Un gigante che rischia improvvisamente un collasso. É questa l’immagine che può rappresentare oggi l’Etiopia. Prima economia del Corno d’Africa, secondo Paese più popoloso del continente, esempio di sviluppo vantato dall’occidente, tutto questo nelle prossime settimane potrebbe essere soppiantato dalla deflagrazione sociale e politica della nazione. Gruppi di ribelli stanno avanzando verso la capitale Addis Abeba, verso cioè quella città che con il suo boom edilizio e le sue nuove infrastrutture all’avanguardia a un certo punto ha rappresentato l’essenza stessa dello sviluppo etiope. Il fatto stesso che il premier Abiy Ahmed, nobel per la pace del 2019, abbia esortato i cittadini della capitale a combattere è sintomatico di una situazione che sta sfuggendo di mano. Con conseguenze nefaste per l’intera regione.

La guerra iniziata un anno fa

Tutto è cominciato il 3 novembre 2020. Il governo di Addis Abeba si è scagliato contro quello regionale del Tigray. Qui abitano buona parte dei cittadini di etnia tigrina, i quali rappresentano il 6% del totale della popolazione. Il principale partito tigrino è lo stesso che ha governato l’Etiopia dal 1991, dalla cacciata cioè di Menghistu, fino al 2018. Si tratta del Tplf, acronimo inglese di Fronte di Liberazione Popolare del Tigray. Una sigla pesante in ambito internazionale. Il capo dell’Oms, Tedros Ghebreyesus, è un esponente di spicco del partito ed è stato ministro degli Esteri negli ultimi anni di governo del Tplf. Poi nel 2018 è arrivata la svolta. Dopo una crisi interna all’esecutivo, si è scelto come nuovo premier Abiy Ahmed. Un oromo, etnia maggioritaria del Paese, non appartenente a quello che era fino ad allora il partito guida dell’Etiopia. Abiy dal canto suo ha provato a imporre subito la sua visione politica. Non più un Paese federale e diviso per etnie, bensì uno Stato più centralizzato caratterizzato dal cosiddetto “etiopianismo“, l’ideologia cioè che vede nella comune appartenenza alla storia e alla tradizione etiope il vero collante del Paese.

 

Una visione del genere al Tplf non poteva andare bene. Significava di fatto perdere il prestigio anche nel Tigray, dopo aver già perso il potere ad Addis Abeba. E così sono nati screzi e scintille tra le due parti. L’ultima goccia è stata rappresentata dalle elezioni regionali tenute nell’ottobre 2020 nel Tigray. Il governo centrale di Abiy si era opposto alle consultazioni per motivi legati alla pandemia da coronavirus. Ma i governanti locali del Tplf, forti di una sicura vittoria schiacciante, hanno deciso di organizzare lo stesso le elezioni. Da Addis Abeba, il premier ha deciso di inviare l’esercito federale nel Tigray. Per Abiy si trattava della resa dei conti finale con l’ultima sigla in grado di opporsi al suo progetto politico. L’ultima finestra da chiudere con il passato prima di proiettarsi definitivamente al futuro. Questo forse perché spinto dall’appoggio internazionale dato dalla pace siglata con l’Eritrea nel 2018, che gli è valso il nobel per la pace, e dalla buona reputazione mediatica del suo governo. Dopo un mese di operazioni militari, nel dicembre 2020 Abiy ha potuto rivendicare la conquista di Makallè, capoluogo del Tigray. Ma in quel momento il premier era forse il solo in Etiopia a credere veramente che la guerra fosse finita.

Mappa di Alberto Bellotto

L’avanzata dei tigrini

Il Tplf aveva ben messo in conto di perdere terreno nell’immediato in caso di scontro militare. Ma i dirigenti del partito erano ben coscienti di due armi da poter giocare. La prima riguardava la conoscenza del territorio e il radicamento nella regione delle proprie forze. La seconda nel fatto che, dopo aver governato per 27 anni il Paese, all’interno dell’esercito ci sono ancora molti generali, non solo tigrini, più vicini al Tplf che ad Abiy. Ben presto nel Tigray ha fatto la sua comparsa la guerriglia. Giorno dopo giorno numerosi attacchi hanno iniziato a ledere la sicurezza delle forze federali mandate da Addis Abeba. L’inizio del 2021 è stato caratterizzato dalla riconquista di diverse località da parte del Tplf. A giugno la definitiva svolta: le forze tigrine hanno ripreso il capoluogo Makallè. Da quel momento in poi l’esercito etiope è passato dall’offensiva alla difensiva. Con il Tplf capace non solo di riconquistare gran parte del Tigray, ma anche di affondare i colpi anche nelle regioni di Afar e di Amhara. Progressivamente le milizie anti governative hanno preso terreno fino a spingersi non lontane da Addis Abeba.

L’alleanza tra il Tplf e gli Oromo

A favorire l’avanzata dei tigrini è stata l’intesa stipulata in estate con l’Ola, acronimo di Oromo Liberation Army. Quest’ultimo è un gruppo composto da miliziani di etnia Oromo, la stessa del premier Abiy, in lotta con il governo centrale e fautori della secessione della propria regione. L’Ola ha innescato scontri in varie parti del Paese, soprattutto in quelle ovviamente a maggioranza oromo. I propri combattenti si sono uniti con quelli del Tplf del Tigray, supportandoli nella loro battaglia contro Addis Abeba. La vicinanza tra i due gruppi secessionisti sta portando il conflitto in diverse zone dell’Etiopia, comprese quelle vicine alla capitale.

Lo stato d’emergenza dichiarato dal premier Abiy

La situazione per le autorità federali è precipitata a partire da fine ottobre. Il Tplf e l’Ola hanno iniziato ad avanzare lungo l’autostrada A2. Si tratta dell’arteria che unisce Addis Abeba con il capoluogo del Tigray, ma che si garantisce anche collegamenti verso Gibuti. L’Etiopia non ha sbocchi a mare, dunque il porto del piccolo Stato di Gibuti è essenziale per la propria economia. Gli ultimi giorni di ottobre i ribelli hanno conquistato molto terreno. L’aviazione etiope ha provato a contrastare l’avanzata, ma senza ottenere risultati. Le truppe federali hanno dimostrato molta vulnerabilità e al momento non riescono ad attuare alcuna controffensiva.

Lo si è visto soprattutto nei combattimenti attorno le strategiche cittadine di Dessié e Kombolcha, poste lungo l’autostrada A2 e importanti per i collegamenti per Gibuti e i rifornimenti da far arrivare nella capitale. Le due località sono cadute in mano ribelli, costringendo il governo a dichiarare lo stato d’emergenza. Abiy ha esortato tutti i cittadini di Addis Abeba a impugnare le armi e a prepararsi a difendere la metropoli. Sono state imposte misure straordinarie, compreso il coprifuoco e il divieto di manifestazioni. L’Etiopia oramai è entrata in una fase di guerra generale, comprendente l’intero suo territorio.

Gli sviluppi futuri

Nella giornata dello scorso 4 novembre i ribelli tigrini e oromo hanno ufficialmente annunciato la nascita di una coalizione denominata United Front of Ethiopian Federalist Forces. Al suo interno, oltre al Tplf e all’Ola, ci sono altre sette sigle di altrettante forze etniche anti governative. L’avanzata verso Addis Abeba ha favorito l’emersione di alleanze federaliste. Tuttavia la caduta della capitale non sembra imminente. Attualmente il fronte è lontano dalla città circa 300 km. Le avanguardie ribelli più vicine sono quelle oromo, meno equipaggiate e meno numerose di quelle tigrine. Possibile ipotizzare, da parte degli anti governativi, una strategia volta a isolare Addis Abeba ma non a conquistarla nell’immediato.

Abiy Ahmed dal canto suo sta rischiando di non avere più alcun appoggio internazionale. Usa e Russia hanno intimato ai propri cittadini di lasciare il Paese il prima possibile. Da Washington sono arrivate pressioni per un cessate il fuoco e l’apertura di un dialogo. Circostanza però negata da parte degli attori chiamati in causa. Possibile si arrivi a uno stallo militare, capace però di aumentare le sofferenze della popolazione e di affossare l’economia etiope.

diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY