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I Talebani stanno tornando alla guida di buona parte dell’Afghanistan. Questo è oramai un dato assodato. Ma l’espressione è forse fin troppo semplicistica. In primo luogo perché i Talebani non se n’erano mai andati. In secondo luogo perché la situazione che si sta venendo a creare nel Paese è profondamente diversa da quella del 2001, anno della loro cacciata da Kabul per opera delle milizie aiutate dagli Stati Uniti. Questa volta il movimento islamista sta avanzando anche a nord, in zone cioè mai controllate dai seguaci del Mullah Omar nemmeno quando erano al potere. Più di qualcosa in Afghanistan sta cambiando sotto gli occhi degli ultimi soldati stranieri rimasti. E il futuro per la regione naviga tra mille incognite.

Quali sono le roccaforti talebane

Per comprendere le dinamiche talebane, occorre sempre partire da un presupposto: il movimento nasce all’interno dei membri dell’etnia Pasthun, quella più diffusa in Afghanistan e che negli scorsi secoli ha permeato il concetto stesso di identità nazionale afghana. I Talebani dunque hanno le loro principali basi nelle province abitate dai Pasthun. Queste corrispondono grossomodo al sud del Paese, così come a buona parte dell’est e del sud ovest. Kandahar, seconda città afghana e punto di riferimento delle province meridionali, non a caso è stata per anni la roccaforte del Mullah Omar che qui aveva installato il suo quartier generale. Ci sono lande del sud in cui le forze dello Stato afghano insediatosi dopo l’intervento Usa non hanno mai messo piede. Si credeva però che il controllo talebano sarebbe rimasto confinato solo alle zone rurali. La stessa Kandahar nel 2002 è stata tolta al movimento islamista e, almeno sulla carta, per anni è rimasta nelle mani del governo centrale.

Da qualche mese a questa parte i Talebani stanno avanzando anche nei centri abitati delle province meridionali. I Pasthun danno loro appoggio e non soltanto per motivi ideologici. Per molti appartenenti a questa etnia il movimento è l’unica garanzia di sicurezza ed è l’unico gruppo in grado di portare avanti le loro istanze. Il sostegno di cui godono i talebani non è quindi dettato soltanto dalla visione islamista ma anche da un latente “nazionalismo Pasthun” sempre vivo nel sud dell’Afghanistan. Nelle zone al confine con il Pakistan e nelle province di Kandahar, Ghazni ed Helmand negli ultimi giorni sono stati registrati episodi in cui gli stessi soldati dell’esercito centrale hanno evitato di combattere. In alcuni casi hanno semplicemente preferito togliersi la divisa, in altri hanno apertamente appoggiato i Talebani. Le grandi città della zona però non sono al momento cadute. Il governo sta provando a trattenerle, contando sulle maggiori possibilità di difesa dei centri urbani. Ma sia Kandahar che Ghazni sono comunque circondate con i membri del movimento islamista alle loro porte.

La non prevista avanzata a nord

Quando gli americani lo scorso anno hanno deciso di andarsene e di iniziare le operazioni di ritiro dall’Afghanistan, le quali dovrebbero concludersi entro l’11 settembre 2021, erano ben consapevoli di lasciare terreno fertile ai Talebani nelle zone meridionali. Non avevano però forse messo in conto l’avanzata degli islamisti a nord. Qui i seguaci del Mullah Omar non hanno mai goduto di appoggi popolari. Tranne che a Kunduz, enclave Pasthun in un territorio composto essenzialmente da tagiki e uzbeki. Washington nel 2001 per cacciare i Talebani da Kabul ha dato manforte ai miliziani della cosiddetta Alleanza del Nord. Il nome non era affatto casuale. Si trattava di un gruppo composto proprio da tagiki e uzbeki che controllava le estremità settentrionali del Paese. Quando si fa riferimento al nord dell’Afghanistan dunque si pensa ai territori più ostili ai Talebani. Eppure anche da queste parti l’esercito centrale ha ceduto le armi senza quasi combattere. Gli islamisti il 22 giugno hanno conquistato Shir Khan Bandar, strategica località di frontiera con il Tagikistan. Nelle ultime settimane il controllo talebano si è esteso anche nella provincia del Badakhshan, uno dei fortini del generale Mossoud, tagiko e oppositore del movimento fino alla sua uccisione avvenuta il 9 settembre 2001.

Tutti i Paesi confinanti hanno messo i rispettivi eserciti in stato di allerta. Il governo tagiko ha inviato rinforzi in prossimità delle frontiere. Anche da Mosca si seguono con preoccupazione gli ultimi eventi: “Le province settentrionali, un tempo relativamente calme, si stanno rapidamente trasformando in un altro hotspot – ha dichiarato nei giorni scorsi il vice ministro della Difesa russo, Andrey Rudenko – I Talebani controllano quasi completamente il confine con il Tagikistan”. Se da un lato è facile intuire i motivi che hanno portato all’avanzata talebana a nord, riconducibili al ritiro delle forze internazionali, è difficile prevedere cosa accadrà da queste parti in futuro. Se cioè il movimento Pasthun riuscirà o meno a mantenere la presa di zone abitate da altre etnie. Nelle prossime settimane potrebbero scoppiare violenti scontri per il controllo di città importanti quali la stessa Kunduz e Mazar i Sharif, così come il conflitto potrebbe arrivare anche ad Herat, da poco lasciata dagli italiani e feudo storico dell’etnia tagika.

Le due possibili enclavi: Kabul e la zona Hazara

Difficile quindi la ricomposizione dello stesso quadro pre 2001. Questa volta i Talebani potrebbero infatti controllare territori un tempo bastioni dei gruppi a loro contrapposti. La loro avanzata però potrebbe essere bloccata in due specifiche zone: nella capitale Kabul e nelle province a maggioranza Hazara. La città più grande dell’Afghanistan è l’unica dove il governo può vantare un vero controllo. Qui sono inoltre presenti le rappresentanze internazionali e si parla di presidi armati stranieri per la difesa dell’aeroporto. I turchi, stando a quanto dichiarato da Erdogan negli ultimi giorni, sono pronti a mettere le mani sullo scalo di Kabul. Di diversa lettura invece la situazione nel centro dell’Afghanistan, abitato storicamente dai membri dell’etnia Hazara. Si tratta di una minoranza sciita, considerata eretica dai Talebani.

Gli Hazara ricordano bene le persecuzioni attuate dai fondamentalisti e sono al momento gli unici ad appoggiare realmente le forze governative. Se si guarda una mappa sulla situazione militare in Afghanistan, le loro province risultano fuori dal controllo talebano. I movimenti Hazara daranno filo da torcere ai seguaci del Mullah Omar. E forse insieme a Kabul costituiranno una delle poche enclavi non insidiate dai Talebani. Almeno per il momento. L’impressione è che agli stessi islamisti non interessi il controllo totale dell’Afghanistan, ma al contrario avere in mano delle carte sempre più pesanti da giocare in sede di trattative.