Nessuno si aspettava un accordo. Certo, le notizie piovute durante l’intera giornata di lunedì lasciavano presagire importanti novità, ma non fino all’annuncio di un vero e proprio cessate il fuoco tra Armenia e Azerbaigian. Ma la guerra in corso nel Nagorno Karabakh non è nuova a questo genere di colpi di scena. Un conflitto strano quello che è iniziato nei primi anni ’90, all’indomani dello scioglimento dell’Urss, capace di rimanere congelato per intere decadi, per poi riaccendersi improvvisamente e successivamente, con altrettanta rapidità, tornare a spegnersi. Al mattino erano giunti video che mostravano soldati azerbaigiani al centro di Shushi, città strategica e vero cuore culturale della regione contesa. Nel tardo pomeriggio invece a far trattenere il fiato all’intero Caucaso è stato l’abbattimento di un elicottero russo da parte delle forze di Baku. Un episodio grave, accaduto nel villaggio armeno di Yeraskh, distante non più di un chilometro dal confine con l’enclave azerbaigiana rappresentata dalla repubblica autonoma del Nakhchivan. Una zona lontana da quella dei fronti di guerra del Nagorno. E mentre si aspettava di conoscere la reazione di Mosca, ecco quindi che dalle capitali dei Paesi interessati è arrivato l’annuncio meno atteso, quello di un’intesa per la tregua.

Cosa prevede l’accordo

Nuovo status quo e creazione di due corridoi tra Armenia e Azerbaigian: grossomodo sono questi i due principali elementi emersi dall’accordo per il cessate il fuoco. Lo si evince dal documento che porta la firma del presidente azerbaigiano, Ilham Aliyev, il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, e il presidente russo Vladimir Putin. É quest’ultimo il vero artefice dell’intesa sopraggiunta inaspettatamente nella tarda serata di lunedì. Gli armeni conserveranno il controllo di una parte dell’ex oblast del Nagorno, quello cioè storicamente a maggioranza armena. In quest’area ricadrà anche Stepanakert, capitale dell’autoproclamata repubblica dell’Artsakh, autorità che ha amministrato de facto (ma non de jure) i territori conquistati dagli armeni nel conflitto dei primi anni ’90. Gli azerbaigiani invece possono conservare in primo luogo i territori conquistati con il conflitto esploso il 27 settembre. Compresa la città di Shushi, la Parigi del Caucaso” conquistata poche ore prima della tregua. Ma non solo: l’Azerbaigian potrà riprendere il controllo dei distretti fuori dall’ex oblast del Nagorno in mano all’Artsakh dal 1994. Entro l’anno le truppe separatiste armene dovranno lasciare queste zone e riconsegnarle a Baku.

E poi c’è la questione relativa ai “corridoi”. Il primo, il più importante, è quello di Lachin. Si tratta della fondamentale via di collegamento tra la capitale armena Yerevan e Stepanakert. Sotto il profilo militare il corridoio è stato conquistato dagli azerbaigiani negli ultimi giorni prima del cessate il fuoco, ma adesso sarà una sorta di zona neutrale sorvegliata dai soldati russi. Questi ultimi rimarranno qui come garanti dell’accordo per almeno cinque anni, ma il documento firmato lunedì prevede un possibile rinnovo per altri cinque. Inoltre nei prossimi tre anni dovrà essere costruita una nuova strada in grado di arrivare a Stepanakert senza passare da Shushi, che dunque rimarrà staccata dall’ex oblast a maggioranza armena.

L’altro corridoio ha a che fare invece con il Nakhchivan, la regione ai cui confini è precipitato l’elicottero russo a poche ore dal cessate il fuoco. Yerevan si impegna a garantire, tramite anche la costruzione di una nuova autostrada, il libero passaggio di uomini e merci tra questa enclave e le province occidentali dell’Azerbaigian. L’intesa prevede inoltre uno scambio di prigionieri tra le parti e di vittime militari cadute su entrambi i fronti.

Come si è giunti all’intesa

Il cessate il fuoco è arrivato a poche ore di distanza dall’abbattimento dell’elicottero russo. Si tratta di semplice coincidenza oppure è rintracciabile un nesso tra i due episodi? Difficile al momento rispondere. C’è però un dato che deve far riflettere: con la presa di Shushi avvenuta lunedì mattina, l’Azerbaigian aveva praticamente già vinto la guerra. E i soldati di Baku da lì a breve sarebbero potuti entrare a Stepanakert. La rinuncia da parte dei vertici azerbaigiani a proseguire con le operazioni è forse dovuta all’azione diplomatica messa in campo da Mosca dopo la perdita del suo elicottero in territorio armeno.

Il Cremlino ha fiutato un’estensione del conflitto a regioni lontane dal Nagorno e ha voluto prevenire un’escalation in grado di coinvolgere per intero il Caucaso. Circostanza non affatto conveniente a Mosca, perché se da un lato Russia e Armenia sono legate da un trattato di difesa militare, dall’altro russi e azerbaigiani hanno intense relazioni di natura soprattutto economica. Da qui dunque il pressing riuscito da parte di Putin affinché le parti potessero giungere all’accordo.

Il destino politico segnato di Pashinyan

Se il lunedì sera ha visto l’esplosione di festeggiamenti a Baku, a Yerevan invece la piazza si è subito riempita di manifestanti. Per gli armeni l’intesa non è una sconfitta, bensì un’umiliazione. Fino a poche settimane fa Stepanakert e Shushi, le due città più importanti del Nagorno, erano facilmente raggiungibili in venti minuti di auto. Da domani tra questi due centri passerà un caldo e invalicabile confine con il territorio azerbaigiano. Basta questo per far comprendere la portata della rabbia e il sentimento di umiliazione che sta attanagliando per intero la popolazione armena.

Il parlamento è stato assaltato, la macchina del presidente della camera è stata presa di mira con lo stesso esponente politico malmenato da alcuni manifestanti. Tensione molto alta che può essere il preludio, tra le altre cose, alla fine politica di Nikol Pashinyan. Il premier, eletto sull’onda dell’ennesima rivoluzione colorata che ha preso piede in un territorio ex sovietico, potrebbe avere le ore contate. Su di lui gravano le accuse di aver perso buona parte del Nagorno forse in modo definitivo. E visto l’orientamento più aperto all’occidente del suo governo, per Putin questa non è affatto una pessima notizia.

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