La guerra in Afghanistan è stata un fallimento su tutti i campi. Su quello “militare, politico, umanitario e finanziario” secondo Pietro Arlacchi, che fu incaricato nel 2009 dalla Commissione Affari esteri del Parlamento europeo, di stilare un rapporto sulla nuova strategia dell’Unione Europea per l’Afghanistan. L’ex funzionario continua a chiedersi le motivazione per le quali le Nazioni Unite, ieri come oggi, non hanno agito con risolutezza per “chiudere i rubinetti dell’oppio” che da decenni sostengono la quasi totalità del mercato dell’eroina in Europa. E i motivi sono oscuri sul piano politico.

Mentre a Doha è in corso l’ennesimo round di negoziati tra il governo di Washington e i Talebani, che dovrebbe condurre al ritiro delle truppe di occupano Kabul e altre aeree sensibili, in cambio della promessa dei rappresentanti politici degli “insorti” di combattere il terrorismo islamista, il problema delle distese di coltivazioni di papavero da oppio che affollano la terra afgana – e foraggiano un mercato miliardario – sembra non “rientrare” nelle priorità della politica occidentale. Che nonostante numerosi tentativi e mandati, non è mai stata in grado di mettere un punto a quello che sembra non essere mai stato considerato come un vero problema.

“Nessun accenno ad altre questioni, tra cui la produzione dell’oppio” – “È la quinta o la sesta volta in diciannove anni che ci si siede a un tavolo di negoziato sull’Afghanistan”. Ma dell’oppio e della riconversione dell’economia in Afghanistan – l’unica via per risanare veramente le ferite di una terra martoriata – non è mai il vero punto all’ordine del giorno. Come ricorda sul Fatto Quotidiano Pino Arlacchi, incaricato dalla Commissione Affari esteri del Parlamento europeo di stilare un rapporto sulla nuova strategia dell’Unione Europea per l’Afghanistan: “Gli studenti del Corano” – che avevano rovesciato il governo e avevano preso il potere nel 1997 – “erano un movimento di ultra-moralizzatori islamici, nato dalle viscere profonde di un paese semidistrutto da decenni di violenza e di caos” dovuto all’invasione dell’Unione Sovietica e a una lunga guerra di liberazione che si concluse con il ritiro dell’Armata Rossa, che pur sconfitta, lasciò sul terreno oltre un milione di morti tra soldati, mujaheddin e, soprattutto, civili. I talebani “controllavano l’80% del territorio e tassavano le coltivazioni di oppio facendo finta che l’Islam le consentisse. Sotto di loro, l’Afghanistan era balzato al primo posto nella lista dei fornitori mondiali, alimentando quasi l’intero mercato europeo dell’eroina” prosegue Arlacchi, domandandosi il perché della mancanza di un’azione risolutiva nei confronti di questa industria dell’oppio che foraggiava e sosteneva la quasi totalità del mercato dell’eroina in Europa, per un introito calcolato nei 20 miliardi di fatturato ottenuti tramite la dipendenza di “mezzo milione di consumatori europei”.

L’ex funzionario – che cita l’autorizzazione dell’allora segretario dell’Onu Kofi Annan – intendeva impostare una trattativa che toccasse il punto fondamentale della droga e di riflesso i diritti delle donne. Entrambi cambiamenti radicale che avrebbero potuto condurre alla via giusta per consentire a un “nuovo” governo afgano di farsi riconoscere dalla comunità internazionale, e progredire nella sua strada verso la stabilizzazione. Se gli Stati Uniti sotto Clinton diedero il loro assenso, fu il Regno Unito ad opporsi, reclamando un “diritto di zona di influenza” sull’Afghanistan che, più che altro, poteva essere rivendicato dal numero di guerre perse nei secoli – certamente non quelle vinte. Arlacchi presentò un piano programmatico che si poneva l’obiettivo di eliminare totalmente le coltivazioni illecite nel giro di 10 anni dalla sua approvazione. L’azione sarebbe stata consentita dall’investimento di 250 milioni di dollari: cifra sufficiente a quietare i coltivatori afghani prima della riconversione dell’economia nel paese. Arlacchi racconta che quando arrivò nella “capitale talebana” di Kandahar nel novembre 1997, incontrò il primo ministro talebano, Rabbani, definito incline ad accettare le condizioni del negoziato, con la sola eccezione delle tempistiche prefisse. “Se volevano l’aiuto estero, dovevano dimostrare di cambiare”, spiegava ai talebani l’ex politico italiano.

Un tentativo di cooperazione venne attivato dall’Onu, che concentrò i suoi sforzi nel rimettere in auge una grande fabbrica di cotone immobilizzata dall’assenza di energia elettrica. “In cambio il governo locale avrebbe dovuto proibire la coltivazione del papavero in tutto il distretto offrendo ai contadini soluzioni alternative, tra cui l’impiego nella fabbrica stessa”. Dato che sulla carta il piano era funzionale – o forse pericoloso – qualcuno si mosse prima, e la fabbrica venne acquistata da un imprenditore locale, un certo Osama Bin Laden; che dimostrò come tutto il piano si sarebbe rivelato più complesso del previsto. Nel 1999-2000 qualcosa cambiò. Gli Stati Uniti tolsero il loro appoggio agli eredi dei mujaheddin che avevano cacciato i russi con i soldi e le armi della Cia, e tutto il progettò della “lotta all’oppio” passò lentamente in secondo piano, venendo sotterrato l’anno seguente dalla ben più nota “lotta al terrorismo”. L’11 settembre del 2001, Bin Laden, capo di un’organizzazione paramilitare di credo islamista sunnita passata alla storia come Al-Qaeda, pianificò il più devastante attentato che avesse mai colpito l’Occidente. Il resto, è storia recente.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.