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La fine del Trattato Inf (Intermediate-range Nucleare Forces), siglato tra Stati Uniti e Unione Sovietica nel 1987 che metteva al bando i missili balistici di raggio medio e intermedio (gittata compresa tra i 500 e i 5500 chilometri), è forse l’evento che più ha caratterizzato la politica estera nell’ultimo decennio ed è quello che sicuramente caratterizzerà quella del futuro.

Il Trattato, come abbiamo già avuto modo di dire più volte, era ormai diventato obsoleto: le potenze regionali emergenti, in particolare la Cina, hanno nei loro arsenali un numero consistente di missili di questo tipo (definiti Mrmb e Irbm) in grado di trasportare anche più di una testata nucleare e che stanno raggiungendo una precisione sempre maggiore, facendone quindi, potenzialmente ed in futuro, degli strumenti per un “primo colpo” (in inglese first strike) atomico.

Occorreva quindi, per il ben noto meccanismo di bilanciamento delle proprie forze con quelle dell’avversario, che gli Stati Uniti potessero dotarsi di una minaccia dello stesso tipo, anche a fronte della considerazione che l’ombrello antimissile difensivo nel settore del Pacifico Occidentale è molto scarso e la stessa efficacia di un sistema simile (anche contro i missili intercontinentali come il Gmd – Ground-based Midcourse Defense) è tutta da dimostrare, con la certezza che sarebbe comunque inefficace in caso di un attacco di saturazione.

Era quindi inevitabile che gli Stati Uniti decidessero unilateralmente di uscire dal Trattato Inf, e la Russia ne ha fornito il pretesto schierando un vettore, il missile da crociera 9M729 (SS-C-8 in codice Nato) lanciabile da una variante della piattaforma mobile del sistema Iskander, la N. Missile, quello russo, che viene accreditato avere una gittata superiore ai 500 chilometri, e quindi in violazione delle clausole dell’Inf.

La nuova proliferazione missilistica

Inevitabilmente da ambo le parti è ricominciata la corsa a dotarsi di missili balistici a raggio medio e intermedio, la cui produzione era vietata dal Trattato, e questo pone dei problemi non indifferenti sia a livello diplomatico sia a livello tattico.

Dal punto di vista diplomatico la costruzione di nuovi vettori missilistici in grado di trasportare testate nucleari rende inefficace il nuovo Trattato Start (Strategic Arms Reduction Treaty) sulla riduzione degli arsenali atomici di Russia e Stati Uniti. L’accordo, entrato in vigore nel 2011, scadrà nel 2021 e limita sia il numero delle testate a disposizione di entrambi i Paesi sia quello dei vettori in grado di trasportarle, siano essi bombardieri o missili balistici intercontinentali (Icbm) o lanciabili da sottomarini (Slbm). Secondo il nuovo Start ciascuna delle parti può disporre di un massimo di 1550 testate (veicoli di rientro e sistemi aviolanciabili), 700 tra missili e bombardieri dispiegati e 800 sistemi di lancio non dispiegati.

Nel nuovo Start non v’è menzione dei sistemi di lancio a raggio medio e intermedio, in quanto, al tempo dell’entrata in vigore, questi erano proibiti dall’Inf. Pertanto ora esiste una sorta di “vuoto legislativo” che potenzialmente permette, e sta permettendo, una proliferazione missilistica al di fuori dei vincoli dell’accordo Start.

Stati Uniti in primis e Russia hanno avviato programmi per dotarsi nuovamente di sistemi missilistici Mrbm e Irbm che, anche se utilizzabili con testate convenzionali, possono imbarcare ordigni atomici. Questa possibilità, unita alla nuova dottrina americana (ma non solo) che vuole l’utilizzo di testate nucleari a basso potenziale per i propri missili (principalmente e momentaneamente solo da crociera) quindi potenzialmente utilizzabili in ambito tattico in risposta a un attacco convenzionale, risulta destabilizzante per gli equilibri strategici mondiali.

La Russia vuole un nuovo accordo

In un sol colpo, quindi, la fine del Trattato Inf ha reso obsoleto anche l’attuale accordo Start, ed è per questo che occorre una sua implementazione che preveda l’inserimento dei vettori a raggio medio e intermedio e la sua espansione ad altri attori internazionali che ne dispongono essendo in grado di trasportare testate nucleari già presenti nei loro arsenali.

Il presidente Putin ha esplicitamente riferito, in una recente intervista rilasciata durante la sua visita in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi, che occorre accordarsi per un nuovo trattato Start per restringere ulteriormente la corsa agli armamenti nucleari. “Il nuovo Start è l’unico trattato che effettivamente ci evita di ricadere in una corsa agli armamenti su vasta scala. Per essere sicuri che sia implementato dobbiamo cominciare a lavorarci in questo momento. Abbiamo già inviato le nostre proposte: sono sul tavolo dell’amministrazione Usa, ma sino ad oggi non c’è stata alcuna risposta” sono state le parole di Putin.

“Se il trattato non sarà rinnovato ed esteso, il mondo non avrà alcun mezzo per limitare il numero delle armi offensive, e questa è una cattiva notizia. La situazione cambierà globalmente e diventerà più precaria. Il mondo sarà un posto meno sicuro e meno prevedibile rispetto a quanto lo è oggi” ha infine concluso il presidente russo.

Chiariamo un concetto. Putin non si è trasformato improvvisamente in una colomba, ma la mossa diplomatica risponde ad una necessità strategica: la Russia, in questo periodo storico, è alle prese con una profonda riforma delle proprie Forze Armate che richiede un cospicuo investimento finanziario. Le casse dello Stato però non sono in salute, sia a causa delle sanzioni internazionali che hanno colpito duramente l’economia russa sin dal 2014, sia a causa della stessa economia russa che è strutturalmente troppo legata agli idrocarburi ed al loro volatile mercato. Pertanto il presidente russo sa che non si può permettere una nuova corsa agli armamenti missilistici che vada a colmare il vuoto dato da 30 anni di Trattato Inf; del resto la Russia ha dovuto archiviare, negli ultimi anni, programmi della Difesa anche importanti, come la nuova portaerei da 100mila tonnellate o il sistema missilistico mobile RS-26 “Rubezh”.

L’America vuole includere la Cina

Anche se non c’è stata alcuna risposta ufficiale alla dichiarazione dello scorso ottobre del presidente Putin, gli Stati Uniti si sono dimostrati favorevoli ad una riedizione del Trattato Start già in precedenza. A maggio il presidente Trump aveva affermato che “stiamo discutendo di un accordo nucleare dove noi facciamo meno e loro fanno meno, e forse dove riusciremo a disfarci di parte di quella tremenda potenza di fuoco che abbiamo adesso”.

La Casa Bianca, però, vuole che nei nuovi accordi venga inclusa anche la Cina, proprio per i motivi che abbiamo fin qui elencato. Sempre Trump ha avuto modo di dire che “credo pertanto che cominceremo molto presto a discutere con la Russia, e penso che la Cina verrà inclusa strada facendo in questo percorso di trattative. Parleremo di non proliferazione, parleremo di un accordo nucleare di qualche tipo e credo che sarà molto più di carattere globale”.

Il motivo è ben chiaro: sebbene Pechino disponga di una manciata di testate in confronto agli Stati Uniti e alla Russia (circa 290), e sebbene la sua attuale dottrina non preveda un primo attacco (a causa della momentanea poca precisione dei sistemi di guida) ma segua la politica del no first use, quindi ne preveda l’impiego solo per un attacco di rappresaglia, la proliferazione missilistica ed il rateo di ingresso in servizio di nuovi sistemi missilistici a raggio medio e intermedio (anche ipersonici come le testate Hgv) da parte della Cina preoccupa non poco Washington che non intende affatto che Pechino diventi una potenza regionale egemone nel settore estremo orientale, come da dottrina strategica americana consolidata in più di 100 anni di storia.

Perché questo non accada diventa fondamentale inglobare la Cina in trattati vincolanti, come il nuovo Start che potrebbe quindi vedere incluse – anche se chi scrive pensa sia una possibilità remota – le armi a raggio medio e intermedio. Difficilmente, però, Pechino abboccherà all’amo. Nel recente passato ha dimostrato di rammaricarsi per la fine del Trattato Inf caldeggiando una sua riedizione senza però proporsi come contraente: nei piani della Cina c’è infatti proprio il lento e graduale passaggio a potenza egemone con prospettive future di proiezione globale e non più solo regionale, e la forza missilistica rappresentata dai missili tipo Mrbm e Irbm di cui dispone in gran numero è uno strumento essenziale affinché questo possa avvenire.

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