinioni pubbliche del Vecchio Continente come una superpotenza confusionaria.

L’immagine più vicina era quella del disastroso ritiro da Kabul e dell’abbandono dell’Afghanistan in mano ai talebani. Ma prima di questa, il caos mediorientale nato dal conflitto iracheno e certificato dalla guerra in Siria (e in parte dello Yemen) aveva indebolito l’immagine Usa a vantaggio di altre superpotenze. Se si mettono insieme i dubbi di molti Paesi Ue sulla guerra (a partire da Francia e Germania) con le critiche rivolte successivamente per la gestione del Paese e gli effetti sulla regione e sull’Europa, si comprende come gli Usa abbiano vissuto circa 15 anni di crescente divario con l’altra sponda dell’Atlantico. Uno iato che si è ampliato con la ritirata dall’Afghanistan e che si è richiuso solo con il pieno sostegno di Washington alla resistenza di Kiev.

In tutto questo, le gravi critiche interne nei confronti della guerra in Iraq, diventata con Donald Trump il più classico esempio di “guerra infinita”, hanno modificato sensibilmente anche le capacità di azione Usa in campo mediorientale. Il fallimento del conflitto iracheno, ritenuto da molti l’emblema dell’impossibilità di “esportare democrazia” ma anche della rivincita dell’isolazionismo, è così diventato un trauma al punto da innescare non solo un ripensamento della strategia Usa nell’area, ma anche il pericolo di come vengano percepite le iniziative di Casa Bianca e Pentagono nella regione. Tramontata l’epopea della guerra al terrorismo di matrice islamica, il Medio Oriente è tornato a essere per l’opinione pubblica Usa uno scenario lontanissimo e sconosciuto, che in larga parte doveva quindi interessare poco anche alla classe dirigente.

Trump ha vinto le elezioni proprio facendo leva sulla risoluzione rapida e il più possibile definitiva delle guerre scatenate dalle precedenti amministrazioni. E l’investimento di miliardi di dollari nel conflitto ha provocato una forma di grande ritrosia da parte di molti elettori sulle spese militari e sugli interventi all’estero. Per un Paese che ha in sé non solo l’anima dell’isolazionismo, ma anche della democrazia rappresentativa, è chiaro che qualsiasi leader debba fare i conti anche con questo modus pensandi dell’elettorato, specie della classe media. E ciò implica non solo un disinteresse verso i destini dell’Iraq, quantomeno a parole, ma anche una sorta di imbarazzo dei capi di Stato Usa nell’interfacciarsi con i partner mediorientali rispetto alle enormi sfide che la regione offre agli strateghi atlantici.