Guerra /

Con l’arsenale nucleare, Kim Jong-un si è costruito una polizza sulla vita della sua persona, della sua dinastia e del suo regime. Oggi è impossibile pensare a una Corea del Nord priva del programma nucleare ed è abbastanza evidente che continuare a non ritenere Pyongyang come una potenza nucleare sia quantomeno anacronistico. Gli ultimi test per una bomba H, pur con tutti i limiti e i dubbi sull’affidabilità del sistema, hanno in ogni caso dimostrato che la Corea del Nord ha raggiunto un livello di know-how sul nucleare e di capacità distruttiva da non poter più considerare il nucleare nordcoreano un’eventualità da combattere ma una realtà cui bisogna fare i conti.

Lo scopo della dinastia di Kim era sempre stato questo: garantire la sopravvivenza del proprio regime con la deterrenza nucleare. Lo scopo è stato raggiunto e, per ottenerlo, la Corea del Nord ha investito miliardi di dollari. Un fiume di denaro pubblico che è servito da un lato a continuare nella ricerca atomica e nell’acquisto dei materiali e delle tecnologie, dall’altro lato a continuare nel programma missilistico per confermare anche la potenzialità balistica di tale arsenale, rendendolo contemporaneamente dissuasivo e offensivo. Una scelta ponderata da parte del regime, che ha preferito da subito assicurare la sua sopravvivenza prima ancora che qualsiasi altra necessità dello Stato, e che è iniziata da molti decenni fa, come segnalato dal Corriere della Sera, quando il Pakistan cedette la tecnologia per il nucleare alla Corea del Nord di Kim Il-sung in cambio del know-how missilistico raggiunto da Pyongang già molti anni prima. Pakistan che, fra l’altro, aveva ottenuta un tale livello di tecnologia atomica proprio grazie alla Cina nei primi anni Settanta del secolo scorso.

Secondo quanto ha riportato il sito della Cnbc, l’intelligence della Corea del Sud ha stimato il costo del programma nucleare del Nord tra 1 e 3 miliardi di dollari, con il numero più alto, quello di tre miliardi, che combina il programma di sviluppo nucleare con quello missilistico. Le cifre, ovviamente, sono di parte sudcoreana, dunque, pur essendo le uniche, possono aver subito delle “modifiche” in base alle scelte politiche di colpire il nemico del Nord, tuttavia dimostrano come in realtà Kim sia riuscito a ottenere risultati strabilianti spendendo una cifra notevolmente inferiore a quella che ci si poteva attendere. Per fare un paragone che rimanga nell’ambito bellico, un sottomarino nucleare d’attacco della classe Virginia costa al governo degli Stati Uniti d’America circa 2,5 miliardi di dollari. La Uss Gerald Ford, primo modello della nuova classe di portaerei a propulsione nucleare CVN-21, è costata in tutto al Pentagono 12 miliardi di dollari, nonostante il contratto iniziale prevedesse una spesa inferiore ai 6 miliardi di dollari. Con un decimo della spesa americana per una sola nave, la Corea del Nord si è dotata della migliore garanzia per tutelare gli interessi del proprio governo e mettere in scacco l’intera rete diplomatica e militare degli Stati Uniti nel Pacifico.

Sempre secondo il ministero della Difesa della Corea del Sud, il costo dei primi 31 missili balistici lanciati da Kim Jong-un da quando ha preso il potere alla fine del 2011 fino a luglio dello scorso anno è stato di 97 milioni di dollari. Il lancio di ogni Scud vale tra uno e due milioni di dollari; ogni Musudan dai tre ai sei milioni; e ogni missile balistico lanciato da sottomarini costa tra i cinque e i dieci milioni. Si ritiene che la spesa militare totale della Corea del Nord sia di circa 10 miliardi di dollari l’anno, in altre parole almeno un quarto del suo prodotto interno lordo (tra i 30 e i 40 miliardi di dollari). Le cifre dell’economia nordcoreana restano tuttora avvolte da un velo di mistero dovuto all’isolamento del regime e dall’impossibilità di condurre ricerche e analisi certe sullo stato di salute del Paese, tuttavia, analisti e osservatori economici ritengono credibile questi numeri. Un Pil che, nonostante tutto, ha registrato negli ultimi tempi anche una netta ascesa (3,9% nel 2016) dovuto in particolare ad un aumento delle esportazioni e della produzione interna, nonché delle estrazioni carbonifere.

Per ottenere quei soldi, la Corea del Nord si è affidata a canali di flussi denaro molto variegati. L’export ha certamente influito, ma parliamo di quantità non in grado di coprire neanche la metà della spesa militare. Una parte rilevante l’hanno avuta i soldi in valuta estera inviati da decine di migliaia di operai nordcoreani impiegati negli Stati esteri, che negli anni sono diventati una vera e propria fucina di fondi per finanziare i programmi balistici e nucleare. Esistono poi una serie di canali illegali di finanziamento che, secondo molte fonti d’intelligence, sono costituiti da esportazioni illegali di armi e da crimini informatici messi in atto dalla rete hacker legata al governo di Pyongyang. Con questi introiti legali e illegali e con una spesa pubblica rivolta verso il programma nucleare, Kim ha costruito un sistema in cui è in grado di tenere a bada la casta interna dei militari, incutere paura nei vicini, rendere impossibile un intervento americano e rendersi autonomo anche rispetto a Russia e Cina. Con un problema però non di poco conto: la popolazione comincia a risentire in modo sensibile dell’aumento della spesa militare rispetto a quella sociale e all’assenza di un’economia in grado di garantire una vita agevole. Il regime ha guadagnato la propria sopravvivenza rispetto ad attacchi esterni, ma il rischio è che si sia isolato così tanto – e le nuove sanzioni lo dimostrano – per cui questa autonomia rischia di rivelarsi effimera nei prossimi anni se non viene collegata a una politica più “distensiva” da parte del governo nordcoreano che gli permetta di riossigenare la propria economia.