Washington ha ospitato nei giorni scorsi la firma preliminare di un accordo tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda, volto a porre fine alle ostilità nell’Est del Paese. Al centro dell’intesa il disarmo del gruppo M23, il ritiro delle truppe straniere e il ritorno dei rifugiati, con la mediazione attiva degli Stati Uniti e del Qatar.
Mentre era impegnato in questioni tutt’altro che portatrici di pace, il presidente Donald Trump ha annunciato la scorsa settimana su Truth “di aver negoziato, insieme al Segretario di Stato Marco Rubio, un meraviglioso trattato tra la Repubblica Democratica del Congo e la Repubblica del Ruanda, in una guerra che era nota per il violento spargimento di sangue e la morte, più di qualsiasi altra guerra, e che si protrae da decenni”. Il documento finale è stato ufficialmente siglato il 27 giugno, ma sul terreno la situazione resta tesa e incerta, mentre gli interessi strategici intorno alle risorse minerarie aumentano la posta in gioco. L’accordo firmato dai due Paesi e promosso dagli Stati Uniti mira a porre fine ai combattimenti nella parte orientale della Rdc, lungo il confine con il Ruanda.
Il testo integrale non è stato reso pubblico, ma prima della firma Congo, Ruanda e Stati Uniti hanno diffuso un comunicato congiunto che ne anticipa i contenuti in termini molto vaghi. L’intesa prevede che la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda si impegnino a riconoscere e tutelare i rispettivi confini, cessare le violenze e smobilitare le milizie armate coinvolte nei conflitti.
Secondo quanto dichiarato, la bozza dell’accordo contiene “disposizioni sul rispetto dell’integrità territoriale e sul divieto di ostilità; disimpegno, disarmo e integrazione condizionata di gruppi armati non statali”, quindi l’istituzione di “un meccanismo congiunto di coordinamento della sicurezza”, che faciliti il ritorno dei rifugiati e degli sfollati interni, garantisca l’accesso umanitario e preveda “un quadro di integrazione economica regionale”. Secondo precedenti accordi siglati nel mese di aprile, la sicurezza nella regione sarà affidata a personale statunitense.
Tanti accordi, pochi risultati
La sfiducia nei confronti del nuovo accordo è molta. Infatti negli ultimi anni e da quando la milizia M23 appoggiata da Kigali nel 2021 ha ricominciato la sua avanzata nelle ricche regioni orientali della Rdc, sono stati firmati diversi accordi, ma nessuno è mai stato attuato. Uno dei motivi per cui questo è accaduto è la puntuale mancata partecipazione ai colloqui dei rappresentanti della milizia M23. L’abitudine non è cambiata, anche durante le trattative non era presente nessun esponente del gruppo paramilitare.
La scorsa settimana, il ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale ruandese, Olivier Nduhungirehe, aveva persno dichiarato che “nessun accordo di pace verrà firmato a Washington”. Nonostante ciò, le cose sono andate diversamente,
Confini pericolosi
La fascia orientale della Rdc, al confine con il Ruanda, è tra le più instabili del continente africano. Qui si concentrano vastissime risorse minerarie, come coltan, cobalto e oro, ma anche decenni di tensioni etniche, rivalità regionali e interessi economici esterni.
A inizio 2025, i ribelli dell’M23, sostenuti dal Ruanda secondo l’ONU e diverse ONG, hanno preso il controllo di città strategiche come Goma e Bukavu, causando migliaia di morti e oltre un milione di sfollati. I combattimenti si sono intensificati proprio lungo la linea di confine, trasformando quella zona in un teatro di guerra e traffici illegali.
Va precisato però che, formalmente, tra la Rdc e il Ruanda non era in corso una guerra dichiarata. Il Ruanda è stato accusato di aver dispiegato truppe sul territorio congolese in supporto al gruppo armato M23, attivo contro le forze governative e attualmente, dal gennaio scorso, presente in diverse aree dell’est del Paese. Tuttavia, il presidente ruandese Paul Kagame ha sempre smentito sia l’invio di militari in Congo, sia qualsiasi forma di sostegno all’M23, incluso il finanziamento o l’addestramento.
L’M23 è un gruppo armato composto in prevalenza da ex soldati tutsi congolesi, che afferma di voler difendere la popolazione tutsi nella Rdc. Un’indagine dell’Ufficio per i Diritti Umani dell’Onu ha rivelato gravi violazioni dei diritti umani e crimini di guerra nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo, tra cui arresti arbitrari, uccisioni extragiudiziali e stupri. Il rapporto denuncia come tutti i protagonisti del conflitto, dall’M23 all’esercito congolese fino alle milizie locali, siano responsabili di questi abusi.
In un contesto in cui 25 milioni di persone rischiano la fame e quasi 8 milioni sono sfollate interne, le sofferenze restano immense. Al tempo stesso, politiche di controllo delle ricchezze minerarie locali sembrano prevalere, camuffate dietro una pace che ancora non si concretizza.
I veri interessi degli Stati Uniti
Dietro la ricerca di pace sembrano esserci in realtà intenti ben diversi. Questo accordo potrebbe rivelarsi in realtà una sfida commerciale nei confronti della Cina, per il controllo dei siti di estrazione di coltan, cobalto, litio, tantalio, rame e altri minerali strategici per la produzione di batterie elettriche.
Le regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo sono tra le aree più ricche al mondo di questi materiali, e una quota significativa delle riserve di cobalto del Paese è controllata dalla Cina. L’accordo di pace è accompagnato da intese dirette con il Ruanda e la Rdc, seguendo l’approccio attuato da Trump, dove vi sono meno aiuti gratuiti e più scambi basati su interessi concreti.
Gli Stati Uniti cercano così di ottenere accesso diretto alle risorse naturali per limitare l’influenza della Cina. Allo stesso tempo, con il Ruanda, potrebbero negoziare un accordo per il rimpatrio dei migranti, simile a quello tentato dal Regno Unito. Insomma, nulla è lasciato al caso.

