Israele sta considerando la possibilità di intensificare i suoi sforzi militari contro gli alleati dell’Iran. Secondo i funzionari dell’intelligence è “impossibile fornire una previsione precisa” degli sviluppi a causa del repentino scorrere degli eventi. Ma per gli strateghi israeliani, il momento di escalation generale fa sì che occorra una certa fermezza dell’approfittare della situazione.

L’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani ha senza dubbio scosso profondamente gli equilibri, ma la probabilità che qualcuno voglia muovere una guerra contro Israele rimane bassa. Secondo i vertici dell’Aman, la divisione responsabile della raccolta e dell’analisi delle informazioni di carattere militare delle Israel defence forces, il rischio di una guerra rimane basso. Ma questo non inficia la possibilità (abbastanza elevata) che preveda la possibilità che una serie di di attacchi reciproci possa portare ad un’escalation regionale. Gli analisti dell’intelligence militare hanno ammesso, come riporta Hareetz, che dato il “ritmo degli eventi nella regione”, e la particolare “velocità” con cui si verificano, è estremamente difficile fare delle previsioni affidabili. Un’escalation, come quella a cui abbiamo assistito nelle scorse settimane, potrebbe scatenarsi da un momento all’altro, sia per un’eliminazione non annunciata che per una rappresaglia non “misurata” come è stato per le basi Usa in Iraq. Si possono identificare “tendenze generali”, dicono gli esperti, ma è difficile stendere un quadro preciso della situazione.

A confermare questa mancanza di affidabilità nel valutare le proiezioni sugli scenari futuri, sono state portate ad esempio le previsioni riguardanti le forti sanzioni economiche volute dagli Stati Uniti, che si sono dimostrate inefficaci se si tiene conto del loro obiettivo: ovvero spingere l’Iran al collasso economico Siria e Iran per costringere i governi di Teheran e Damasco a riconsiderare le loro posizioni. L’intensificazione delle sanzioni imposte lo scorso maggio nei confronti dell’Iran ha provocato, al contrario, una serie di attacchi rivolti principalmente all’industria petrolifera degli stati del Golfo, scatenando un effetto a catena che ha portato a numerosi incidenti e al rischio di un’escalation nello stretto di Hormuz nella quale Teheran si è dimostrata estremamente risoluta.

Per quanto riguarda la recente eliminazione del generale iraniano Soleimani, l’analisi di quella che è stata definita come “un’onda d’urto” ancora in via di propagazione può essere considerata come l’evento più significativo nella regione degli ultimi tempi. Un “colpo” che dovrebbe avere un impatto importante sulla regione, e che porrà la leadership iraniana di fronte a un bivio: alzare il tiro sul piano della violazioni dell’accordo sul nucleare – accelerando il ritmo di arricchimento dell’uranio e producendo la sua prima bomba nucleare – oppure risedersi al tavolo dei negoziati con Washington, forte di aver eliminato forse la personalità più influente dell’Iran dopo gli ayatollah e il presidente Hassan Rouhani. Anche l’Iran, secondo gli israeliani, avrebbe qualche potere negoziale in più dopo la dimostrazione di forza dell’operazione di vendetta “Soleimani martire”, ma anche nella recente “guerra delle petroliere“.

Teheran potrebbe anche continuare a portare avanti il progetto ereditato dal comandante della Forza Quds di “consolidare l’asse sciita della regione”, istituendo basi militari in Siria, contrabbandando armi avanzate in Libano, e rischiando di innescare un conflitto diretto con Israele – che continua, in maniera più o meno ufficiosa, a colpire obiettivi militari di Hezbollah e di altre milizie sciite filo-iraniane in tutta la regione con raid chirurgici. Per l’intelligence militare israeliana il principale fattore destabilizzante non sarebbe infatti il progetto nucleare iraniano – che va comunque monitorato -, ma l’eredità lasciata in Siria da Soleimani che, nonostante tutto, non sarebbe stato in grado di raggiungere il principale dei suoi obiettivi prima della sua morte: dotare Hezbollah di missili di precisione da impiegare contro Israele, né di fornire attraverso la linea di contrabbando bersagliata dai raid israeliani, i componenti per iniziare a produrle.

Sul fronte palestinese le conclusioni sono che Hamas “non vuole una guerra”. Al contrario vorrebbe trovare la strada per un mantenere un lungo cessate il fuoco che gli permetterebbe di migliorare la situazione interna alla Striscia di Gaza – mostrandosi deciso portare avanti la sua operazione per contrastare il jihadismo e le fazioni facinorose attive nella striscia: che rappresentando in questo momento la principale minaccia per innescare un’escalation con Israele. Permane invece l’avvertimento “strategico” sul rischio di uno scoppio di violenza in Cisgiordania, che potrebbe avvenire in seguito alla successione del presidente Mahmoud Abbas.

La valutazione degli strateghi di Tel Aviv non mostra quindi un approccio significativamente diverso rispetto a quello degli ultimi due anni. Ciò che si evince dalle conclusioni profilate dall’Aman è che non bisogna abbassare la guardia, anzi, gli sforzi per colpire le milizie sciite in Medio Oriente andrebbero intensificati. Nello stato attuale delle cose, il consiglio dell’intelligence è quello di “approfittare” di un’opportunità che sembrerebbe essersi creata da questa fase di transizione per accelerare il ritmo degli attacchi contro l’Iran e i suoi alleati. L’esortazione al governo israeliano – ancora vittima dell’impasse politico che ha congelato la Knesset – sarebbe dunque quella di cogliere questa opportunità. Nonostante sia stato affermato che sia Hezbollah che l’Iran – sotto pressione interna ed esterna – risponderebbero militarmente laddove subissero ulteriori perdite.

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