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Si chiamano sanzioni ma si potrebbero chiamare “rappresaglia”. Colpire un Paese a livello economico e commerciale, sebbene non sia un atto di guerra, è paragonabile a una breve campagna di bombardamenti sui suoi centri industriali: se ben mirata e capillare, può metterlo in ginocchio.

La guerra che i Paesi occidentali vogliono combattere contro la Russia per il suo intervento armato in Ucraina è combattuta solamente – per fortuna – con sanzioni economiche. Mettere in ginocchio la Russia a livello economico è proprio quello che spera l’Occidente, che non si è impegnato in un intervento militare in sostegno di Kiev, abbandonandola al suo destino. Un destino che però sembra compiersi con più tempo rispetto a quanto preventivato da Mosca. Ora qualcuno, da questa parte del mondo, comincia a pensare che, forse, le sanzioni non serviranno a prostrare la Russia di Putin, che si è assicurato una certa immunità.

Le sanzioni, infatti, hanno il loro maggiore impatto nel breve periodo, soprattutto se si parla di una nazione come la Russia, che per potenziale industriale e disponibilità di risorse minerarie, non è paragonabile all’Iraq di Saddam Hussein o alla Corea del Nord di Kim Jong-un.

Mosca è sotto sanzioni internazionali dal 2014, quando ha effettuato il colpo di mano in Crimea, che ha poi annesso alla Federazione, e in Donbass, che ha destabilizzato l’est ucraino con una guerra che è proseguita da allora e che è servita da pretesto per l’invasione dell’Ucraina.

Il Guardian riferisce che in oltre un decennio la politica del Cremlino ha ridotto con attenzione il debito del settore pubblico e privato interno e ha concesso alla banca centrale il tempo di costruire un forziere di attività estere abbastanza grande da sostenere le finanze del Paese per mesi, se non anni. Ciò significa, prosegue il quotidiano britannico, che è improbabile che le sanzioni messe in atto negli ultimi due giorni da Ue, Usa, Regno Unito, Giappone e Canada abbiano effetti significativi sull’economia russa o sulla sua stabilità finanziaria.

Viene anche detto che solo l’intero pacchetto di misure utilizzate contro l’Iran, cioè escludendo la Russia dal sistema di pagamenti internazionali, Swift, e vietando anche gli acquisti di petrolio e gas russi, otterrà qualche risultato.

Come ha affermato Hosuk Lee-Makiyama, capo del Centro Europeo per l’Economia Politica Internazionale, l’Europa ha permesso a se stessa di integrarsi maggiormente con la Russia, mentre la Russia si è separata dall’Europa. Ha affermato che i paesi dell’Ue possedevano un totale di 300 miliardi di euro di beni russi che sarebbero stati vulnerabili alla confisca se fosse scoppiata una guerra finanziaria senza esclusione di colpi. Lo Regno Unito possiede miliardi in più tramite società come Bp, che ha una partecipazione di quasi il 20% nella compagnia petrolifera russa Rosneft.

Disconnettere la Russia dal sistema di pagamenti internazionale, quindi, non avrebbe lo stesso effetto di quello visto con l’Iran o la Corea del Nord

Lee-Makiyama afferma anche che questa è “un’opzione nucleare, ovvero che significa che ti stermini insieme al tuo nemico”. Swift, che è il principale sistema di pagamenti sicuro utilizzato dalle banche, può anche essere messo da parte da un suo meccanismo rivale sostenuto dal governo cinese, Cips, che la Russia potrebbe utilizzare per condurre i suoi affari finanziari integrati da transazioni dirette con le controparti.

È anche possibile, per i Paesi del G7 e dell’Ue, vietare l’acquisto di gas e petrolio russi, ma gli analisti delle materie prime concordano sul fatto che mentre c’è la capacità sui mercati petroliferi di compensare la perdita di forniture russe con un aumento dei prezzi limitato a 140 dollari al barile, non c’è speranza di aumentare la produzione di gas per colmare il vuoto creato da un embargo su quello russo.

Per l’Europa continentale poi – e in particolare per l’Italia – sarebbe un duro colpo, stante i volumi che ancora provengono dalla Russia, ma si dimentica sempre di pensare che il gas – come gli altri idrocarburi –  è importante per chi lo compra ma anche per chi lo vende: ecco perché le esportazioni di gas russo, sostanzialmente, sono sempre state affidabili anche durante forti momenti di contrapposizione militare. L’improvviso blocco delle forniture costringerebbe rapidamente i Paesi europei a razionare il gas e ad affidarsi maggiormente all’Lng proveniente da Stati Uniti e Paesi Arabi, ed è probabile che il prezzo torni a salire a livelli nove volte superiori, come si è visto prima dello scorso Natale.

Il quotidiano termina la sua analisi sentenziando che “senza i divieti alle esportazioni di gas e petrolio e l’espulsione dai sistemi di pagamento internazionali, l’impatto delle sanzioni alla Russia sarà limitato”, ma potrebbe esserlo comunque.

Abbiamo infatti dato a Mosca 8 anni di tempo per cambiare il suo sistema economico/commerciale/industriale. Come detto la Russia ha un potenziale industriale che ha approfittato delle sanzioni per implementarsi, e sebbene tra mille difficoltà, si cominciano a vederne gli effetti. Un esempio in questo senso è dato dalle turbine a gas per uso navale: dopo il 2014 Mosca ha subito l’embargo ucraino che ne ha bloccato la vendita insieme a molte altre componenti aeronautiche e navali costruite in Ucraina. La Russia quindi, lentamente e ancora non in modo del tutto efficace, ha potuto sostituire questi motori costruiti dalla Zorya-Mashproekt con altri prodotti autonomamente e così ha fatto, e sta facendo, con tutta una serie di prodotti.

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