La guerra del petrolio in Libia continua. Dallo scorso 17 gennaio le forze vicine al generale Haftar hanno bloccato diversi importanti stabilimenti, così come risultano bloccati la gran parte dei terminal portuali da cui l’oro nero libico viene esportato. Una situazione incandescente, che anche gli Stati Uniti hanno condannato tramite il proprio ambasciatore in Libia ma a cui al momento non si è riusciti a dare alcuna soluzione. Anche perché né durante la conferenza di Berlino di domenica e né nei giorni seguenti, sono uscite esplicite condanne nei confronti dell’azione di boicottaggio in questione. Un documento, hanno riferito martedì fonti diplomatiche, era pronto ad essere stilato dagli Stati Uniti e da altri paesi, tra cui l’Italia, ma la Francia avrebbe bloccato questa iniziativa. Dunque lo stallo, che a questo punto diventa non solo militare ma anche politico ed economico, potrebbe andare avanti ancora a lungo.

Il comunicato della Noc

Nelle scorse ore l’azienda libica che si occupa dell’industria estrattiva, ossia la National Oil Company (Noc), ha voluto rendere chiara la situazione attuale relativa al blocco imposto dalle forze filo Haftar. In particolare, la Noc ha lanciato un comunicato in cui in nove punti è stato spiegato cosa è accaduto negli ultimi giorni e cosa potrebbe accadere se il blocco dei terminal e dei giacimenti dovesse continuare. Nella nota, la Noc ha parlato di “cause di forza maggiore” in riferimento alle azioni poste in essere dagli uomini fedeli al generale della Cirenaica. In primo luogo, l’azienda libica ha elencato i porti attualmente chiusi: sono quelli di Hariga, Brega, Sidra e Ras Lanuf. Per via della loro chiusura, è stato specificato, non è possibile caricare gas liquido destinato a Bengasi. Inoltre, c’è il pericolo relativo alla limitata capacità di stoccaggio: se non viene esportato il greggio già presente nei porti, è impossibile continuare a far confluire altro petrolio. Dunque, la Noc potrebbe decidere per lo stop temporaneo della produzione già nei prossimi giorni.

Ed è questo uno degli aspetti che più inquieta non solo la società in questione, ma anche gli attori internazionali che, tra cui la stessa Onu, che hanno esortato ad una repentina fine del blocco voluto da Haftar. Oltre al discorso economico poi, vi è anche quello relativo all’erogazione dei servizi alla popolazione. Nel suo comunicato, la Noc ha evidenziato come l’impianto di stoccaggio di Bengasi ha un’autonomia di 12 giorni di Gpl, successivamente potrebbero sorgere difficoltà per le forniture in città. In tutto il paese poi, potrebbero esserci seri problemi nella fornitura di energia elettrica e nella disponibilità della benzina. La produzione risulta inoltre arrestata anche negli impianti di Sharara ed El Feel, entrambi nel Fezzan. Quest’ultimo è uno dei più importanti gestiti congiuntamente dalla Noc e dall’Eni. Infine, l’azienda libica ha stimato una perdita di produzione di greggio pari a 1.2 milioni di barili al giorno, con un danno economico quotidiano di circa 77 milioni di Dollari.

L’obiettivo di Haftar

Il blocco della produzione di petrolio è uno strumento del generale della Cirenaica per porre in evidenza la questione relativa alla gestione dei proventi ricavati dalla vendita dell’oro nero. I soldi non vengono gestiti autonomamente dalla Noc, vengono bensì conferiti alla Banca centrale con sede a Tripoli. Quest’ultima risponde ovviamente al governo stanziato nella capitale, dunque a quello del premier Al Sarraj. Haftar nei mesi scorsi ha fatto intendere di poter attuare la minaccia di una vendita autonoma del petrolio estratto in Cirenaica. Tuttavia, dopo le rimostranze espresse dai suoi stessi alleati, alla vigilia della conferenza di Berlino il generale ha preferito puntare su un’altra strategia, quella per l’appunto del blocco della produzione e dell’esportazione del petrolio.

Nonostante le richieste da parte delle Nazioni Unite, degli Usa e di altri attori internazionali di far ripartire subito la produzione di petrolio, come detto Haftar non ha in questo caso incontrato “resistenze” da parte dei paesi alleati. Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti non si sono espressi sulla questione, la Francia ha bloccato un documento di condanna preparato dagli Stati Uniti. E dunque il generale potrebbe proseguire con la sua azione anche nei prossimi giorni.