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La guerra continua. Osservazione banale, penserà chi ci sta leggendo. Come si potrebbe dubitarne, anche solo ascoltando le notizie quotidiane ci pervengono dal fronte russo-ucraino o dai territori palestinesi, o prestando attenzione a quelle, molto più ridotte, che riguardano gli ormai famosi “conflitti dimenticati” che insanguinano numerosi luoghi del pianeta?

Vero. Ma, per dirla con un’altra (e qui inevitabile) frase fatta, se ci fermassimo a constatare che le armi proseguono a fare stragi su quei campi di battaglia, vedremmo solo la punta del gigantesco iceberg che abbiamo di fronte e intorno. Perché la principale, più insidiosa e in prospettiva più dannosa guerra che è in atto nel nostro tempo è quella, assai più vasta, che si sta combattendo, su scenari frastagliati e diversi, tra civiltà, ovvero tra stili di vita e modi di pensiero, usi e tradizioni, credenze religiose e fedi ideologiche, modelli di società e immagini del futuro. In altre parole, tra visioni del mondo in concorrenza e in contrasto.

Ci siamo, dicendo questo, convinti della bontà delle tesi di Samuel Huntington – peraltro spesso travisate da chi ne ha solo sentito parlare, senza degnare di lettura le pagine dell’articolo, e poi del corposo saggio, in cui sono state esposte? No. O, per meglio dire, non del tutto. Perché se è vero che il politologo statunitense poco amato dall’establishment aveva colto una caratteristica essenziale della dinamica belligena dell’epoca contemporanea, coniugando le abituali vedute della geopolitica realista con una marcata attenzione ai fenomeni culturali, la sua prospettiva si era arrestata all’analisi degli attriti che si stavano verificando nelle “zone di faglia” della tettonica planetaria. Le sue intuizioni sull’inevitabilità degli scontri tra le aree in cui col tempo si sono consolidati modelli di civiltà profondamente differenti – occidentale, cristiana orientale/ortodossa, latino-americana, islamica, indù, cinese, giapponese, buddista, africana – erano certamente fondate, ed è probabile che i decenni a venire ce ne forniranno ulteriori conferme. Ma una dimensione era rimasta da lui inesplorata: quella dei conflitti che fenomeni di portata universale, come l’estensione delle reti di comunicazione immediata e istantanea e le migrazioni di una enorme quantità di esseri umani erano destinati a scatenare all’interno di ciascuna delle aree da lui individuate.

La lacuna non è di poco conto, perché la porosità – e l’attraversamento, o la sistematica violazione delle frontiere tra Stati (e, quel che più conta, tra nazioni e continenti) ha messo a contatto sullo stesso territorio masse di individui contrassegnate da identità etnoculturali distinte, portatrici di stigmate culturali introiettate da generazioni e in genere non disposte a spogliarsene integralmente accettando gli imperativi dell’assimilazione. Alcuni dei conflitti che già si erano disegnati e avevano suscitato contrasti tra l’una e l’altra zona lungo le linee di faglia si sono pertanto riprodotti, e a volte intensificati, dentro alcune di quelle zone.

Ha preso così corpo, per un effetto naturale di trascinamento che nulla ha a che vedere con le ipotesi care ai complottisti di piani maturati e posti in atto da oscure e minacciose “cupole” guidate da potenti burattinai, quel conflitto di portata globale tra l’Occidente – ovvero l’area in cui gli Stati Uniti sono riusciti a proiettare in modo più solido e diretto la propria egemonia – e i suoi molti nemici/concorrenti a cui stiamo da tempo assistendo. Uno scontro che è fatto, come è ormai noto, dell’impiego degli strumenti del soft power oltre che delle tradizionali armi dell’hard power, per cui si svolge in larga misura sul terreno della conquista dell’immaginario collettivo, come in tante occasioni abbiamo documentato su queste pagine. E che dentro e dietro di sé ha la lotta tra due visioni del mondo inconciliabili: l’una individualista e cosmopolita, votata ad imporre in tutti gli angoli del pianeta, per via di progressiva omologazione, i propri valori di riferimento, l’altra olistica e radicata in eredità culturali specifiche e particolari, chiamata a resistere a questa insidiosa forma di invasione e conversione.

Chi si trova a vivere in qualunque paese “occidentale” – meglio sarebbe dire occidentalizzato – sa con quale virulenza questa guerra non convenzionale venga quotidianamente combattuta dall’élite al potere e dai suoi collaboratori, a suon di propaganda e disinformazione, censure e restrizioni della libertà di opinione. E come tenda a trasformarsi in guerra totale, da cui nessun ambito resta escluso, perché la logica di dominio che la anima non conosce eccezioni. Individuare tutti i fronti su cui il conflitto si sta svolgendo sarebbe impresa titanica, ma anche soffermandosi solo su alcuni di essi si possono cogliere nitidamente le sue dimensioni e le linee attorno a cui la battaglia si è fatta più accesa.

Volendo cominciare dagli scenari su cui lo scontro ha assunto un carattere esplicitamente cruento, è inevitabile citare quanto sta accadendo sia sul versante orientale del continente europeo che in Palestina. L’inarrestabile faziosità della rappresentazione giornalistica degli eventi, l’ipocrisia delle dichiarazioni dei politici, il sistematico ricorso all’applicazione della famigerata regola dei due pesi e due misure stanno ormai rinchiudendo l’opinione pubblica dei paesi inclusi nella sfera di influenza americana nel recinto della tanto (a parole) vituperata post-verità, dove a contare non sono i fatti accertati ma la “narrazione” che se ne dà.

Continuiamo quindi ad essere costretti a sentire commenti lamentosi e deprecazioni accompagnate da immagini sensazionalistiche e/o commoventi ogni volta che si tratta di attacchi russi alle città e alle strutture energetiche ucraine e rapidi anodini accenni quando a morire per i bombardamenti o le incursioni sono dei cittadini russi. Nel primo caso il lessico utilizzato si dilunga su età, sesso, grado di parentela e professione delle vittime civili; nel secondo ci si limita in genere alle cifre delle casualties, ridotte al rango di danni collaterali. E se il video di un missile caduto su un caseggiato a Leopoli viene pubblicato per illustrare la “barbarie” degli aggressori, quello di un drone che si schianta su un analogo edificio di abitazione a Saratov si merita, sulle pagine del quotidiano più diffuso in Italia, il semplice aggettivo “spettacolare”. (Per la cronaca, si tratta dello stesso foglio che in prima pagina accoglie lo sfogo di un militare ucraino dispiaciuto di non poter uccidere i consueti cinquanta russi al giorno perché costretto ad allontanarsi dall’assediata Pokrovsk. Il tutto condito con una prosa intrisa di impeto bellicista da “radiose giornate” interventiste).

Ancora peggiore, se possibile, è il trattamento riservato alla tragedia dei palestinesi sconvolti da quella che ogni giorno di più si configura come una vera pulizia etnica. Dopo ogni reportage sui più efferati massacri compiuti dall’esercito israeliano in campi profughi, scuole, ospedali, moschee – naturalmente definiti preventivamente covi di terroristi, senza possibilità di riscontro oggettivo – è pronto un servizio su questo o quell’ostaggio o caduto nell’attacco del 7 ottobre, costruito con tutti gli ingredienti atti a portare al diapason la commozione: interviste ai parenti, ricordi dei compagni di scuola, aneddoti volti a sottolineare le virtù della vittima. Così, mentre continuano gli indiscriminati bombardamenti sui pochi edifici ancora in piedi a Gaza e le incursioni assassine dei coloni contro gli indifesi abitanti della Cisgiordania, culminate in episodi che persino il presidente israeliano Herzog è arrivato a definire pogrom, il telespettatore è indotto a mettere sullo stesso piano, se va bene, le milleduecento vittime dell’attacco a sorpresa di Hamas con le quarantamila e più falcidiate dalla rappresaglia israeliana, compiuta con armi fornite da Usa e Germania.

In entrambi i casi, il peso assai diverso attribuiti alla parti che si combattono è giustificato da una rappresentazione impostata su un registro rigorosamente manicheo, che vede da una parte chi si batte per il proprio diritto all’esistenza e per difendere i principi democratici e dall’altra accolite di fanatici o governanti smaniosi di realizzare folli progetti neo-imperiali e di soggiogare o eliminare ogni avversario. Una menzogna la cui evidenza ci si sforza di coprire, purtroppo spesso riuscendoci, anche quando i fatti sono eloquenti, con i dirigenti Nato che puntano apertamente ad aumentare lo sforzo bellico antirusso pretendendo di non essere considerati belligeranti e gli esponenti meno ipocriti del governo di Tel Aviv che profetizzano una “Giudea-Samaria” sgombra di ogni presenza non ebraica.

La verità è ben altra: come ha recentemente scritto in un suo articolo lo storico del pensiero politico Dino Cofrancesco, una delle poche voci ragionevoli del campo intellettuale liberale, “le autocrazie oggi diffuse nel pianeta non odiano noi occidentali perché ci siamo dati istituzioni liberali – diritti civili e politici, libertà di ricerca – ma perché le grandi potenze egemoni nell’area euroatlantica hanno cercato di imporre non solo il loro stile di vita ma, altresì,  ragioni di scambio economico e sudditanze militari non certo iscritte nei trattati sul governo civile di John Locke. I retori dell’occidentalismo  che vorrebbero farci credere che il mondo non europeo ci odia  per le libertà di cui godiamo, dovrebbero meditare sul fatto che è la politica nordamericana in Medio Oriente – che ha tragicamente destabilizzato l’area causando morti, distruzioni, guerre civili – una delle origini del disordine mondiale. Altro che guerra (santa?) delle democrazie liberali alle autocrazie!”.

Parole sagge. A cui bisognerebbe aggiungere, però, che quelle grandi potenze – in realtà una sola – non hanno puntato ad imporre i loro paradigmi culturali agli “infedeli” con il semplice obiettivo di farne un solido zoccolo di una potenza asservita alla ragion di Stato e alla convenienza economica. Nei think thank che hanno ispirato e/o guidato i loro governi è sempre stata presente una preoccupazione eminentemente ideologica: convertire le popolazioni dei paesi soggiogati o tenuti al guinzaglio al credo individualista e al contempo universalista racchiuso nella dottrina dei “diritti dell’Uomo”. Il dato è apparso chiaro solo durante il doppio quadriennio di presidenza di George W. Bush, ma è tornato nell’oblio nell’era di Obama e durante i mandati successivi, pur continuando ad essere cruciale nelle strategie del Gendarme Planetario.

Ciò obbliga chi non intende piegarsi a questa dottrina, e alla visione del mondo che ne è il presupposto a cercare di individuare e comprendere nella sua interezza – senza concessioni alle paranoie delle narrazioni cospirative – il meccanismo della guerra per l’egemonia che il fronte occidentalista va conducendo, e di cui gli scontri fra eserciti e milizie sono solo, come dicevamo in apertura, l’aspetto superficiale. Sono molte le direttrici lungo le quali si svolge l’attacco, e molte di esse coinvolgono soprattutto l’ambito comunicativo e quello culturale ed educativo. È attorno alle tematiche sempre più scottanti dell’immigrazione e dell’organizzazione delle società multiculturali, del mantenimento o della cancellazione delle identità etniche che ciascun popolo si è formato  nel corso dei secoli, dell’affermazione o della negazione dei criteri di normalità e naturalità che hanno retto la convivenza civile per millenni e che oggi sono oggetto di continuo attacco, della revisione e mistificazione del passato storico delle nazioni che oggi si gioca il nostro futuro. Ritorneremo ad occuparcene, per fornire il nostro pur minimo contributo all’edificazione dell’indispensabile argine di difesa di ciò che resta della nostra civiltà.

Da “Diorama”, numero 381 (Settembre-Ottobre 2024)

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